Palestina. La giornalista Stefania Limiti ci racconta i suoi giorni nei campi profughi

Palestina. La giornalista Stefania Limiti ci racconta i suoi giorni nei campi profughi

Stefania Limiti, giornalista, è membro del Comitato italiano “Per non dimenticare. Il diritto al ritorno dei palestinesi”. Dal 13 agosto, insieme con tre delegazioni, è in Palestina, nei campi profughi. Racconterà, quando potrà, ai nostri lettori, una realtà dei Territori occupati forse del tutto ignota e inedita. La racconterà con gli occhi di chi ama il popolo palestinese e si batte per i suoi legittimi diritti. Grazie a Stefania, da parte di tutti noi e di tutti i nostri lettori.

Faccio parte del Comitato italiano “Per non dimenticare, il diritto al ritorno dei palestinesi”. Dal tredici di agosto, una nostra delegazione è arrivata in Cisgiordania. Il nome del Comitato deriva dal precedente comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila”. Da 10 anni, il nostro Comitato porta una delegazione italiana nei campi profughi dei Territori occupati.

Le delegazioni sono tre, ognuna impegnata nei campi profughi di Libano, Giordania e Cisgiordania. Non abbiamo potuto recarci in Siria e a Gaza perché le tensioni, anche militari, non ce l’hanno consentito, per ovvie ragioni di sicurezza. Le difficoltà hanno imposto la cancellazione del viaggio già previsto a Gaza. Il nostro obiettivo è quello di ricordare all’Italia che il diritto al ritorno dei palestinesi nelle loro terre è sancito dal diritto internazionale, da una Risoluzione Onu, la 194, che ne stabilisce il rientro come diritto. Diritto purtroppo mai applicato.

Centinaia di migliaia di palestinesi vivono nei campi profughi, mentre la diaspora è tra le più consistenti al mondo. Nei campi profughi i palestinesi vivono in condizioni disumane, assistiti dalla sola Unrwa, l’agenzia dell’Onu che si occupa appunto dei palestinesi.  La missione della Unrwa era appunto il rientro dei palestinesi nelle loro terre d’origine.

La prima tappa: Amman, l’Unione delle donne giordane

Amman, capitale della Giordania. Siamo stati accolti dall’Unione delle donne giordane, una unione storica che in realtà raccoglie le donne palestinesi, per il divieto imposto ai palestinesi di associarsi autonomamente. Sono attivissime nel sostegno dei profughi, hanno rapporti internazionali e notevoli attività di scambi politici e organizzativi. Si sono occupate dell’affermazione dei diritti delle donne palestinesi nei paesi ospitanti. E soprattutto hanno sempre avuto attenzione alla rivendicazione dei valori di laicità che hanno accompagnato la lotta di liberazione palestinese, oggi messi in discussione dal fanatismo religioso presente in alcune fazioni palestinesi.

16 agosto: cerchiamo di entrare nei Territori occupati

Il 16 di agosto la nostra delegazione è giunta al ponte di Allenby, come lo chiamano gli israeliani o di re Hussein, come lo chiamano i giordani, o della dignità, dal nome di Carame, la città palestinese che si trova in quest’area. È  il punto di confine dal quale si entra nei Territori occupati. Entriamo dall’ingresso riservato ai palestinesi. E ci troviamo coinvolti in una situazione difficile e antipatica per una serie infinita di controlli. Dopo i ripetuti controlli, siamo smistati all’interno di un capannone. Qui ritroviamo i nostri bagagli e finalmente ci dirigiamo alla volta di un autobus che ci conduce a Ramallah.

Ramallah

Primo giorno a Ramallah. La delegazione è formata da 22 persone, provenienti da diverse parti d’Italia, ma con la stessa condivisione della passione per la Palestina libera e per il rientro dei palestinesi nelle loro terre. L’ingresso nei Territori occupati è stato davvero traumatico: il confine tra Giordania e Israele prevede un doppio controllo di passaporti e bagagli, anche se i due paesi hanno normali relazioni diplomatiche. Dopo essere usciti dal territorio giordano si entra in territorio israeliano, dove c’è un altro controllo che consente di avere il visto per i Territori occupati. È qui che alcuni di noi hanno avuto problemi con le autorità israeliane di frontiera. Devo dire che è stato grazie all’intervento della deputata del Pd, Enza Bruno Bossio, che siamo riusciti ad entrare. Vi è stato comunque bisogno dell’intervento del Consolato italiano perché ritenevano che una parte di noi non potesse entrare. Senza nessuna buona ragione. Il comportamento delle autorità è stato inutilmente provocatorio.

