Renzi. Sulla legge per il Senato un “piano B”. Accordo con Berlusconi caso per caso. Tre piccioni con una fava

Renzi. Sulla legge per il Senato un “piano B”. Accordo con Berlusconi caso per caso. Tre piccioni con una fava

Ancora una volta giornaloni, televisioni e radio, danno una mano a  Renzi Matteo che si trova in qualche difficoltà e sta studiando mosse e contromosse in merito alla legge di riforma, si fa per dire, del Senato sulla quale rischia di andare a sbattere contro gli scogli. Una specie di “Piano B”, coinvolgendo Berlusconi. Prendiamo per tutti il titolo di apertura del Corriere della Sera: “In 6  mesi i posti stabili crescono del 36%. Il premier: con il Jobs  act il paese riparte”. Allora tutti in coro, viva Renzi. Il lettore tira un sospiro di sollievo. Perché è dal mese di marzo che Renzi annuncia, perlomeno due volte a settimana, che il paese riparte. Il che vuol dire che fino ad ora il paese non era ripartito. Ma siamo generosi, dirà l’ignaro lettore. Speriamo che sia la volta buona.  Ma così non è, tanto che lo stesso Corriere nel commento di Federico Fubini non è proprio entusiasta. Titolo “Ma lavorano in pochi”.

Il premier: siamo ripartiti. Bugia. Si sono persi 40 mila posti di lavoro

Già dai dati resi noti dall’Inps si capiva chiaramente che non c’era alcun aumento dei posti di lavoro. Si trattava solo di “stabilizzare” contratti precari per i quali l’imprenditore può usufruire per tre anni dei contributi dello Stato. Con grande chiarezza, Michele Tiraboschi, non un pericoloso estremista, un rivoluzionario, ordinario di Diritto del Lavoro  presso l’università di Modena e Reggio Emilia, coordinatore scientifico di Adapt-Marco Biagi, del quale fu stretto collaboratore, tira le somme dei dati Inps e annuncia che  si sono perduti  40 mila posti di lavoro. Renzi, nel frattempo, continua a raccontar balle ai poveri lettori dell’Unità sulle doti miracolose del Jobs act, definito “la strada giusta”. Già che c’era, ha parlato del nuovo Consiglio di amministrazione Rai, il più bello di ogni tempo, se  la prende con la società civile, la pone in contrasto con gli iscritti al Pd. Si domanda e si risponde: “i nostri iscritti sarebbero degli incivili? Certo che  no”. Un discorso privo di senso e di logica, gli serve per  attaccare, ancora una volta, personalità del mondo della cultura, che forse potrebbero dare una mano a definire un progetto per il servizio pubblico radiotelevisivo, magari partendo dal conflitto di interessi.

Il   voto dei senatori un incubo per il capo del governo, anche se ostenta sicurezza

Già, il conflitto di interessi di cui si sono perse le tracce in qualche corridoio del Parlamento.  Renzi non ne vuol sentire neppure parlare. Perché lavoro, Mezzogiorno, legge di stabilità sono problemi secondari. Lui ha in mente un disegno molto chiaro, esposto ai suoi collaboratori, ai ministri che manda di solito in avanscoperta, sul problema che potrebbe portarlo a una sconfitta clamorosa: la legge sul Senato, che la minoranza Pd vuole elettivo, come chiedono altri senatori che sostengono il governo, quelli guidati dal socialista Buemi,  poi dall’opposizione,  M5S, Sel, Forza Italia, Lega, gruppi minori. Non è un caso che i ventriloqui come la ministra Boschi, Guerini, Serracchiani, altri della segreteria, non perdano occasione di affermare che il Pd parlerà con tutti e quindi anche  con Berlusconi. Un nuovo patto del Nazareno? No, nella mente di Renzi c’è una strategia più raffinata.

Una strategia raffinata per convincere l’ex cavaliere a stringere una nuova alleanza

Al suo staff ne ha riferito alcuni caposaldi. Un “patto” sarebbe ingombrante, darebbe spago  alla minoranza  interna che lui invece punta a dividere, isolando i 28 parlamentari che hanno firmato l’emendamento sulla elettività del Senato. Alcune personalità politiche che facevano parte della minoranza hanno già tirato i remi in barca, come il ministro Martina e il sottosegretario Pizzetti, proponendo una mediazione ridicola, un listino in cui si indicano i consiglieri regionali che diventeranno senatori.  Questa proposta concordata con la presidente della Commissione affari costituzionali, Anna Finocchiaro, potrebbe essere il grimaldello per far saltare gli emendamenti di Forza Italia. Si sussurra che Berlusconi sarebbe d’accordo. È vero che il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Brunetta, pone anche il problema di rivedere l’Italicum, non voto di lista ma di coalizione per il premio di maggioranza. Ma potrebbe tornar comodo anche a Renzi, visti i sondaggi. Se l’operazione va in porto prende tre piccioni con una fava. Un miracolo contro natura. Ma il segretario-premier è capace di tutto. Magari con una spintina dell’ex presidente Napolitano che torna a difendere a spada tratta il Senato non elettivo.

L’accordo con Forza Italia porterebbe 45 voti essenziali anche per umiliare la minoranza Pd

L’accordo con Berlusconi porterebbe 45 voti a favore del testo originale. Dopo le riforme costituzionali, legge per legge, non c’è bisogno del Nazareno, possono farsi garanti Lotti (si dice ottimista) e Letta, Gianni perché il nipote sta ancora a meditare su quello “stai sereno”, e dimessosi da deputato continuerà a far politica, non dalla parte di Renzi, anzi. Cosa ci guadagnerebbe Berlusconi? Non solo rientrerebbe in campo, ma renderebbe nullo il ruolo di Verdini, Fitto e compagnia cantando. Potrebbe puntare a raggruppare tutto il centrodestra e diventare la seconda forza elettorale, lasciando a terra sia i grillini che la Lega di Salvini. Renzi farebbe il tris: porterebbe a casa non una riforma ma una “deformazione” della Costituzione nel segno dell’uomo solo al comando, lui. Terrebbe per l’orecchio, fino alle elezioni del 2018, poi si vedrà, Silvio Berlusconi. Il quale potrebbe portare a casa alcune delle “sue riforme”, come non riuscì a farlo quando governava. Stante il nuovo consiglio di amministrazione della Rai che conterà meno del due a briscola. Mediaset è al sicuro. La terza carta: l’umiliazione della minoranza che non avrebbe molte scelte. O chinare la testa, recitare il mea culpa, e rientrare nell’ordine costituito, quello di Renzi, il quale potrebbe continuare a dire che lui è uno di sinistra e le leggi approvate sono di sinistra. Diciamo una linea Orfini. Oppure lasciare un partito in cui non hanno nessun ruolo, prima che sia il segretario a cacciarli.

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