Locarno. Vince una commedia coreana, peccato per l’Italia

Locarno. Vince una commedia coreana, peccato per l’Italia

Pioggia, fitta e insistente, fin dal primo mattino. Un problema per un festival del cinema che per tradizione e vocazione chiude la sua ultima serata davanti a uno degli schermi più grandi d’Europa (oltre ventiquattro metri), nella suggestiva piazza Grande, sullo sfondo del Lago Maggiore, a cavallo tra le Prealpi luganesi e le Alpi Lepontine. Poi, alla fine, nel pomeriggio, il prodigio che tutti gli anni si rinnova: un timido sole si fa largo tra le nuvole gonfie di pioggia, e anche quest’anno il Palmarès all’aperto si “salva”.

Quest’anno, in distribuzione ben ventiquattro tra premi e menzioni. Impossibile citarli tutti; comunque, quel che conta è il Pardo d’oro. La giuria (l’attore tedesco Udo Kier, presidente; la direttrice del festival messicano di Morelia, Daniela Michel; l’attrice coreana Moon So-ri; il regista israeliano Nadav Lapid; il regista statunitense Jerry Schatzberg), nei loro giudizi sono compatti, decisioni, par di capire, prese senza troppi scontri, come in altre edizioni è accaduto. Il premio più ambito è per il film “Right now, wrong then”, del regista sudcoreano Hong Sang-soo: pardo d’oro, appunto. Film che ha fatto strike: Jung Jae-young, il protagonista, si aggiudica anche il premio per il migliore attore. Premio speciale della giuria al film israeliano “Tikkun”, del regista Avishai Sivan; per la regia, vince il polacco Andrzej Zulawski, con “Cosmos”; ex equo il premio per le interpretazioni femminili: a tutte e quattro le interpreti del giapponese “Happy Hour”: Sacha Tanaka, Hazuki Kikuchi, Maiko Mihara e Rira Kawamura. Il premio della “Piazza”, infine: i 66mila spettatori (tanti, si sono assiepati in dieci giorni di proiezioni, o meglio: quelli che hanno compilato la serale “cartolina”) hanno plebiscitato “Der Staat gegen Fritz Bauer”, la storia del procuratore tedesco che non esita a macchiarsi del reato di tradimento pur di assicurare alla giustizia il criminale nazista Adolf Eichmann rifugiatosi in Argentina.

Hong Sang-soo è indubbiamente uno che sa il fatto suo; alle spalle una quindicina di film; con “The Day a Pig Fell into the Well”, del 1996 vince una quantità di premi, tra cui un Tiger al festival di Rotterdam. A Cannes presenta nel 2004 “Woman Is the Future Man”, e nel 2005 “Tale of Cinema”; nel 2010, sempre a Cannes vince con “Hahaha” il premio Un Certain Regard. Per quel che riguarda Locarno è recidivo: con “Our Sunhi”, due anni fa, porta a casa un primo Pardo d’oro. Anche se può lasciar perplessi questo secondo Pardo a così breve distanza dal primo, sì, la giuria tutto sommato ha scelto bene, il film è divertente, ben confezionato, ha un indubbio rigore stilistico. Si può osservare che è un po’ ripetitivo, nel senso che la formula ricalca appena, come “costruzione” il precedente, giocato sull’equivoco, sul gioco del caso, l’ironia. Questa volta è un regista che per errore arriva un giorno prima nel luogo dove è atteso per un dibattito; non sa bene cosa fare, fa un po’ il turista, si incuriosisce per un vecchio palazzo fresco di restauro; lì conosce un’artista, la ragazza gli mostra i suoi dipinti, poi vanno a cena, infine trascorrono quel che resta della serata in compagnia di amiche di lei. Tra i due c’è un buon feeling, peccato che un’amica della ragazza chieda se il regista è sposato. Sì, è sposato. Le cose non andranno esattamente come si immagina e si può credere… Per capirci: immaginate che Hong Sang-soo sia un po’ un Woody Allen stile sudcoreano, e forse un’idea del film e del suo autore cominciate a farvela. Per capirci: un film di qualità lo si può fare senza per questo torturare lo spettatore.

“Tikkun”: beh, bisogna proprio essere determinati e voler andare al cinema quel giorno, senza pensieri di nostro: che ci pensa lui, Avishai Sivan, a procurarceli, nelle due ore del suo film. Girato in un bianco e nero impeccabile, racconta di Haim-Aaron: un religioso ultra-ortodosso, talentuoso e devoto per unanime giudizio. Segue proprio tutti i precetti, e uno di questi rischia di essergli fatale: un lungo digiuno auto-imposto gli procura un collasso, perde conoscenza; i medici non lasciano speranza, Haim-Aaron è morto. Il padre però non ne vuole sapere, non si rassegna, continua ostinato con le pratiche rianimatorie, e ce la fa, a far “rinascere” il figlio; Haim-Aaron però da quell’esperienza è segnato in maniera profonda, perde interesse alla vita precedente, altri diventano i suoi valori, le sue priorità, i suoi interessi. Tutto bene? Mica tanto: è il padre, ora, a entrare in crisi: dilaniato dal dubbio di aver commesso un atto blasfemo strappando il figlio alla morte cui sembrava destinato. Una critica perfida come e più di Louella Parson definisce “Tikkun” “lunghissimo e lentissimo… In giuria c’era un regista israeliano, deve essersi battuto come un leone”. Chissà, un fondo di verità forse c’è.

Di “Cosmos” del polacco Andrzej Zulawski si dirà poco. Il regista ci ha regalato film significativi e importanti con Romy Schneider, Sophie Marceau, Isabelle Adjani; da “L’important c’est d’aimer” a “L’Amour braque”, fino al più recente “La Fidélité”. “Cosmos” sembra realizzato da un Zulawski distratto, preso da altro, uno Zulawski che non è lo Zulawski che si conosce; aver premiato “Cosmos” è uno di quei piccoli misteri che questo Festival ogni tanto ci riserva. Come l’altro mistero: quello di non aver compreso la compattezza, la poesia, e l’impegno civile dell’unico film italiano in concorso, quel “Bella e perduta” di Pietro Marcello che partito dalla abbandonata (e fatta oggetto di scempio e sfregio vergognoso) reggia borbonica di Carditello, ci mostra un’immagine di questa Italia gonfia, sazia, vorace e volgare attraverso gli occhi di un povero bufalo, e ricorda Tommaso Cestrone, a cui andrebbe conferito la massima onorificenza per il suo impegno e il suo “eroismo” normale e straordinario. Una produzione di Rai-cinema. Auguriamoci che sappia sostenere e distribuire questo film, che merita: per il rigore stilistico e il coraggio civile di cui è portatore.

Bilanci? Per undici giorni Locarno è stata quella casa del cinema che da 68 anni vuole essere. Al Festival hanno partecipato oltre 160 mila spettatori. Bilancio tutto sommato lusinghiero, che fa ben sperare per le prossime edizioni. Ne riparliamo il prossimo 3 agosto, per la “puntata” numero 69…

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