Decontribuzione e Jobs act: in sei mesi solo 47 nuovi posti di lavoro. Il fallimento del governo

Decontribuzione e Jobs act: in sei mesi solo 47 nuovi posti di lavoro. Il fallimento del governo

Ormai quando arrivano i dati del ministero del Lavoro su quelli che chiama “nuovi contratti” bisogna prendere la calcolatrice per andare a vedere dov’è il trucco. Numeri, tabelle, grafici, tutti da decifrare per scoprire che il Jobs act è stato un fallimento. I numeri del ministero di Giuliano Poletti stante il comunicato ufficiale, dicono che vi è stato un saldo di nuovi contratti di lavoro in linea con quelli del solito periodo del 2014, periodo gennaio-luglio. Nel mese scorso, secondo i dati ufficiali del Ministero del Lavoro, escludendo il settore della Pubblica amministrazione e quello domestico, sono stati creati 135mila nuovi contratti, frutto di circa 767mila accensioni e di 632mila cessazioni. L’anno scorso, i due dati erano rispettivamente 774mila e 644mila, per un saldo di 130mila nuovi contratti.

Tutto bene, ma quanto è bravo questo governo che ogni mese sforna decine di migliaia di nuovi contratti di lavoro.  Entriamo nel merito sempre seguendo i numeri ministeriali. Con la decontribuzione dei contratti stabili, da gennaio e poi con il Jobs act in vigore da marzo, dice il ministero, “aumenta la quota di contratti aperti a tempo indeterminato: a luglio, sono risultati il 18% del totale (il 61,8% delle attivazioni è a tempo determinato), contro il 13,9% di un anno fa. Ma a ben vedere, nello scorso mese i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato attivati ammontano a 137.826, mentre le cessazioni sono 137.779”. E qui ci si ferma, ma basta fare una operazione aritmetica e si scopre che i nuovi posti di lavoro sono 47, la differenza tra le attivazioni e le cessazioni. C’è anche un’altra tabella del ministero con la quale si cerca di intorbidire le acque. Tra gennaio e luglio del 2015 si afferma che le assunzioni a tempo indeterminato nell’arco di sette mesi hanno superato il milione, con una crescita del 30% rispetto alle 830mila dello stesso periodo del 2014. Sono diminuite le tipologie di contratto di apprendistato (-13,8% le attivazioni) e i contratti di collaborazione (-15%).  Le trasformazioni da determinato a indeterminato sono salite quasi del 40%. Se nel gennaio-luglio dell’anno scorso, il saldo tra attivazioni e cessazioni di tempi indeterminati era positivo di 197mila unità, quest’anno si è ampliato a 420mila unità. Sul totale delle attivazioni, gli indeterminati sono passati a pesare dal 17,6% al 22%, sempre raffrontando i sette mesi. Nel complesso, il saldo di nuovi contratti tra il gennaio-luglio 2014 e 2015 è migliorato di 116mila unità. Tutto bene, non mettiamo in dubbio. Ma proprio questi numeri confermano che si tratta di passaggi da forme di precariato a contratti, si dice, a tempo indeterminato. Meglio sarebbe dire a tutele crescenti perché dopo tre anni i datori di lavoro possono licenziare, pagando una piccola  somma al lavoratore. Insomma da precariato a precariato sotto altro nome. Ma resta il sdato:  solo 47 sono i nuovi posti di lavoro. Un fallimento totale delle politiche del governo.

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