Nella esortazione del papa per l’amnistia compaiono due errori. Ma la vera rivoluzione teologica è il perdono per chi abortisce

Nella esortazione del papa per l’amnistia compaiono due errori. Ma la vera rivoluzione teologica è il perdono per chi abortisce

La Santa Sede ha reso nota, martedì 1 settembre, la lettera che papa Francesco ha indirizzato a monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, sostanzialmente colui che è incaricato di organizzare e guidare dal Vaticano l’anno del Giubileo straordinario, che avrà inizio il prossimo 8 dicembre. Il centro nevralgico della lettera è l’auspicio che il Giubileo 2016 sia per tutti i credenti “un vero momento di incontro con la misericordia di Dio”. Papa Francesco desidera che l’esperienza del Giubileo straordinario possa condurre i credenti “a toccare con mano la tenerezza” di Dio, espressione felice e di grandissimo valore teologico e sacro. Il papa sembra ripercorrere più che le orme paoline nella definizione di una teologia della misericordia, il tracciato dispiegato dall’evangelista Giovanni, per il quale “Dio è amore” (in coerenza con la riflessione di papa Benedetto XVI in Deus caritas est) e impegna la Chiesa a osservare i “segni dei tempi”. Se non si parte da questa premessa, la lettura della lettera di papa Francesco, ma dell’intero cammino del suo pontificato, con le continue provocazioni pubbliche sulla contemporaneità, può prestare il fianco a banali semplificazioni. È quanto accaduto con l’esortazione, contenuta in un passaggio della lunga lettera, per l’amnistia, divenuta improvvisamente oggetto dei lanci mediatici, e almeno in Italia fonte di critiche roventi e inutili. Solo che, per troppa generosità, il papa, nonostante il dogma della sua infallibilità, ha commesso due errori sul punto specifico dell’amnistia.

I due errori del papa sull’amnistia

Il papa scrive nella lettera che così come per gli ammalati, impossibilitati a recarsi alla Porta Santa per ricevere l’indulgenza plenaria, il perdono per i cattolici, il suo pensiero va ai carcerati “che sperimentano la limitazione della loro libertà”. Solo che invece di risolvere l’impedimento come con gli ammalati, gli anziani e per tutti coloro che abbiano difficoltà a superare la Porta Santa, simbolo del perdono, ai quali è concesso vivere la Messa e la preghiera comunitaria “attraverso i mezzi di comunicazione”, e ottenere l’indulgenza, il papa, per i carcerati, ha voluto dire qualcosa in più commettendo di fatto due errori, perdonabili, perché non teologici, dettati più dalla generosità e dalla ingenuità che da una compiuta riflessione. Il primo errore: “il Giubileo ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia”. Almeno per quanto riguarda l’Italia e l’Europa, non è vero. Dalle nostre ricerche, risulta per l’Italia, ad esempio, che 24 decreti del Presidente della Repubblica per amnistia sono stati promulgati in epoca repubblicana tra il 1946 e il 1990 (l’ultima in ordine di tempo), ma nessuna negli anni giubilari del 1950 e del 1975. L’anno giubilare del 2000 non ebbe alcuna ripercussione sull’amnistia, mentre solo col governo Prodi del 2006, e l’appoggio di Forza Italia, si giunse all’indulto. Null’altro. Tra le grandi nazioni europee a tradizione cattolica, come la Spagna, l’amnistia è stata concessa nel passaggio dal franchismo alla democrazia, non certo per effetto del Giubileo. E nell’Argentina cattolica di Bergoglio, il dibattito sull’amnistia si è inferocito per effetto della possibile liberazione dei militari carnefici della Giunta di Videla, al punto che la Corte Costituzionale è intervenuta per dichiararne l’illegittimità. Dunque, a cosa esattamente faceva riferimento papa Francesco, e perché nessuno dei suoi consiglieri è intervenuto?

Secondo errore: l’amnistia coinvolge “tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto”. Eccolo l’errore di generosità e di ingenuità: nelle moderne Costituzioni democratiche la funzione del carcere è già assunta come indirizzata “alla rieducazione del condannato”, come recita l’articolo 27 della nostra. Ciò che la Costituzione non può prevedere è una sorta di amnistia ad hoc che valga solo per coloro che si siano “redenti”. Non può e non dev’essere così. L’amnistia negli stati moderni è erga omnes, vale per tutti. Ma il seguito delle lettera rivela l’intenzionalità autentica di papa Francesco, dare anche a coloro che si siano macchiati di delitti, la possibilità del perdono. Come?  Utilizzando l’uscio della cappella del carcere come una delle Porte Sante, il cui attraversamento è già indulgenza, perché, scrive Francesco, “la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà”. È la teologia della seconda occasione, della redenzione possibile, della catarsi e del pentimento. Se il papa non avesse lasciato andare la mano sull’amnistia, non avrebbe confuso i due piani, quello sacro e quello profano, e avrebbe posto l’accento sul fatto che chiunque, nella Chiesa, può entrare e ottenere il perdono. Perdono e misericordia sono concetti teologici, giovannei, soprattutto, e non possono essere confusi con le leggi dell’uomo.

La misericordia e i “segni dei tempi”. La rivoluzione teologica del perdono a chi abortisce

E che ciò sia vero, lo dimostra quanto scrive Francesco a proposito di un tema importantissimo della contemporaneità, la modificazione del “rapporto con la vita”. L’aborto è parte dei “segni dei tempi” nella modernità. È legittimo, ma poco condivisibile e sbagliato, che papa Francesco divida coloro che vivono l’aborto con superficialità da coloro che ne vengono colpiti “come una sconfitta”. L’aborto è per ogni donna un immenso dolore ed un enorme trauma umano, e questo Francesco lo sa bene. Nessuna donna si sbarazza del feto che porta in grembo con allegra “superficialità”. Detto questo, però, la rivoluzione teologica che Francesco propone è il perdono in confessionale, e dunque l’accesso all’Eucaristia, di ogni donna che abbia compiuto un aborto. Francesco è esplicito “ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono”. Non sembri ai laici, o agli agnostici, o agli atei una conquista da poco. Occorre tanto rispetto per quelle donne, e per quegli uomini, che credono ed hanno fede e aggiungono al drammatico percorso esistenziale dell’aborto anche il timore di una espulsione dai sacramenti. E questo ragionamento può valere anche per quei medici cattolici che qualche volta si sono lasciati coinvolgere nella pratica medica di un aborto, e che per questo non possono essere assolti nella confessione sacramentale. Ma questo è il piano del teologico e del sacro, che ha le sue regole, le sue tradizioni, i suoi riti, e perfino i suoi dogmi. E vi sono persone che vivono con estrema difficoltà il distanziamento per colpa grave dai sacramenti. L’umanizzazione di questo dramma apre le porte della Chiesa grazie alla rivoluzione “francescana”.

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