Papa Francesco prosegue la sua rivoluzione nella Chiesa. Accoglienza e non scomunica per divorziati risposati e i loro figli

Papa Francesco prosegue la sua rivoluzione nella Chiesa. Accoglienza e non scomunica per divorziati risposati e i loro figli

Nel corso dell’udienza del mercoledì, papa Francesco ha rotto un altro tabù della Chiesa cattolica, l’ammissione e l’inclusione delle persone divorziate e risposate, sulle quali, secondo il Diritto canonico, pesa la scomunica. Per un laico, questa notizia può portare a qualche sorriso, ma per milioni di fedeli di tutto il mondo può rappresentare una svolta importante per la loro vita di fede. I laici difficilmente possono interpretare lo stato di angoscia che può aggredire un fedele cattolico che per mille ragioni è stato costretto a divorziare e poi a risposarsi, di fronte alla grande questione, per lui o per lei, dell’ammissibilità ai sacramenti. Non è una rivoluzione di poco conto, perché sul piano culturale quella che papa Francesco propone è la rivoluzione della pietas e della misericordia contro la rigidità della legge canonica. Ed è in piena sintonia con quanto scrive il Vangelo, quando il Cristo ricorda, davanti ai sacerdoti ebrei, che “non l’uomo è fatto per la legge, ma la legge per l’uomo”, a proposito dell’osservanza del sabato.

La dottrina cattolica considera i fedeli divorziati che si risposano come persone che vivono nel peccato, e a loro non viene concessa la Comunione, il momento sacramentale più alto della Messa. Le aperture di Francesco alle coppie dei fedeli risposati, se ancora non significano concretamente riforma della dottrina e del Diritto canonico, in base alla rivoluzione della misericordia possono però condurre ad una parziale revisione delle forme di inclusione, a partire ad esempio da quei fedeli che pur essendo divorziati non sono sposati. Alcuni parroci già applicano una forma di pietas, e di trasgressione rispetto alla legge, ammettendo alla Comunione i fedeli divorziati. Si è aperta una speranza, oggi, per i divorziati risposati di essere ammessi anch’essi ai sacramenti, ma quest’ultima battaglia è la più difficile, per la presenza in Vaticano di teologi e vescovi molto meno disposti a rendere concreti questi cambiamenti epocali. Anche perché essi rispondono con la più classica delle citazioni bibliche “non osi l’uomo dividere ciò che Dio ha unito”, e soprattutto temono una caduta dell’egemonia del pensiero di tradizione paolina, che da secoli si è imposta nelle decisioni della Chiesa sulla famiglia, a partire dal dettato di Paolo per il quale “la donna sia sottomessa all’uomo”, uno dei punti più controversi della dottrina. E se la Chiesa ha dovuto fare i conti con la modernità che ha trasformato, finalmente, i rapporti tra i generi, se la Chiesa ha dovuto fare i conti con la presenza dell’omosessualità anche nella comunità ecclesiastica, ora deve fare i conti con la presenza dei divorziati risposati.

Parlando delle nuove famiglie, con atteggiamento di apertura e di pietas, papa Francesco aveva già detto, in più occasioni: “come non possiamo prenderci cura di coloro che, in seguito all’irreversibile fallimento della loro famiglia, si legano ad una nuova unione?”. E spesso ha aggiunto: “Quelli che hanno dato vita a una nuova unione dopo la sconfitta del loro matrimonio sacramentale non sono tutti da scomunicare, e non vanno assolutamente trattati in quel modo”. Nell’udienza estiva di questo mercoledì 5 agosto ha voluto poi concludere: “appartengono sempre alla Chiesa”, e la Chiesa deve sempre avere le “porte aperte”. Il papa non poteva non riconoscere che la dottrina considera sbagliata una nuova unione dopo il divorzio, e che “la Chiesa sa bene che questa situazione contraddice il sacramento cristiano del matrimonio”, ma la Chiesa, ed è questa la grande rivoluzione del pensiero “francescano”, deve sempre cercare il benessere e la salvezza delle persone. Nulla di più evangelicamente corretto è stato mai detto da un pontefice perfino in epoca contemporanea.

E infine la domanda cruciale e dura come una pietra: rivolgendosi esplicitamente ai parroci e ai vescovi ha chiesto come sia possibile che la Chiesa possa dimenticare quei figli cresciuti da genitori divorziati e risposati. “Del resto” ha detto il papa “come potremmo raccomandare a questi genitori di fare di tutto per educare i figli alla vita cristiana, dando loro l’esempio di una fede convinta e praticata, se li tenessimo a distanza dalla vita della comunità, come se fossero scomunicati? Si deve fare in modo di non aggiungere altri pesi oltre a quelli che i figli, in queste situazioni, già si trovano a dover portare! Purtroppo, il numero di questi bambini e ragazzi è davvero grande. È importante che essi sentano la Chiesa come madre attenta a tutti, sempre disposta all’ascolto e all’incontro”.

Per questo, i pastori “non aggiungano altro peso a quello che viene già sopportato dai figli in queste situazioni. E il numero di questi ragazzi e giovani sfortunatamente è davvero molto grande”. Pertanto, ha detto papa Francesco, con una logica che dovrebbe interessare anche i laici e i cristiani non cattolici, se si guarda a questi nuovi legami con gli occhi dei ragazzi, si vedrebbe anche di più l’urgenza di sviluppare nelle nostre comunità la vera accoglienza verso coloro che vivono in queste condizioni. Il punto vero e sostanziale di tutto il pontificato di papa Francesco è quello di completare l’opera dei suoi due predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, di fornire importanti risposte al grande male della società contemporanea, la secolarizzazione e la scristianizzazione, con l’allontanamento di milioni di persone dalla Chiesa.

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