La Borsa di Atene riapre in notevole ribasso dopo 5 settimane e viene chiusa. Proseguono i negoziati per i nuovi aiuti

La Borsa di Atene riapre in notevole ribasso dopo 5 settimane e viene chiusa. Proseguono i negoziati per i nuovi aiuti

L’attendevano in tutto il mondo la riapertura della Borsa di Atene, dopo cinque lunghe settimane di chiusura. Alle 10.42, ora di Atene, la Borsa ha dunque riaperto, ma con pessime sorprese. L’indice principale della Borsa di Atene, l’Athex, ha perso più del 22%, prima di stabilizzarsi intorno ad una perdita del 18%. Hanno sofferto soprattutto le istituzioni bancarie, che rappresentano più di un quinto dell’indice borsistico greco, e che all’apertura erano sotto di quasi il 30%. Poi, la Borsa è stata chiusa, per ovvie ragioni di perdite eccessive.

Secondo il quotidiano greco Avgi, molto vicino alle posizioni del premier Tsipras e a Syriza, la caduta della Borsa greca è dovuta alla ricerca di circa 10 miliardi di euro entro il mese di agosto per ricapitalizzare le banche elleniche, rese più fragili dalla fuga di capitali. Infatti, scrive Avgi, dal dicembre 2014 a giugno 2015 sono stati prelevati più di 40 miliardi di euro dalle banche greche. E dal punto di vista dell’andamento borsistico, Avgi sostiene che le operazioni riprendono normalmente per gli investitori esteri, ma restano limitate per gli investitori locali. Questi ultimi hanno il divieto di acquistare titoli per monetizzarli sul proprio conto bancario a causa del controllo dei capitali disposto lo scorso 29 giugno, e ancora in vigore. Potrebbero servirsi esclusivamente dei conti aperti all’estero per effettuare operazioni di liquidità.

La riapertura della Borsa di Atene, di fatto, doveva tenere conto delle molteplici incertezze del Paese. La Commissione europea ha previsto il ritorno alla recessione, dopo un 2014 che aveva segnato una debole ripresa. Le voci continue di elezioni anticipate, dettate dalle fratture all’interno della maggioranza di governo, e in particolare nel cuore stesso di Syriza, rendono più cauti gli investitori. E infine, la ripresa altalenante dei negoziati sul terzo piano di aiuti di 86 miliardi di euro, non depone a favore di una stabilizzazione economica della Grecia. Su questo versante, fonti del governo greco, affermano che i negoziati sul terzo programma di aiuti, in corso ad Atene da qualche giorno, proseguono “piuttosto bene”, ma la realtà è che i disaccordi sono notevoli e numerosi, soprattutto sulle due questioni principali della riforma delle pensioni e di alcune misure fiscali. Altro disaccordo è sul prelievo di solidarietà su chi guadagna più di 500.000 euro all’anno. La proposta del governo è di aumentare dell’8% il prelievo fiscale, mentre la Commissione europea punta invece al 6%, “per evitare l’evasione fiscale”. Posizione abbastanza curiosa in un paese che ha già una diffusa prassi di evasione fiscale, sia per effetto dell’inesistenza di un’Agenzia centrale delle entrate, sia per effetto di tanti privilegi lasciati in eredità dai governi della destra.

Dal governo tuttavia fanno sapere che esiste un piano per ripartire secondo equità e giustizia sociale lo sforzo delle politiche di austerità e fiscali: “il nostro obiettivo”, dicono dagli uffici di Tsipras, “è sempre stato quello e resterà quello di riuscire ad alleggerire il peso delle sofferenze sui soggetti più vulnerabili. Ciò significa toccare i redditi dei più ricchi”. Il governo greco spera di concludere le trattative per il terzo programma di aiuti entro l’11 di agosto, in modo da ottenerne la convalida il 19 dall’eurogruppo e dai Parlamenti europei che lo prevedano, entro il 18. Così, si sbloccherebbero il 20 agosto importanti finanziamenti, che consentirebbero di far ripartire l’economia greca e di ripagare le rate dei prestiti. In sostanza, nella strategia del governo Tsipras, c’è la sollecitazione verso i creditori internazionali, del versamento in agosto di una prima tranche di 24 miliardi di euro, in modo da pagare la scadenza di 3,2 miliardi alla BCE il 20 agosto, la ricapitalizzazione delle banche greche per 10 miliardi, e la rata al Fondo Monetario Internazionale di 1,2 miliardi di euro. Resterebbero circa dieci miliardi per finanziare progetti di sviluppo.

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