Rai: eletti sette consiglieri del Cda dalla Commissione di Vigilanza parlamentare. I partiti occupano e lottizzano “di tutto e di più” di prima

Rai: eletti sette consiglieri del Cda dalla Commissione di Vigilanza parlamentare. I partiti occupano e lottizzano “di tutto e di più” di prima

I sette nomi del Consiglio di amministrazione della Rai, partoriti nell’ambito della Commissione di Vigilanza parlamentare, rispondono a precisi criteri di lottizzazione partitica. Non è una novità, è vero. Ma questa volta, l’indignazione è più grande perché l’ordine di scuderia, almeno per i cinque settimi, arriva direttamente da Matteo Renzi, colui che ha fatto della rottamazione di alcune personalità della politica non solo il suo cavallo di battaglia ma anche la sua arma vincente. E non solo. Se si analizza più da vicino ideologie e culture di cui sono portatori i cinque settimi del nuovo cda, si scopre qualcosa che fa indignare ancora di più: la vittoria del pensiero unico di origine democristiana, del ritorno al passato. La scelta compiuta il 4 agosto è figlia dunque della peggiore stagione della lottizzazione della Rai, come mai si era visto finora con tale arroganza del potere, e la fine della espressione plurale delle culture in Rai. È quest’ultimo aspetto che fa indignare ancora di più leggendo nomi e storie dei nominati.

Chi sono i magnifici sette del Cda

Partiamo dai due consiglieri eletti dalle forze di centrodestra, Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzuca. Entrambi giornalisti, entrambi su posizioni conservatrici, entrambi dichiaratamente di tradizione cattolica reazionaria. Accanto a loro siederà Paolo Messa, su esplicita indicazione di Angelino Alfano. E a quale tradizione culturale appartiene Paolo Messa? Nomen omen, a quella democristiana, di culto folliniano, perché con Marco Follini ha condiviso la stagione particolarmente dura delle divisioni e delle fratture tra clan degli ex democristiani. Al tavolo per ora virtuale del Cda Rai, gli siederà accanto Franco Siddi, giornalista pure lui, per sette anni segretario della Federazione nazionale della stampa, ma anche lui di dichiarate tradizioni cattoliche. Per ora quattro su sette. Aggiungete il signor Guelfo Guelfi, noto come spin doctor delle campagne elettorali di Renzi, fin da quando Renzi era presidente della Provincia di Firenze, e attualmente presidente del Teatro Puccini di Firenze. Di lui si sa quasi nulla, ma nutriamo il sospetto che da bravo spin doctor di un premier cattolico ed ex democristiano, ne condivida la tradizione culturale di partenza. Se fosse così, sarebbero cinque su sette. Il pensiero unico della destra cattolica ne risulterebbe il vero vincitore, mentre una difficile stagione si aprirebbe per il servizio pubblico, con un attacco al pluralismo, dell’informazione e del racconto dell’Italia, che neppure Bernabei si è mai sognato di fare.

Ne restano due. Uno è Carlo Freccero, una solida esperienza di direzione in importanti reti televisive e nella macchina produttiva della Rai, grande lettore di opere filosofiche e attento cultore del pensiero critico, soprattutto di derivazione francese. Freccero è stato eletto dai parlamentari di Sel e del Movimento 5 Stelle. L’altra, unica donna, si chiama Rita Borioni. Non è notissima al grande pubblico, ma è una studiosa di storia dell’arte e avendo fatto carriera nel partito, prima nel Pds, poi nei Ds, e oggi nel Pd, può vantare un’esperienza anche parlamentare in fatto di organizzazione della cultura. Questi i suoi innegabili lati positivi. Quali sono i suoi limiti? Uno è emerso dai resoconti giornalistici che parlano di lei “in quota Orfini”, una cattiveria, certamente. L’altro potrebbe essere dettato proprio dalla timidezza della studiosa di professione in un contesto di personaggi molto “scafati”, come si dice da queste parti. Noi possiamo solo rivolgere a Freccero e a Rita Borioni la “preghiera” che da laici riescano a mantenere alto il valore del pluralismo culturale nel servizio pubblico, non come concessione ma come diritto. Ci spaventa un destino da pensiero unico, anche perché mentre scriviamo non sappiamo ancora quali saranno i due consiglieri, tra i quali il presidente, nominati dall’azionista di maggioranza, il ministro Padoan. Mentre già è noto da tempo il nome del nuovo direttore generale della Rai, che sostituirà Gubitosi. Si tratta di Antonio Campo Dall’Orto, cresciuto televisivamente a Mediaset e a Publitalia, è passato per la7 ed ora è in Viacom.

