I lavoratori edili muoiono nei cantieri anche per effetto del caldo. Intervista a Walter Schiavella, Fillea-Cgil

I lavoratori edili muoiono nei cantieri anche per effetto del caldo. Intervista a Walter Schiavella, Fillea-Cgil

Quando si parla di morti sul lavoro, per gli edili purtroppo piove sul bagnato, perché è proprio nei cantieri che ogni anno si paga il tributo di sangue più alto. Non solo: gli edili sono in cima anche a un’altra classifica negativa, quella degli infortuni gravi e invalidanti, con la media più alta di decorso post-infortunio. Per l’Inail gli infortuni mortali calano, ma in edilizia, in questi anni di crisi – drastica riduzione di addetti e ore lavorate – è cresciuta vertiginosamente la frequenza (oraria e per numero addetti).

Caduta dall’alto, ribaltamento dei mezzi, schiacciamento: sono queste le cause più frequenti di morte. Ora però nei cantieri si fa i conti con un nuovo fronte, quello delle morti per caldo, che stanno caratterizzando questa estate italiana subtropicale, come abbiamo raccontato su Rassegna nei giorni scorsi. Per questo, gli edili Cgil hanno deciso di avviare una propria riflessione, anche in prospettiva dell’apertura della nuova stagione contrattuale.

Ne parliamo con il segretario generale Walter Schiavella e con i segretari con delega all’edilizia e alla sicurezza, Dario Boni ed Ermira Behri. “È necessario – spiega Behri – riflettere tutti sul tema della tutela della salute nei luoghi di lavoro ai tempi del riscaldamento globale, a cominciare dalle categorie più esposte. Un tema che abbiamo già in calendario per i prossimi appuntamenti con i nostri Rls e Rlst; contiamo molto sulla loro esperienza per definire un pacchetto di proposte e idee volte a un aggiornamento di norme e pratiche, soprattutto per quei lavori gravosi che si svolgono all’aperto”.

In proposito, in casa Fillea si pensa alla definizione “fenomeni atmosferici” prevista per richiedere la cassa integrazione ordinaria: “Nella definizione – prosegue Behri – rientrano tutte le condizioni avverse, ma nella consuetudine si fa ricorso per la pioggia, per il gelo, per il fango, ancora troppo raramente per il caldo. Per il muratore e per il suo datore di lavoro, sole è sempre stato sinonimo di lavoro. Dobbiamo dire che non è più così, per questo occorre definire meglio quella voce. Come? Introducendo una soglia sotto la quale non si può lavorare, per il combinato disposto di alte temperature ed elevato tasso di umidità, perché è questo che uccide”. In assenza di una miglior definizione di quel principio, si chiede la dirigente della Fillea, quale impresa rischierebbe oggi, temendo che l’ammortizzatore non venga poi riconosciuto, di mandare a casa i lavoratori per troppo caldo? “Per noi, quello delle condizioni esterne è necessariamente un tema centrale – precisa ancora Behri -, la nostra gente lavora sui ponteggi, nelle cave, nelle fornaci, sull’asfalto, in galleria”.

“La nostra categoria – le fa eco Boni – è l’unica che ha ammortizzatori sociali per intemperie, ma il caldo è un po’ il figlio illegittimo, se ne fa poco uso. Ci sono tuttavia esperienze che possono aiutarci. La cig in Sicilia è utilizzata con frequenza, perché quando c’è scirocco e le temperature percepite vanno ben oltre i 40 gradi, è impossibile anche muoversi, figuriamoci lavorare. Ma penso anche a Padova, dove qualche anno fa si era ipotizzato con l’Usl un sistema di allerta che comprendeva anche l’utilizzo di sms ai lavoratori, in previsione di giornate particolarmente calde. Situazioni speculari nel resto del Nord, dove invece si fanno generalmente i conti con fenomeni climatici estremi in inverno”.

Con buona pace dei luoghi comuni, che descrivono i lavoratori del settore come persone abituate e temprate ai mutevoli agenti atmosferici, i cambiamenti climatici cominciano a rappresentare un rischio nuovo. “La contrattazione – continua Boni – può e deve sapersi adeguare. E allora, su cosa potremmo ragionare? Per esempio, su un modo diverso, in particolari condizioni climatiche, di gestire i riposi e i recuperi. Se fa caldo, occorre probabilmente ridurre il ricorso allo straordinario – con il caldo la fatica ‘pesa’ di più sul fisico – e pensare a recuperi”.

Sui riposi, la norma dice che si può lavorare per sei ore di seguito: “Probabilmente non basta più – osserva ancora Boni -, a queste temperature forse occorrono pause più frequenti. Occorre poi che il luogo di riposo sia adeguato e provvisto di docce, e non una sauna, come spesso sono i baraccamenti nei cantieri. Per non dire delle visite mediche: in genere sono mirate ai rischi della mansione, ma forse questo non basta, potrebbe essere utile una anamnesi, fare un elettrocardiogramma sotto sforzo. Si potrebbe quindi discutere con i soggetti competenti in materia, affinché per lavori gravosi ed esposti ai fenomeni climatici si stabilisca un’indagine medica più approfondita e dettagliata”.

Capitolo formazione: “Occorre saper riconoscere questi nuovi rischi – sottolinea il sindacalista Fillea –, saperli prevenire, saper riconoscere eventuali segnali premonitori e, in caso di malore, saper intervenire: una formazione mirata non solo ai lavoratori, ma anche a chi dirige il cantiere e ai rappresentanti della sicurezza”. Centrale in tutto questo è la contrattazione, aziendale, di sito, territoriale. “Soste, recuperi, gestione dell’organizzazione del lavoro in periodi a rischio caldo, devono sempre più trovare posto nella contrattazione di prossimità – osserva Walter Schiavella, segretario generale della Fillea –. Su questo, abbiamo esperienze importanti. Dunque, pensiamo sia utile avviare una riflessione a tutto tondo, partendo dal principio che le condizioni climatiche sono elemento imprescindibile per la definizione delle pratiche a tutela delle salute e sicurezza in un determinato posto di lavoro”.

Così come potrebbe essere utile investire di più in ricerca e innovazione, anche sul versante delle protezioni, personali e di cantiere. “Su tutto questo – prosegue il numero uno Fillea –, vogliamo avviare una riflessione aperta e a tutto tondo, che individui azioni su tutti i livelli, da quello contrattuale a quello legislativo e normativo, a quello delle coperture assicurative, fino al coinvolgimento dei vari sistemi di controllo e monitoraggio, compresi quelli della protezione civile e degli istituti di ricerca. E ovviamente immaginiamo anche ruolo e funzioni delle nostre strutture bilaterali. Insomma, la nostra idea è quella di inserire un nuovo capitolo nell’insieme della nostra azione e porre ai nostri interlocutori – imprese, istituzioni ed enti nazionali e territoriali – il tema del lavoro gravoso ai tempi del riscaldamento globale”.

Un tema che è strettamente connesso all’altra grande questione che i sindacati di categoria hanno posto nella manifestazione nazionale del 18 luglio, e su cui – assicurano – torneranno con forza a settembre, quella delle pensioni. “Faticare all’aria, per di più in condizioni climatiche sempre più estreme, non è la stessa cosa che faticare su una scrivania in ambiente riscaldato o rinfrescato – conclude Schiavella –. Questa differenza non può essere più taciuta o ignorata, per questo quei lavoratori devono andare in pensione prima, senza penalizzazioni”.

da rassegna.it

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