Juncker a Strasburgo: finzioni, ipocrisie ed espedienti di un tecnocrate alle prese con un problema epocale

Juncker a Strasburgo: finzioni, ipocrisie ed espedienti di un tecnocrate alle prese con un problema epocale

Il tecnocrate Juncker, presidente della Commissione europea, cambia pelle nell’Aula del Parlamento europeo di Strasburgo? Diventa improvvisamente il paladino dei diritti umani e del sogno europeo? Così è sembrato, leggendo e ascoltando il lunghissimo, e a tratti tedioso, discorso che ha tenuto nella mattinata di mercoledì a Strasburgo. Il suo accorato appello all’Europa della solidarietà, “ai ragazzi dell’isola greca di Kos che portano cibo ai siriani e a chi ha applaudito il loro arrivo nella stazione di Monaco”, sembra una nota stonata tra le parole di chi è abituato invece a burocratizzare con aride cifre il ruolo del governo dell’Europa. Probabilmente è il nuovo corso impresso dalla signora Angela Merkel, o forse è l’effetto di una rapida presa di coscienza di quanto sta avvenendo sulle coste europee, nelle stazioni europee, nel grande mare europeo, ai confini europei a centinaia di migliaia di esseri umani, persone dotate di diritti universali e inviolabili. Tuttavia, non possiamo fare a meno di comunicare, qui ed ora, di aver colto nelle parole di Juncker tutta l’ipocrisia di chi per un anno e mezzo ha voltato le spalle e non ha visto, o ha fatto finta di non vedere, ciò che accadeva nel mondo vicino all’Europa. Juncker, in fondo, è solo l’esponente di punta dell’Europa dei ricchi, viene dal Lussemburgo, piccolo ma potente Granducato nel cuore del continente e patria di mille violazioni alle regole fiscali comunitarie. Davvero questa Europa rappresentata da Juncker oggi vuole fare intendere al mondo che “i ragazzi di Kos” coi panini per i siriani sono la loro fotografia del Vecchio Continente? Ci scuserete se nutriamo ancora qualche dubbio, e abbiamo il timore che passata l’emergenza dei rifugiati e dei profughi, quando le acque del Mediterraneo non consentiranno più partenze per le condizioni atmosferiche, di quella Europa solidale resterà solo la sbiadita immagine di un’estate drammatica.

L’ammissione del fallimento

Ai parlamentari europei Juncker non ha nascosto le difficoltà dell’Europa: “non voglio abbattermi, ma l’Europa non è in buona forma. Ci siamo collettivamente impegnati a sistemare più di 22.000 persone giunte da fuori Europa entro il prossimo anno, dimostrando solidarietà con i nostri vicini. Naturalmente, ciò resta un impegno modestissimo se lo si compara agli sforzi erculei fatti dalla Turchia, dalla Giordania e dal Libano, che ospitano più di 4 milioni di rifugiati siriani”. Dunque, Juncker ammette che il piano di accoglienza dell’Europa non equivale a contrastare un’invasione. 22mila profughi in Europa, contro i 4 milioni tra Turchia, Giordania e Libano, sono una comparazione desolante, una comparazione che però rivela il reale stato delle cose. D’altronde, è stato lo stesso premier turco Davutoglu a scriverlo a chiare lettere sul quotidiano britannico Guardian: “le polemiche europee sono ridicole di fronte a ciò che abbiamo fatto e continuiamo a fare noi”. Come dargli torto? Tuttavia, Juncker non si è perso d’animo, ed ha illustrato ai deputati europei il secondo piano per contrastare l’emergenza attraverso un sistema obbligatorio di quote, che ha per obiettivo la sistemazione tra stati membri di altri 120.000 profughi, che si aggiungono ai 40.000 già censiti, temporaneamente accolti in Italia, Grecia e Ungheria.