Le reazioni

Difficile trovare una reazione positiva a questi nomi e al metodo lottizzatorio utilizzato dalla Commissione parlamentare di Vigilanza. Almeno fino a quando scriviamo queste note, sembra che l’unico che abbia sostenuto la bontà di queste scelte, le migliori possibili uscite dal cilindro dei partiti di maggioranza,  sia stato proprio il presidente del Pd, Matteo Orfini, in più interviste. A Orfini però nessun giornalista ha chiesto conto del metodo lottizzatorio. Gli hanno lasciato attaccare la scelta, del tutto legittima, della minoranza del pd di votare Ferruccio De Bortoli, proprio per segnare una differenza di merito e di metodo.

Camusso: il pessimo gusto di nominare il proprio spin doctor

Le reazioni critiche più interessanti tra le altre ci sembrano quella di Susanna Camusso, che al filo diretto negli studi di Repubblica.tv ha detto: “siamo di fronte ad una perfetta spartizione. Con tutto il rispetto, non è di particolare buon gusto mettere il proprio spin doctor nel Cda della Rai”. Lo spin doctor è appunto quel Guelfo Guelfi del quale non è nota alcuna particolare conoscenza e competenza mediatica o televisiva o radiofonica. Essere presidente di un teatro non vuol dire capire e gestire la complessità della più grande azienda culturale italiana. Ecco perché ha ragione Camusso, è di pessimo gusto che Renzi abbia scelto un signore della sua cerchia. A sua volta, il segretario di SLC Cgil, Massimo Cestaro, ha insistito sulla lottizzazione e si chiede quale sarà “il criterio di finanziamento del servizio pubblico, mentre sta per scadere la convenzione Stato/Rai senza che nel frattempo sia stato definito il profilo della Rai”.

Vincenzo Vita: obsolescenza di un modello intrinsecamente conservatore

Vincenzo Vita, uno dei massimi esperti di mediologia, parlamentare ed ex sottosegretario alle Comunicazioni nei governi Prodi sottolinea a Jobsnews: “Tra un tempo e l’altro della discussione  sulla Governance della Rai, flash back alla vecchia legge Gasparri. È stata eletta, con le ingiallite regole tuttora vigenti, la componente (7 su 9) di fonte parlamentare del consiglio di amministrazione”. Vita stigmatizza il fatto che “ciò che risalta è l’obsolescenza del modello in vigore, che è intrinsecamente conservatore. Il rapporto con i partiti, esorcizzato è indicato come la madre di tutti i mali, trova un’insperata epifania. E dire che Renzi aveva detto con enfasi che la Rai andava liberata dalla politica, con la legge Gasparri in soffitta. Una farsa tragica. Come prima, più di prima”.

L’indignazione dei giornalisti dell’Usigrai

“La spartizione è servita. Come nelle peggiori tradizioni della partitocrazia, in pieno agosto ci si è affrettati a spartirsi le poltrone della Rai. Non è una questione di nomi, di questo o quel consigliere. È una questione di metodo. Utilizzato anche da chi aveva promesso di rottamare il passato”. Scrive in una nota l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai.

“Il CdA Rai è stato nominato con il bilancino dei partiti, senza alcun tipo di discussione sul mandato del nuovo vertice, e quindi sui profili necessari a traghettare verso il futuro la più grande azienda culturale e informativa del Paese, né sul finanziamento. E tutto questo è ancora più grave visto alla vigilia del rinnovo della Concessione di Servizio Pubblico. Ancora una volta i partiti hanno affermato che la Rai è proprietà loro. I cittadini possono aspettare. Per loro e per la Rai non è la volta buona”.

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