La guerra degli editori europei contro Google, Amazon e Apple. Possibile una legge europea sul copyright?

La guerra degli editori europei contro Google, Amazon e Apple. Possibile una legge europea sul copyright?

In questa estate caldissima del 2015, hanno avuto luogo in località tenute riservate, alcuni vertici decisivi tra i giganti dell’editoria europea e dirigenti dell’Unione sull’altrettanto caldissimo tema dell’economia digitale. Ciò che trapela è che nel corso dei vertici si è molto discusso del ruolo dominante, in Europa, di aziende come Google, Apple e Amazon, che hanno di fatto trasformato l’editoria tradizionale, e ne hanno assunto il comando, in parte con la complicità dei soggetti decisionali europei. I giganti della tradizionale editoria europea, gli editori di libri e gli editori di giornali e riviste cartacee, emergono dunque come i principali avversari planetari dello strapotere di Google. Il loro allarme, gridato nel corso dei vertici con le autorità europee, è che la civiltà europea possa smarrire, per effetto delle distorsioni del mercato editoriale planetario digitale, una delle sue particolarità più importanti, l’elaborazione delle idee e dei contenuti, di solito affidata al tradizionale medium cartaceo. Il punto sollevato più volte è quello di arginare legislativamente Google e aziende analoghe con un rafforzamento delle regole del copyright e con la limitazione della potenza di fuoco delle piattaforme pubblicitarie.

Tra gli editori presenti ai vertici, vi erano i tedeschi di Axel Springer, un colosso dell’editoria, e i francesi di Lagardère, che più degli altri hanno molto da perdere nella competizione ad armi impari con Google o Amazon. Hanno infatti sottolineato che le perdite dell’editoria a stampa tradizionale sono divenute ormai insostenibili, e il fenomeno degli e-book non riesce ancora a diventare di massa come spesso si credeva. Sembra che nei soli primi 6 mesi del 2015 le perdite degli editori europei siano complessivamente del 21,5%, una enormità. In molti paesi, chiudono case editrici e librerie, giornali e riviste, senza che ciò abbia scatenato l’allarme tra i leader politici europei.

“Dove diavolo andremo se muore la stampa?”, si è chiesta a gran voce Lucy Kung, del Reuters Institute per gli studi di giornalismo dell’Università di Oxford. Occorre un’inchiesta europea delle autorità antitrust, per capire se effettivamente Google sia stato favorito, e in che modo, in quella che essi definiscono una competizione del tutto anomala e illegale.

Julia Reda, deputata tedesca al Parlamento europeo, ha spesso condotto lunghe battaglie per sostenere le proposte di introduzione di direttive sul copyright in Europa. Ha affermato che “i giornali e le riviste contribuiscono a dettare l’agenda politica, il dibattito politico pubblico, per questo i politici devono ascoltarne le ragioni”. È proprio così, da tre secoli, ovvero dall’Illuminismo, la stampa ha sempre determinato gli orientamenti dell’opinione pubblica e della politica, dei Parlamenti e dei consigli comunali, perfino dei villaggi più sperduti d’Europa. Uno dei maestri del pensiero critico europeo, Jurgen Habermas, in una recente prefazione ad un suo libro del 1961, Storia e critica dell’opinione pubblica, ha avvertito dei rischi per la stampa, connessi col dilagare di Google e delle piattaforme Internet. Il grande studioso tedesco ritiene che la differenza risieda sostanzialmente nella grande funzione critica che storicamente la stampa cartacea ha sempre avuto in Europa, e che con le regole digitali del lassaiz faire potrebbe spazzar via capacità di elaborazione e di critica all’interno stesso dell’opinione pubblica europea. Come se il gigante europeo, almeno sul piano della tradizione culturale, si trasformasse in un nano d’argilla.

Naturalmente, Google si difende come sa: “riteniamo che Google aumenti la capacità di scelta per i consumatori europei e che offra valide opportunità per aziende di ogni livello”, ha scritto giovedì sul suo blog Kent Walker, del consiglio generale dell’azienda. Come spesso si dice al Sud, chiami a denari e ti rispondono a spade. Ovvio che Google è un fattore importantissimo di modernità tecnologica e di diffusione dei contenuti. Ma la partita si gioca su un altro livello, quello cioè di costringere Google a fare la sua parte, pagando ciò che a Google spetta, anche in quei paesi e in quei continenti in cui furbescamente esso utilizza agevolazioni fiscali e legislative. Cioè, Google deve sottoporsi alle norme antitrust, che valgono per quasi tutte le aziende europee. In particolare a proposito dello sfruttamento online della proprietà intellettuale. È su quest’ultimo punto, ovvero la proprietà dei contenuti che vengono immessi in Rete, che si gioca un’enorme, gigantesca, partita economica. Anche Google, ad esempio, dovrebbe pagare i contenuti che assume da giornali e riviste ovunque, e senza ritorsioni, come ad esempio è avvenuto in Germania, dove Google ha rimosso centinaia di organizzazioni locali dal servizio delle news, proprio per evitare di pagare il copyright preteso dalle testate locali.

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