Jobs Act: governo smentito. Miliardi di detassazione ma la disoccupazione cresce

Jobs Act: governo smentito. Miliardi di detassazione ma la disoccupazione cresce

Avere ragione non sempre fa piacere. Anche se è quello che ci capita in questi giorni, soprattutto dopo la pubblicazione degli ultimi dati Istat sull’occupazione. Essi confermano che l’effetto dei provvedimenti sul lavoro è svanito con la stessa velocità con la quale era nato e che in fatto di disoccupazione continuiamo a mietere record.

I dati si commentano da soli: a giugno gli occupati sono stati meno di quelli che c’erano a maggio (meno 22.000) e meno di quelli che c’erano un anno fa (meno 40.000); i disoccupati sono stati più di quelli che c’erano a maggio (55.000) e più di quelli che c’erano un anno fa (85.000). La punta di occupazione toccata ad aprile era evidentemente un effetto bolla determinato dalle consistenti agevolazioni fiscali concesse a chi assume con il contratto a tutele crescenti.

Adesso la bolla si è sgonfiata e il re è nudo: agevolazioni e maggiori libertà di licenziare possono produrre un qualche effetto immediato, magari perché si sono ritardate assunzioni necessarie in attesa dei benefici annunciati, ma non creano vera occupazione. Anzi, possono produrre un effetto boomerang: le speranze alimentate di una ripresa avviata e di nuove possibili assunzioni hanno forse aumentato la disponibilità a mettersi alla ricerca di un lavoro, ma se il lavoro non si è creato l’effetto è che aumentano ancora di più i disoccupati, che – come è noto – vengono calcolati tra coloro che sono alla ricerca di un lavoro.

Si prenda il caso, particolare, dei giovani: alimentare la loro speranza, facendoli spostare da scoraggiati ad attivi in cerca di lavoro per farli poi ritrovare disoccupati, perché il lavoro non si è creato, non è una politica di cui andare fieri. Soprattutto quando il tasso di disoccupazione giovanile balza al 44,2%, livello mai toccato prima e che ci avvicina tristemente ai tassi record della Grecia.

Che dire a questo punto? Una cosa di metodo e una di merito. La prima: continuare a dire, come fanno autorevoli esponenti del governo, che la crisi è alle spalle quando ci sono aumenti dello zero virgola e, addirittura, parlare di piccola ripartenza di fronte a questi dati sul lavoro, è una pratica comunicativa offensiva, il cui effetto non può andare oltre l’arco temporale di qualche mese.

La seconda: stiamo spendendo miliardi di detassazioni per avere gli effetti insignificanti prima illustrati. Ci voleva molto a capire che agevolazioni indifferenziate e non finalizzate non avrebbero potuto produrre effetti significativi e duraturi? Vogliamo sperare che dopo questi dati il governo faccia, se non un’autocritica, non arriviamo a pretendere tanto, quantomeno una correzione di rotta in due direzioni: si finanzia solo la nuova occupazione aggiuntiva, si incentivano gli investimenti e non la riduzione del costo del lavoro e dei diritti. Evitando, aggiungiamo, di incentivare gli straordinari, perché nel primo trimestre si è addirittura verificato che le ore lavorate per dipendente nell’industria manifatturiera sono aumentate dello 0,9%, e, nelle costruzioni, del 3,8%.

Ci si è chiesti come mai l’occupazione non cresca in presenza di una ripresa. Precisiamo che la ripresa di cui si parla sta più nella propaganda che nei numeri. E per dimostrarlo, riportiamo alcuni indicatori. Fatturato e ordinativi: a maggio 2015 il fatturato aumenta del 2,4%, ma gli ordinativi diminuiscono dello 0,5% in un anno. Vendite: a maggio le vendite diminuiscono dello 0,1% su aprile e crescono dello 0,3% in un anno. Produzione nelle costruzioni: a maggio l’indice ha registrato un meno 0,6% su aprile e un meno 2,5% in un anno. Esportazioni: rispetto al mese precedente, a maggio, il valore delle esportazioni è in crescita (più 1,5%), mentre per le importazioni si rileva una lieve flessione (meno 0,3%).

La crescita congiunturale dell’export è trainata dall’incremento delle vendite verso i mercati Ue (più 2,5%), mentre quello verso i mercati extra Ue (più 0,4%) è contenuto. Al netto della forte crescita dei prodotti energetici (più 28,4%), l’aumento complessivo delle esportazioni si ridimensiona a un più 0,6%. Quindi, un po’ di ripresa, ma stiamo su livelli da zero virgola, si riscontra solo grazie all’export, mentre la domanda interna continua a ristagnare. Che questa cosiddetta ripresa non generi occupazione non deve meravigliare. Occorre invertire paradigma: non attendere che la ripresa generi occupazione, ma creare lavoro con un piano straordinario in grado di generare la ripresa della domanda e dell’economia.

da rassegna.it

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