Locarno. Un pulcinella nella Terra dei fuochi. Sarà un bufalo a vincere il Pardo 2015? “Bella e perduta” di Pietro Marcello

Locarno. Un pulcinella nella Terra dei fuochi. Sarà un bufalo a vincere il Pardo 2015? “Bella e perduta” di Pietro Marcello

Il Pardo 2015 sarà vinto da un bufalo? Un bufalo, oltretutto chiamato Sarchiapone, come l’immaginario animale del famoso sketch televisivo con Walter Chiari e Carlo Campanini? A voler essere precisi, a Napoli il “Sarchiapone” lo conoscono da secoli, la prima volta compare nel “Cunto de li cunti” di Giambattista Basile, e siamo nel 1600; poi lo troviamo nella “Cantata dei Pastori”, l’opera teatrale di Andrea Perrucci; e poi, finalmente eccoci a Walter Chiari: che in spiaggia a Fregene sente un venditore di fischietti napoletano che attira i ragazzini invitandoli a comprare “…Il Sarchiapone di Napoli…”. La cosa colpisce Chiari, che torna a casa e secondo la leggenda in dieci minuti butta giù lo sketch.

Il nostro Sarchiapone è altra cosa. Nostro per modo di dire, perché in realtà si tratta di una “favola” del regista Pietro Marcello. E qui la prima avvertenza: raccontare storie inventate come fossero vere, siamo capaci più o meno tutti; la vera maestria consiste nel raccontare storie vere come se fossero inventate. Ed è il caso di “Bella e perduta”, la storia che racconta Marcello, regista, casertano, classe 1976.

Alle spalle di Marcello un curriculum degno di rispetto. Già otto anni fa si fa notare col suo “Il passaggio della linea”, presentato nella sezione “Orizzonti” al Festival del cinema di Venezia. Il primo lungometraggio, “La bocca del lupo”, è del 2009: vince il premio per il miglior film al Torino Film Festival (oltre al Premio Caligari, e al Teddy Award alla Berlinale). Due anni dopo presenta come evento speciale, ancora a Venezia, “Il silenzio di Pelesjan”. Ora questo “Bella e perduta”, unico film italiano in concorso quest’anno.

La storia è volutamente scarna (all’apparenza, beninteso), didascalica, ridotta all’essenziale. Ecco, vediamo una quantità di Pulcinella, la maschera che secondo la tradizione fa da tramite tra i vivi e coloro che non ci sono più. Il Pulcinella di Marcello ha un incarico preciso: quello di esaudire le ultime volontà di Tommaso, un semplice pastore, ignorante e insieme sapientissimo: di quella sapienza antica che si è nutrita di una saggezza frutto di secoli. Tommaso è un “duro di cervice”, uno di quei rari personaggi cui si deve la salvezza del mondo. Tommaso si prende cura gratuitamente, volontariamente, e contro il volere dei clan della camorra, che giustamente temono sia il primo passo verso la legalità e la fine del loro dominio, della Reggia di Carditello.

Non ne avete mai sentito parlare? Bisogna risalire al regno dei Borboni: la Reggia fa parte di una ventina di palazzine e pregiate costruzioni, dal Palazzo Reale di Napoli alla Reggia di Capodimonte, dalla Villa Favorita alla Reggia di Portici; e appunto, quella di Carditello. Non semplici luoghi per lo svago della corte; spesso sono vere e proprie aziende, per quel tempo, all’avanguardia, come piemontesi e stato pontificio si sognano. Questo per dire che non sempre il Meridione è stato il “Sud” dell’Italia.

La tenuta di Carditello in particolare è una vasta tenuta, delimitata a settentrione dal Volturno, a est dal monte Tifata, a sud da quello che un tempo era il fiume Clanio, a occidente dal mar Tirreno. Un’azienda agricola fiorente, ben progettata nelle infrastrutture edili e ben organizzata negli allevamenti di pregiate razze equine, nella produzione e commercializzazione dei prodotti agricoli e caseari.

Nel 1920 la Reggia passa dal Demanio all’Opera Nazionale Combattenti, i duemila ettari della tenuta lottizzati e venduti. Restano esclusi dalla speculazione il fabbricato centrale e quindici ettari circostanti, disposti a ventaglio sui lati ovest, nord ed est del medesimo complesso. Patisce prima l’occupazione tedesca, poi quella americana, infine, finita la guerra entra a far parte del patrimonio del Consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno.

