Palestina. Seconda parte del racconto esclusivo di Stefania Limiti nella disumanità dei campi profughi con il Comitato “Per non dimenticare, il rientro dei palestinesi”

Palestina. Seconda parte del racconto esclusivo di Stefania Limiti nella disumanità dei campi profughi con il Comitato “Per non dimenticare, il rientro dei palestinesi”

La giornalista Stefania Limiti ci racconta in esclusiva il suo viaggio nella terribile realtà dei campi profughi palestinesi. Stefania Limiti è membro del Comitato “Per non dimenticare, il rientro dei palestinesi”.

18 agosto

Facciamo tappa con i membri del Comitato “Per non dimenticare, il rientro dei palestinesi”, innanzitutto, al Memoriale di Yasser Arafat alla Muqada.Visitiamo la tomba di Arafat. Ci accompagna Zaccaria Alaja, esponente di un’antica famiglia palestinese e capo dipartimento dei rifugiati dell’Olp. È lui che segue i casi più drammatici. Ormai anziano, è una delle personalità di spicco nella comunità palestinese. Non ha esitato a rispondere ad una domanda esplicita sul campo di Jarmuch, in Siria, dove oggi c’è il deserto. Fino a pochi anni fa, c’erano migliaia di palestinesi in quel campo, oggi tutti evacuati. Alaja ci ha detto che una parte della direzione del campo ha aperto le porte ad elementi legati ai gruppi terroristici della componente del Fronte popolare di Jibril, interessati a creare caos. “Sulla Siria”, ci racconta, “come palestinesi, non abbiamo preso posizione nella guerra civile. Ma una parte dei palestinesi si è comportata in modo tale da esporre tutta la popolazione del campo al terribile terrore delle bande armate che girano in Siria”. Per questo, ci fu una vera e propria fuga dei profughi. Alaja è parso molto preoccupato per le condizioni di vita in tutti campi palestinesi ed ha chiesto un’azione politica di pressione sul nostro governo affinché intervenga sull’Onu per rifinanziare l’Unrwa, il dipartimento che si occupa degli aiuti ai profughi palestinesi. La quota che viene versata dagli Stati è volontaria. Mancano appena 100 milioni dollari, ci dice Alaja. E ogni giorno, presso la sede dell’Unrwa a Ramallah vi sono manifestazioni per richiamare l’Occidente alle sue responsabilità, soprattutto di insegnati e bambini delle scuole. Senza quei finanziamenti di pochi milioni dollari, non apriranno le scuole. Le conseguenze saranno di una destabilizzazione che colpirà soprattutto i giovani. Alaja teme che senza quest’aiuto, i giovani saranno carne da macello per il Daesh, come si chiama in arabo il Califfato di Al-Bagdadi.

Ci spostiamo a Ramallah, dove incontriamo Leyla Ghannan, la governatrice del distretto. È una figura energica, aperta, gioviale, che ha avuto su tutta la nostra delegazione un impatto positivo. Ci racconta la realtà drammatica dell’occupazione. Ci dice che ci sono due emergenze: troppi prigionieri politici nelle carceri israeliane, sottoposti a trattamenti disumani e senza accuse precise.  Praticamente ogni famiglia palestinese ha un prigioniero in Israele. Oggi, nelle carceri israeliani ci sono ancora 6000 detenuti palestinesi, molti dei quali trattenuti in condizioni disumane e degradanti e sottoposti a torture. Leyla Ghannan dice che l’altra emergenza è la progressiva colonizzazione dei territori. Il problema dell’economia palestinese è quello di un paese occupato, dove non si può fare alcuna scelta autonoma né programmazione futura. Le terre vengono rosicchiate dai coloni. È questo il problema centrale. A Ramallah non vi è un centro medico oncologico, ad esempio, perché non si possono fare entrare farmaci non compresi nell’accordo di Parigi. Pensate che qui non possono entrare neppure gli insetticidi perché gli israeliani credono che possano essere usati come bombe. La governatrice di Ramallah dice di aver accettato di non essere eletta attraverso le quote rosa. Anzi, ha ottenuto praticamente un plebiscito dalla popolazione di Ramallah. Ci ha esortati a non essere estremisti nella solidarietà verso il popolo palestinese, perché non serve.

