Franceschini nomina venti direttori dei musei. Molto provinciale la polemica sui sette “non italiani”

Franceschini nomina venti direttori dei musei. Molto provinciale la polemica sui sette “non italiani”

Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha nominato venti nuovi direttori dei musei italiani più prestigiosi al mondo, tra i quali la Galleria degli Uffizi di Firenze, con sette “non italiani”, ai quali spetterà la missione di ricostruire il vasto patrimonio culturale del Belpaese. Quattordici storici dell’arte, quattro archeologi, un manager culturale e uno specialista in musei avranno il compito di presentarsi al pubblico e all’opinione pubblica internazionale come la prima linea della riforma della cultura in Italia, un progetto molto ambizioso. Gran parte dei nuovi direttori proviene da esperienze internazionali e dieci sono donne, anche se il ministro ha voluto sottolineare che né la nazionalità né il genere hanno avuto una particolare influenza nella scelta effettuata con le nomine di martedì 18 agosto.

La sostanza delle nomine è dunque nella missione conferita dal ministro a ciascun nuovo direttore, ovvero quella di elaborare progetti innovativi per le realtà museali italiane, incrementando il numero dei visitatori, nazionali e internazionali. E non solo. Ciascuno di loro dovrà pure ingegnarsi a costruire piattaforme di crowdfunding, di finanziamenti collettivi e privati, per coprire le falle finanziarie dovute alle continue riduzioni degli investimenti pubblici in cultura. Insomma, i venti nuovi direttori, anche se dotati di curricula scientifici e accademici di tutto rispetto, dovranno comunque travestirsi da manager e chiedere soldi, tanti soldi, per un’impresa che appare titanica (si pensi solo alla manutenzione del sito di Pompei, ad esempio). E senza snaturare né la natura pubblica dei musei, né la missione di una fruizione universale, per il godimento estetico di tutti, ricchi o poveri.

La nomina dei venti direttori si è concretizzata otto mesi dopo che gli aspiranti candidati hanno risposto ad un concorso lanciato sul settimanale The Economist per il posto di direttore nei musei italiani di primo piano mondiale. Nonostante le rigide richieste, tra le quali un’esperienza manageriale di almeno cinque anni e una specializzazione accademica o scientifica, al concorso hanno partecipato ben 1222 aspiranti manager. Tra questi ultimi, ottanta erano “non italiani”, e sette sono stati selezionati: tre tedeschi, due austriaci, un anglo-canadese e un francese. Quattro sono invece gli italiani di ritorno da esperienze all’estero.

Il tedesco Eike Schmidt, esperto di Storia dell’arte rinascimentale e barocca, guiderà dunque la Galleria degli Uffizi, dopo aver diretto il Getty Museum di Los Angeles e la Casa d’aste londinese Sotheby’s. Il più giovane di tutti, Gabriel Zuchtriegel, tedesco di 34 anni sarà il nuovo direttore del Parco archeologico di Paestum. Alla direzione della Galleria nazionale delle Marche di Urbino ci sarà Peter Aufreiter, austriaco, e al Museo napoletano di Capodimonte il direttore sarà il francese Sylvain Bellenger, filosofo e storico dell’arte molto noto in Francia e a livello internazionale. Questi nomi e i loro curricula basterebbero a tacitare una polemica, molto provinciale, che è scoppiata per le dichiarazioni di alcuni storici dell’arte italiani, da Sgarbi a Philippe Daverio. Perché provinciale? Perché quando si lancia un concorso internazionale e vi partecipano intellettuali con quelle esperienze e quei curricula, e soprattutto quei progetti di rilancio, la presunta “italianità” rischia di essere un dettaglio insignificante. Contano le biografie intellettuali e manageriali, non le carte d’identità o i certificati di nascita, perché se così fosse non si capisce per quale ragione tanti italiani dirigono posti di primo piano nella cultura di mezzo mondo (il Louvre ad esempio) e per quale ragione quattro dei nuovi direttori “italiani” siano tornati in Italia dopo importanti esperienze dirigenziali all’estero. Le discussioni sulla nazionalità, e soprattutto su un presunto diritto degli “italiani” a dirigere “cose culturali italiane” non hanno più senso.

Prendiamo ad esempio James Bradburne, l’architetto e specialista museale anglo-canadese, scelto per dirigere la Pinacoteca di Brera a Milano. Proviene da una esperienza di successi di nove anni alla direzione del Palazzo Strozzi di Firenze. Al quotidiano londinese Guardian ha dichiarato: “Perché gli stranieri? Perché abbiamo molta più esperienza nella direzione di musei strutturati come tali. L’attuale generazione dei manager italiani è cresciuta nei ranghi della normalità, e se vuoi cambiare la struttura, l’esperienza locale deve essere sempre meno rilevante”. È su questo assunto che si deve aprire il dibattito, non sulla nazionalità, ovvero, su cosa oggi è un museo e su come modernizzarne la struttura. Lo stesso Bradburne si è detto infatti convinto che tra un decennio una nuova generazione sarà preparata ad assumere la direzione dei musei italiani per la gestione degli spazi culturali trasformati. “Siamo all’inizio di un momento di cambiamento e di ottimismo”, ha concluso Bradburne, “l’Italia è stata leader nella interpretazione dell’arte tante volte; è venuto il momento per recuperare quella leadership”. Non sappiamo se un direttore “italiano” avrebbe avuto il coraggio di rendere pubblica una dichiarazione del genere. Sappiamo che il progetto è ambizioso e speriamo che la profezia di Bradburne si avveri.

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