Qui comincia la tristezza di questa Reggia. Per anni tenuta in avvilente abbandono, dimenticata e ignorata, oggetto di scellerate razzie che fanno scempio di decori, sculture, arredi architettonici. Bisogna attendere il 27 gennaio 2011, perché il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Ufficio Esecuzioni Immobiliari, disponga la vendita all’asta del complesso monumentale, al prezzo base di dieci milioni di euro. Il Tribunale assegna il diritto di prelazione al Comune, alla Provincia, alla Regione; ma tutte le aste vanno deserte. Ben undici aste… Non per un caso siamo nella “Terra dei fuochi”.

Qui entra in scena Tommaso, il pastore saggio e sapiente; e anche coraggioso, di “tenace concetto”. Dal 2011 al 2013, Tommaso Cestrone sorveglia la Reggia a titolo volontario; non solo: cerca come può, come sa, di attirare l’attenzione della politica per il recupero del complesso architettonico; ostinato, paziente, instancabile. Fino al giorno in cui il suo cuore cede. Cestrone muore per infarto la notte della vigilia di Natale del 2013. Un infarto che lo coglie all’interno della Reggia, che anche quel giorno custodisce, a dispetto di tutti e tutto.

Questa é la storia. Finalmente entra in campo (e siamo nel gennaio 2014) il ministro dei Beni culturali di allora, Massimo Bray, e si firma un accordo preliminare tra la Società Gestione Attività, che ha acquisito i crediti del Banco di Napoli, e il Ministero dei Beni culturali per la cessione del complesso edilizio al ministero stesso. Scusate il lunghissimo preambolo, necessario per comprendere la “favola” di Marcello: che non si prende cura solo della Reggia. Mette in salvo, un giorno, un giovane bufalo, battezzato – appunto – Sarchiapone. Il giovane bufalo non serve, non dà latte, gli altri allevatori vorrebbero ucciderlo, è un peso. Tommaso si oppone, ne prende la cura, fino a quando non arriva l’infarto fatale. A questo punto entra in scena Pulcinella; tocca a lui farsi carico del bufalotto, lo porta con se lontano, verso Nord. È un lungo viaggio, il loro, da sfondo l’Italia vagheggiata, “bella e perduta”, e quella reale, “brutta, sporca, cattiva”.

Il bufalo: è lui che parla; è con i suoi occhi che vediamo quest’Italia reale; è con il cuore della bestia che Marcello ci mostra una realtà che non è nascosta, è ben visibile ai nostri occhi, se solo ci si decidesse di vedere e non solo guardare… “Questa è la mia storia. È l’unica cosa che ho. E me la tengo cara”, dice a un certo punto il bufalo Sarchiapone (gli dà la voce Elio Germano).

Come i suoi “fratelli”, Sarchiapone, ora che la terra, ridotta a discarica, non la lavora più nessuno, è consapevole di essere destinato a morte certa. A un certo punto non riesce neppure a comunicare con Pulcinella. Perché Pulcinella  si stanca di essere maschera, vuole riprendere il suo vero volto; torna uomo, e così non comprende più il bufalo, anche quando fortissimamente desidera farlo. Un po’ come il Pinocchio di Carlo Collodi: finché è burattino, è geniale, rivoluzionario. Appena diventa umano, eccolo meschino, integrato… Il Pulcinella tornato uomo, almeno lui non è destinato a una fine amara come il Pinocchio di Collodi: perché sì, rinuncia all’immortalità garantita dalla maschera, ma lo fa per recuperare una dignità perduta, in una dimensione rurale che lo soddisfa, si trasforma in guardiano di bufali con una donna umile e che trova bellissima.

Aver prodotto questo film è stato un atto di coraggio: è da credere che non beneficerà di una distribuzione generosa; e non sarà una folla che si assieperà a vederlo. Ma un qualche premio, qui a Locarno “Bella e perduta” lo merita, non foss’altro per averci restituito a memoria persone “normali”, capaci di cose straordinarie ed eccezionali come Tommaso, di cui resta un cippo all’ombra di un albero secolare, lì, nella sua Reggia di Carditello.

 

 

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