Un aspetto negativo che abbiamo colto è vedere costruzioni realizzate senza piani regolatori. Finanziamenti e soldi buttati via, nel mattone. Ci sono case e abitazioni ormai vuote o distrutte. E tuttavia, ai palestinesi viene negato, dal 1967, il diritto di scavare pozzi per l’acqua, una grave contraddizione. I campi profughi sono stati regolati dai cosiddetti accordi di Oslo. Gli accordi di Oslo furono firmati nel 94 e prevedono tre zone: la zona A: le grandi città dove i palestinesi hanno competenza sull’ordine e la sicurezza. La zona B, che comprende le aree attorno alle grandi città, dove la sicurezza è degli israeliani. La zona C, che comprende il 67% dei territori, riguarda le terre dove gli israeliani hanno competenza su sicurezza e amministrazione. Dal 1994 ad oggi, la geografia è mutata. Nei campi dove sono necessarie fognature e discariche, ad esempio, la competenza resta agli israeliani. Si verifica un nuovo fenomeno, quello dell’urbanesimo, con il progressivo svuotamento delle campagne dei Territori occupati. Ed è ovvio che ciò necessita di una revisione del trattato di Oslo.

I giornali della destra israeliana scherniscono spesso la governatrice di Ramallah, ma i palestinesi ne parlano come una donna tosta, una che difende la dignità del suo lavoro. Sul tema degli accordi di Oslo, abbiamo incontrato Jamal Muzil, storico dirigente dell’Olp, il quale ritiene che dopo 20 anni, si possa rivelare come su Oslo i palestinesi si divisero. Sui 70 membri del comitato esecutivo Olp, 40 furono favorevoli, mentre 6 furono i no, 24 gli astenuti. Lui votò no, ma oggi difende le scelte dell’Olp e dell’Autorità nazionale palestinese. Ci dice che fu l’assassinio di Ytzak Rabin ad aver creato i presupposti per il fallimento degli accordi di Oslo. Nell’amarezza dei suoi ricordi, ci rivela che la discussione all’interno della dirigenza palestinese sul trattato di Oslo, si concentrò sul rischio di legittimare il fatto che i palestinesi potessero diventare prigionieri nelle loro terre. E così è accaduto. Oggi, il futuro dei palestinesi non può che passare sul ritorno dei profughi nel loro Stato.

Torniamo dalla governatrice di Ramallah, Leyla Ghannan, che ora si vergogna del fatto che i palestinesi siano così divisi. È preoccupata perché qualcuno, ci dice, sta cercando di costruire un emirato a Gaza. Le divisioni sono fomentate da chi vuole che i palestinesi litighino tra di loro, anziché preoccuparsi dell’occupante.

19 agosto

Continua il percorso del Comitato “Per non dimenticare, il ritorno dei palestinesi”. Siamo a Gerusalemme. Conserva intatta la sua bellezza e la sua magia.  Dopo ci rechiamo a Jaffa, città israeliana sul mare, dove il 60% della popolazione è palestinese. Oggi ci siamo concentrati sul campo profughi di Shufat, a ridosso di Gerusalemme. Questo è l’unico campo della parte nord di Gerusalemme, creato nel 1965 per ospitare i profughi del 1948, e poi ospitò quelli del 1967. Oggi ospita 23.000 persone in 1 km quadrato. Le condizioni igieniche e sanitarie sono davvero mostruose, disumane. Nel campo di Shufat la popolazione gode di un permesso di residenza a Gerusalemme e teoricamente ha il permesso di accedere alla Città Santa e ai servizi sanitari israeliani. Nella realtà, queste persone vivono in un ghetto, dove è evidente il tasso di marginalità tanto elevato, in cui circola la droga, e dove la organizzazione del campo affronta il disagio mentale, il degrado e la violenza. Spicca il lavoro valoroso dei dirigenti del centro di riabilitazione dei disabili, nato nel 1993, con una utenza di circa 150mila persone. Assistono 500 famiglie con problemi di disabilità mentale e fisica.

Il campo di Shufat si trova nella zona C, ed è totalmente dipendente da Israele. Ma gli israeliani non se ne curano affatto. È una specie di zona franca, dove continuano ad arrivare profughi, anche quelli che subiscono le demolizioni nella zona est di Gerusalemme, la parte araba.  I dirigenti del campo ci dicono che l’Unrwa interviene con molta difficoltà e lentezza su questo campo. Le condizioni di vita sono spaventose, ma è impensabile una deportazione. Dove? I palestinesi di questo campo vorrebbero restare qui, perché temono che sia in atto un progetto di divisione di Gerusalemme dai palestinesi. Il muro che cinge Gerusalemme e la divide dai palestinesi appare orribile, inquietante, e la lotta contro il muro è una priorità per i palestinesi che vivono qui. Il muro è l’applicazione del tentativo di epurazione della popolazione palestinese. La sua costruzione sembrava l’idea di un folle, eppure è stata realizzata. Le autorità internazionali non sono mai intervenute per bloccare questo scempio. Anzi, la sua costruzione prosegue e si allarga.

