Locarno. “Genitori” di Alberto Fasulo. Un film sulla disabilità per rompere la cortina di silenzio

Locarno. “Genitori” di Alberto Fasulo. Un film sulla  disabilità per rompere la cortina di silenzio

Questo è un film difficile, che affronta una questione spinosa, dolorosa anche; elusa, trascurata. Una questione che non procura voti, potere, denaro; e dunque spesso la si rimuove, la si abbandona in una sorta di limbo come se da sola potesse trovare soluzione. Una questione che meritoriamente trova spazio ed espressione in un festival del cinema come quello di Locarno, che ha il pregio di non eludere tematiche che in altre rassegne non trovano spazio. ll film in questione si chiama “Genitori”, di Alberto Fasulo. È ambientato nella stanza in cui, periodicamente, un gruppo di tredici famiglie si incontra: si scambiano esperienze e consigli; cosa e come fare per tener duro e far fronte a una realtà difficile da governare: quella di chi ha la grande e grave responsabilità di un figlio disabile.

La disabilità, dunque, e tutte le sue enormi implicazioni, in un mondo che ci vorrebbe perennemente sani, giovani, vigorosi e in forma; in città che sono oggettivamente nemiche dei disabili, ma anche delle persone “semplicemente” anziane, sia che siano “prigioniere” in una carrozzella, sia che si muovano con l’ausilio di un bastone. Un film, spiega Fasulo, che volutamente racconta la disabilità, senza mai farla vedere: “La si scopre attraverso le parole e i racconti di quelle tredici famiglie. Un film, soprattutto, sulla forza particolare che mi ha avvolto in quella stanza”.

Fasulo, friulano, ha già realizzato “Rumore bianco” (2008), e “Tir” (2013), vincitore del Marc’Aurelio d’Oro per il Miglior film al Festival di Roma. Per spiegare nascita e genesi di “Genitori”, parte da un suo vissuto: “Dal servizio civile, in particolare, che ho svolto in un istituto per persone disabili. Ma l’incontro fondamentale è stato quello con un gruppo di tredici famiglie, che si incontrano periodicamente a San Vito al Tagliamento, per confrontarsi e sostenersi: un gruppo di auto mutuo aiuto, come si definisce tecnicamente. Sono loro, queste famiglie e soprattutto la forza che ho sentito, quasi magicamente, la prima volta che le ho incontrate, i protagonisti del film. È un gruppo attivo da 20 anni e hanno fatto molto sul territorio: io sono entrato in contatto con loro nel 2010”. Quelle famiglie organizzano un cineforum sulla disabilità, e come spesso accade, finita la proiezione ne discutono tra loro; il film che hanno visto è la storia di riabilitazione, piena, dove la disabilità viene superata completamente. È un film in cui non si ritrovano. Troppo semplice, troppo facile. L’happy end non c’é… Condividono impressioni e perplessità, parlano e si parlano: loro sono familiari di disabili considerati “irreversibili”, da quel film non si sentono rappresentati. Contattano Fasulo: “Nel momento in cui entrai in quella stanza e iniziai a sentire le loro esperienze, accadde come una magia: sentivo una forza che mi parlava di tenacia, non di pietismo. E sentivo un senso civile che andava oltre la disabilità, un’energia rappresentativa anche per molti altri contesti. Fu così che iniziai a frequentare questo gruppo ogni quindici giorni”. Il film nasce così. “Mi chiedevo come fosse giusto affrontare il tema, cosa raccontare e come, finché ho messo a fuoco ciò che mi aveva colpito fin dall’inizio: quello scambio diretto e sincero che avevano tra loro, affrontando insieme questioni fondamentali non per loro soltanto, ma per ogni genitore: l’autonomia, la crescita dei figli, la sessualità. Allora ho deciso: avrei provato a prendere ogni spettatore e metterlo in quella stanza, per regalargli la forza di questo gruppo. Ed è questo che il film intende fare”. Una scelta inusuale e coraggiosa quella di raccontare la disabilità senza farla mai vedere, senza mai indulgere al sentimento che un’immagine può suscitare e evocare: “è un film”, spiega Fasulo, “che resta in una stanza ma porta lo spettatore a vedere tutto ciò che viene evocato, contando sulla sua immaginazione”. Un film che secondo le intenzioni del suo autore vuole rompere il muro di silenzio e di colpevole indifferenza che c’è su queste questioni: una sorta di “messaggio” per chi vive quel tipo di esperienze: “Un dir loro che qualcuno è pronto ad ascoltarle ed aiutarle: questo, per me, è il vero senso e lo scopo del film”.

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