Pietro Ingrao è morto. Un grande comunista ci lascia un’immensa eredità da trasmettere ai nostri figli

Pietro Ingrao è morto. Un grande comunista ci lascia un’immensa eredità da trasmettere ai nostri figli

Pietro Ingrao è morto. La notizia è stata diffusa alle 17.32 di domenica 27 settembre dalle agenzie di stampa. Dal nostro direttore, dal vicedirettore e da tutta la redazione inviamo alla sua famiglia non solo le nostre condoglianze, ma anche un pensiero grato, per ciò che è stato, per i pensieri che ha prodotto e pubblicato, per ciò che ha seminato nella cultura politica di diverse generazioni. Per coloro che come me hanno superato i 50 anni, e alle spalle hanno una militanza nel Partito Comunista forte, intensa, generosa, è facile parlare di Pietro Ingrao, anche nel momento più difficile della sua morte, perché egli, come tanti dirigenti di quello straordinario partito, ha attraversato la mia generazione, in qualche modo l’ha segnata, l’ha costretta a pensare politicamente, secondo schemi molto spesso inediti e inattesi.

Perciò, credo che il modo migliore per celebrare Pietro Ingrao sia quello di rivolgersi a generazioni diverse dalla mia, a quella di mio figlio, ventenne, ad esempio, bambino negli anni Novanta, adolescente nei primi anni del Duemila, e oggi giovane universitario. Quando la sua generazione è nata, la parola Comunista era stata già eliminata dal vocabolario politico nazionale e la frattura tra la politica, le istituzioni democratiche e il popolo era già abissale per effetto degli scandali di Tangentopoli. Quando sono passati nel XXI secolo da adolescenti, hanno trovato dinanzi a loro l’ideologia dominante dell’individualismo cinico e disincantato, che ha di fatto messo in crisi la scolarizzazione di massa, il senso di comunità, l’impegno politico e civile. La crisi economica del 2008 ha fatto il resto, perché nel loro vissuto quotidiano si è presentata la “povertà” come disuguaglianza e assenza di diritti, ma senza consapevolezza sociale e lotta comune. A questa generazione è importante raccontare chi è stato e cosa è stato Pietro Ingrao.

Da dove si può cominciare il racconto di Ingrao per un ventenne del 2015? I percorsi storici, i temi, le idee, di Ingrao hanno attraversato l’intero corso del Novecento. Forse, la linea più conveniente da seguire, la più semplice e diretta da consegnare alla generazione di mio figlio, è sottolineare quel punto di vista particolare sul mondo e sull’Italia, che dal 1921 al 1990 una massa sterminata di donne e uomini ha condiviso nel nome del comunismo. Inutile riepilogare qui quella astiosa e fastidiosa polemica sulla fine del comunismo e sul suo fallimento, non serve a questi giovani universitari. A loro serve sapere che Pietro Ingrao, come milioni di persone, e come me, è stato un grande comunista italiano.

Io a mio figlio ventenne racconterei questa storia, di una vita che si può comprendere solo dentro quel contesto. Dal 1921 in poi, da Gramsci a Togliatti, da Longo a Berlinguer, a Natta, a Reichlin, a Tortorella, ad Amendola, e, appunto ad Ingrao (solo per citare alcuni dirigenti storici), il comunismo italiano ha avuto l’enorme merito di portare grandi masse di uomini e donne nel perimetro della libertà e dell’utopia. Senza l’idea di libertà, non vi sarebbe stata lotta antifascista, e non solo nel ventennio mussoliniano. Senza l’utopia, ovvero quel desiderio di cambiare le storture del mondo, insieme, si sarebbe perduto il senso e il valore di ogni impegno politico. La libertà e l’utopia, però, devono poter contare su un’analisi serrata della condizione storica e far maturare un punto di vista, da comunicare e condividere. Alla mia generazione, e forse a quella successiva alla mia, Pietro Ingrao ha regalato questa consapevolezza. Ora, è il momento di regalare questa stessa consapevolezza, ai nostri figli ventenni, sapendo che per loro tutto è diventato più difficile, e le sfide della loro esistenza ancora più complesse.

La libertà, l’utopia, il punto di vista sul mondo, mio caro ventenne, legano tutte le generazioni, presenti e passate, e regalano un senso all’essere nel mondo, per quanto cambiato esso sia, nelle forme della comunicazione, nella cultura diffusa, nelle relazioni umane. E come spesso diceva a noi ventenni Pietro Ingrao, essere liberi significa innanzitutto esercitare la potenza del dubbio, e dunque del pensiero. Essere utopisti significa immaginare un mondo diverso, e impegnarsi nel concreto per realizzarlo. Costruire l’analisi del presente vuol dire fare i conti col periodo storico in cui ogni vita è immersa, perché nessuno è Robinson Crusoe, e il mondo non è costituito né da monadi né da isole deserte. Il mondo, caro ventenne, e cara ventenne, è parte integrante della nostra vita. Anzi, come direbbe un grande filosofo del Novecento: noi siamo immersi nel nostro mondo-della-vita. Ecco, tutto questo è l’eredità magnifica di un grande comunista, che come tanti grandi comunisti ha accompagnato le vite di milioni di persone. Anche a te, caro ragazzo del 2015, il compito di evitare che si disperda. Chiudo con questi versi di Ingrao, che spero possano restare scolpiti nella tua memoria.

Da noi discendete. Da ciò che fummo.

La rosa non ci sarebbe.

Se ci cancelli, s’apre un abisso.

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