Locarno. Paradise: ragazze infelici nell’Iran di oggi. L’opera prima del regista Dena

Locarno. Paradise: ragazze infelici nell’Iran di oggi. L’opera prima del regista Dena

Il mio non è un film sui diritti delle donne, o almeno non vuole essere solo questoÈ un film sui diritti di tutti in generale, di tutti gli esseri umani nel mio Paese. Nelle mie intenzioni è il primo capitolo di una trilogia sulla violenza che intende richiamare l’attenzione non su fatti eclatanti, ma su ‘dettagli’ e situazioni ‘particolari’ attraverso i quali è possibile individuare problemi più generali”.

Così il regista iraniano Sina Ataeian Dena presenta “Paradise”, sua opera prima, in prima visione mondiale presentato al Festival del cinema di Locarno. È ambientato a Teheran, la Teheran di oggi, feudale e moderna, protesa verso l’Occidente e chiusa in se stessa; dove molto si può fare e si fa, purché non lo si dica e non lo si rivendichi come espressione della propria individualità e diritto inalienabile. Racconta, “Paradise”, della situazione infelice e disperante di tante ragazze costrette a patire il giogo imposto dal regime, e che anelano a quella vita “normale” che si vive altrove: in quell’altrove di cui apprendono dalle televisioni, da Internet, dai viaggi che riescono a fare.

La venticinquenne Hanieh è la protagonista del film. Da poco ha perso i genitori, vive con la sorella. Insegna in una scuola elementare femminile, alla periferia di Teheran, un sobborgo povero e desolato. Ogni giorno un viaggio lungo e faticoso. Chiede il trasferimento in una scuola più vicina, che le risparmi quel grande disagio, ma la burocrazia è quella che è, ovunque: le procedure per il trasferimento sono lunghe, complesse; e poi: perché questa ragazza non si contenta del lavoro che ha, perché è così insoddisfatta? Non sarà mica una testa calda, una di quelle ragazze che invocano la libertà e si oppongono al regime? Hanieh stessa, a un certo punto si domanda se ha davvero tutti i diritti di lamentarsi; si pone la domanda il giorno in cui, arrivata a scuola, scopre che due sue allieve non ci sono, sono scomparse, nessuno sa niente di loro. Probabilmente sono state rapite, succede spesso; e Hanieh si rende improvvisamente conto che i suoi problemi, le sue angosce, le sue infelicità, pur reali e concrete, sono poca cosa di fronte alle durissime realtà che devono patire molte delle ragazze della sua scuola. Ecco, siamo al dunque, alla realtà che Sina Ataeian Dena vuole raccontarci: quella di una condizione femminile fatta di grande infelicità, di quasi assoluta solitudine, la prigionia di una società che considera la donna un’entità sottomessa, e praticamente senza libertà. Il film si chiude mostrando un uomo in sella a una motocicletta, si allontana a gran velocità. Davanti a lui è seduta una bambina. E tu non sai se sia un padre che accompagna la figlioletta alla scuola; o se sia invece l’ennesimo caso di rapimento e violenza che si consuma.

Un film girato in totale indipendenza: le riprese sono durate tre anni, in condizioni difficili: il governo iraniano non ha concesso alcun permesso ufficiale. Per poter girare alcune scene che altrimenti sarebbe stato impossibile realizzare si è fatto ricorso a tecniche digitali; ci si è messa anche la sfortuna: buona metà della registrazione sonora è andata perduta, successivamente ricostruita solo grazie alla perizia di tecnici tedeschi.

Come s’è detto, opera prima, di Sina Ataeian Dana, che comincia la sua carriera nel settore dei video-giochi, supervisore degli effetti speciali e sviluppatore delle storie. Nel 2009 realizza il suo primo cortometraggio di animazione, «Especially Music»; in seguito dirige spot pubblicitari e cartoni animati.

Con “Paradise” segna un esordio duro nel mondo del lungometraggio. Di cose da dire, s’indovina, ne ha. Auguriamoci che il nuovo vento che sembra spirare a Teheran lo aiuti e gli consenta di potersi esprimere ancora.

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