Siamo passati dal check point Qalandia, punto da cui si entra a Gerusalemme. Sul nostro pullman salgono alcuni soldati israeliani coi mitra spianati. Fanno impressione. Non controllano nulla, ma ci sfiorano con le punte dei mitra.

20 agosto

Ci dirigiamo verso il Campo di Aida, nei pressi di Betlemme. La distanza da Betlemme a Ramallah è di circa mezzora se la strada fosse percorribile. Invece, costringono a percorrere un lungo giro attraverso la Valle del Fuoco, bellissima e affascinante sul piano naturalistico. Occorre passare per il check point Container. È una sorta di dogana, spesso chiuso, e nessuno sa mai perché. I palestinesi ci raccontano che basterebbe una telefonata, e il doganiere chiude per rispondere.

Visita rapida a Betlemme, città della Cisgiordania, che conserva la chiesa della Natività, in ristrutturazione a cura della Università di Parma. Nella piazza principale vi è il centro per la pace. Finalmente  arriviamo al Campo di Aida, circondato dal muro costruito da Israele, che si trova nei pressi di Betlemme. Estremamente controllato. Centro di forti tensioni. Scontri quasi quotidiani. Poche ore prima, era arrestato un ragazzo di 15 anni, accusato di avere con sé un coltello. La contabilità qui è la seguente: 70 prigionieri politici dei quali 60 ragazzi. Aida è un campo in cui risiedono solo 5000 persone in mezzo km quadrato, ed è una densità inferiore a molti altri campi. Si vede per le migliori condizioni igieniche e sanitarie. Può essere che ciò sia l’effetto della visita di Benedetto XVI nel 2008. Comportò uno sforzo particolare di accoglienza in questo campo, che al suo ingresso ha murales straordinari e un palcoscenico preparato appunto per Benedetto XVI. Nel campo di Aida è possibile ancora visitare una vecchia casa costruita nel 1953 per accogliere i profughi del 1948. Questa casa è ora abbandonata, ma è stata lasciata a ricordo di allora, quando l’Unrwa era in grado di fornire una stanza di 3×3 metri. È un monumento ai primi insediamenti. In tutta la Cisgiordania vi sono più 500mila profughi, che vivono in 23 campi. 22 sono i check point fissi, ai quali vanno aggiunti i check point mobili.

21 agosto

Siamo davanti al Mausoleo dedicato a Mahmoud Darwish e rende onore alla dignità e al valore del poeta che ha cantato la lotta di liberazione del popolo palestinese. Il monumento sorge in una vasta area accanto alla Muqada, dove risiede il governo del’ANP. È davvero molto grande e oltre a una sala dove sono conservati i libri e le opere di Darwish, visitiamo la sua suggestiva stanza, la sua scrivania. L’area ha un anfiteatro dove vengono svolte varie attività. Mi ha colpita la solidità di questo memoriale, che insieme alla storia dà la speranza di qualcosa che si possa costruire nel futuro.

Oltre al memoriale, abbiamo fatto visita al Belin, dove ogni venerdì ci sono manifestazioni del comitato contro il muro di separazione. Ci sostiamo verso il campo di Bir Zeit, che offre un’immagine leggermente diversa, solo 500 abitanti. Costruito nel 1952. Gli abitanti si sono spostati perché il campo è all’interno della città di Bir Zeit e non offre possibilità di allargamento, ed è per questo che è anomalo tra i campi. Strade strette e case che tendono vero l’alto, si aggiungono di volta in volta nuovi piani. L’acqua arriva due volte a settimana, raccolta in cisterne sul terreno e pompata verso le botti sopra i palazzi. Nelle colonie illegali ebraiche, lo ricordo, l’acqua arriva senza interruzione.

Terminiamo questa giornata al Campo di Jalazone. La situazione è analoga a quella degli altri campi: 18000 persone in 800 metri quadrati. Dista 5 km da Ramallah. Si trova insieme a Shurat e Qalandia in una zona limitrofa a insediamenti di coloni, ed è sottoposto a numerose tensioni. Attualmente, sono 40 i prigionieri politici catturati in questo campo. Eman Adawi è una signora che si occupa della diffusione delle droghe sintetiche all’interno dei campi. Ci racconta che si tratta di un problema notevole e importante. Non esistono leggi che puniscono lo spaccio e la diffusione delle droghe. Loro tentano un recupero dei giovani palestinesi che consumano droga. Nei Territori occupati finora sono stati accertati 84 casi di AIDS. La signora Adawi è convinta che sia in atto un tentativo di marginalizzare questa gioventù palestinese. La diffusione delle droghe nei campi, sostiene, fa pensare a una precisa strategia per rendere questi giovani inoffensivi e innocui. E impreparati ad una lotta contro l’occupazione.

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