Concedere asilo politico a chi cerca lavoro. Creare una lista di paesi sicuri

In un impeto di generosità, Juncker ha poi detto di essere “estremamente favorevole alla concessione del diritto di asilo a coloro che cercano lavoro e di guadagnare mentre la loro richiesta viene esaminata. Il lavoro, l’occupazione, è questione di dignità”. Se ne accorge ora? E per quelle persone che fino ad oggi sono state accolte con disprezzo, cosa ha da dire monsieur Juncker? E per coloro che giunti in Europa, invece della dignità del lavoro hanno trovato solo schiavitù e sfruttamento hanno da dire qualcosa Juncker, e l’intero sistema delle istituzioni europee? No, su questo punto, egli ha elegantemente glissato. Invece, con tono imperioso ha affermato: “dovremmo fare di tutto per cambiare le legislazioni nazionali al fine di concedere a rifugiati e migranti di lavorare dal giorno in cui arrivano in Europa”. Obiezione: se è così difficile identificare e registrare un profugo o un migrante, come dimostrano quotidianamente i fatti in Italia e in Grecia e in Ungheria, come pensa Juncker di fornire un lavoro legale? Questione lasciata volutamente agli stati nazionali. Però Juncker fornisce un metodo, quello di tracciare una lista del sistema dei paesi considerati “sicuri”, dopo aver riformato il Trattato di Dublino. “La Commissione”, ha detto Juncker, “propone una lista comune europea dei paesi di origine considerati sicuri. Questa lista consentirà agli stati membri di velocizzare le procedure di asilo per quei cittadini di paesi che si presumono siano luoghi sicuri per viverci. La presunzione di sicurezza deve, secondo noi, applicarsi a tutti quei paesi che soddisfano i criteri di base che il Consiglio europeo ha stabilito a Copenhagen per la membership europea – democrazia, stato di diritto, e diritti fondamentali. Regole che devono applicarsi anche a quei potenziali candidati dei Balcani occidentali”.

“Siamo stati tutti rifugiati in Europa”

Rivolto agli ungheresi il seguito del discorso di Juncker: “noi europei dobbiamo rammentare che l’Europa è un continente dove quasi tutti sono stati una volta rifugiati. I rivoluzionari ungheresi migravano in Austria dopo la rivolta contro il dominio comunista oppressa dai carri armati sovietici”. Ed ecco quella che appare una stoccata al cosiddetto gruppo dei quattro, Ungheria, Repubblica ceca, Polonia e Slovacchia, che hanno risposto negativamente al sistema delle quote obbligatorie: “possiamo costruire muri, possiamo costruire barriere di filo spinato. Ma per un attimo immaginiamo che voi e vostro figlio tra le braccia siate in un  mondo che avete conosciuto che viene fatto a pezzi. Non esiste un prezzo, né un muro che non si possa superare, né mare che non si possa attraversare, né confine che non si possa oltrepassare se è la guerra o la barbarie del cosiddetto Stato islamico che vi sta costringendo a fuggire”. Insomma, Juncker non esita a usare i toni lirici e poetici per convincere quattro paesi europei ad accettare regole elementari.

Ed ecco il ritorno del tecnocrate, dopo la solidarietà e la poesia

A questo punto del discorso, ecco che Juncker rimette gli abiti del tecnocrate e richiama l’utilità dei migranti per l’Europa: “non dimentichiamoci che siamo un continente che invecchia e in declino demografico. Avremo bisogno di talento. Nel corso del tempo, la migrazione si è trasformata da problema da affrontare a risorsa da gestire”. È proprio il lessico del tecnocrate europeo. Risorse umane e intellettuali da gestire, questa è, in fondo, la missione della Commissione europea verso gli immigrati, forza lavoro manuale e forza lavoro intellettuale da usare a piacimento. Poteva mancare una conclusione poetica? Affatto. Ecco cosa ha detto Juncker, sul finale del suo discorso: “l’Europa ha compiuto nel passato l’errore di fare distinzione tra ebrei, cristiani e mussulmani. Non esiste religione, né fede, né filosofia quando ci si riferisce ai rifugiati”. Sembra un appello contro il fondamentalismo, in realtà è solo un banale, ipocrita espediente retorico per dare una conclusione più o meno degna ad un discorso arido, sconcertante, sconclusionato. Se davvero questa è l’Europa degli statisti e dei governanti del XXI secolo, siamo davvero in pericolo.

Share

Leave a Reply