Abbiamo impiegato un giorno per entrare in territorio palestinese. L’approccio con la realtà palestinese è stato duro. Ha l’effetto di farti entrare subito in contatto con la realtà dell’occupazione militare.

Jenin

Primi incontro con il governatorato di Jenin, a nord. Ora, abbiamo un’idea reale, concreta, di cosa voglia dire vivere sotto occupazione militare. Nei territori palestinesi, anche se controllati da ANP, ma sotto occupazione israeliana, vi sono 24 campi profughi, 1 a Tubas, 1 a Jenin, 4 a Nablus, 7 a Ramallah, 2 a Gerico, 3 a Betlemme, 2 a Hebron e 2 a Gerusalemme. I palestinesi vivono a casa loro, ma all’interno di campi profughi. Perché?  Sono palestinesi che dal 148 e dal 1967 sono stati deportati e costretti a vivere in accampamenti che nel corso degli anni sono divenuti veri e propri campi profughi. Ciò significa che sono sotto gestione amministrativa dell’Unrwa, che provvede alla sanità, all’istruzione e alla gestione alimentare e all’assistenza di chi vive nei campi. Uno dei problemi più grandi che ci ha esposto il governatore di Jenin riguarda proprio la crisi della Unrwa, che ha visto decurtati i finanziamenti da parte dei paesi occidentali e donatori. La conseguenza è che sono costretti a rinviare la riapertura dell’anno scolastico. Molti ci dicono che la mancanza di fondi dell’Unrwa inciderà molto negativamente sull’istruzione e si presenterà un futuro disastroso per centinaia di migliaia di bambini e adolescenti palestinesi, prede di altre “scuole” con ben altri intenti, jihadisti. Il governatore ci ha spiegato cosa voglia dire non avere alcuna autorità politica o amministrativa sulle decisioni che passano attraverso lo stato occupante. Non può, ad esempio, impedire ad un soldato israeliano di fare i suoi controlli ovunque.

Noi siamo qui per questo, per raccontare nei nostri paesi l’occupazione militare israeliana. Il campo di Jenin è di 1 km quadrato e ospita 25mila persone, e questa è la proporzione media per tutti gli altri campi. Ecco perché qui non esistono le basi per una vita normale.

Da Jenin a Farah

Dopo Jenin, prima di arrivare a Farah, facciamo sosta alla chiesa dei lebbrosi, una delle quattro più antiche del mondo. Un luogo sacro, dove, come racconta il Vangelo, Gesù guarì i lebbrosi. Qui c’è la sedia del patriarca fatta in pietra, mentre le altre sono in legno. I palestinesi lo curano come un luogo da tutelare e da mostrare a tutti coloro che vi si recano. Conserva un’atmosfera suggestiva.

Il campo di Farah, 7mila persone in un’area molto piccola, costruito nel 1951 dall’Unrwa. Il direttore del campo è eletto, e il campo è gestito da un comitato che esprime un presidente. Governatore e presidente ci dicono che 700 mila ragazzi palestinesi vanno a scuola grazie all’Unrwa. E insistono di fare pressione sul nostro governo per versare i fondi dovuti all’Unrwa. Il governatore è una personalità politica influente, intelligente, ci ha spiegato le conseguenze drammatiche dell’occupazione per l’economia palestinese. Sostanzialmente, il metodo politico dell’occupazione passa attraverso la distruzione dell’agricoltura palestinese. È chiaro che si mettono le basi per la distruzione del loro futuro. Tutte le aree che abbiamo visitato sono circondate da colonie israeliane. E non sappiamo quali di queste colonie siano legali, autorizzate. I coloni si vedono continuamente. La terra che si trova intorno agli insediamenti viene spesso incendiata. I palestinesi non hanno vigili del fuoco e neppure l’acqua. Spesso devono chiedere autorizzazione alla colonia per andare nei campi per il raccolto. L’agricoltura di questa zona, principale fonte di sopravvivenza, è fortemente compromessa.

Balata, Nablus

La giornata si è conclusa a Balata, zona di Nablus. 7500 persone in un km quadrato. Balata è il campo profughi più grande della Cisgiordania. Il 60% degli abitanti è costituito da giovani. 1200 sono i casi di diabete accertati, e le pessime condizioni igieniche e ambientali sono causa di malattie croniche. Qui i bambini e i giovani sanno di non avere un futuro, ed è questo l’aspetto più drammatico e tragico. Ci offrono da bere, e ci indicano un luogo dove esiste un’antichissima comunità di palestinesi ebrei, una sessantina di persone che continuano ad osservare i loro riti. Arrivederci a domani.

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