Volevano colpire il Vaticano, smantellata la prima cellula di al Qaeda in Italia

Volevano colpire il Vaticano, smantellata la prima cellula di al Qaeda in Italia

Dalle prime ore del mattino la Polizia sta effettuando in sette province italiane una vasta operazione antiterrorismo nei confronti di appartenenti ad un’organizzazione terroristica internazionale affiliata ad Al Qaeda. La base operativa del network terroristico si trovava in Sardegna. L’indagine, diretta dalla Procura Distrettuale di Cagliari e coordinata dal Servizio Centrale Antiterrorismo (Sca) della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, ha coinvolto le Digos di sette province italiane. Nel dettaglio delle prime informazioni date dagli investigatori, va detto che la cellula, da tempo, si era strutturata, per colpire in Occidente ed in Italia in particolare. Ci sarebbero serie ipotesi anche di un possibile attacco contro la Santa Sede. Sarebbero proprio i dialoghi registrati e decriptati dagli investigatori, ad ipotizzare, con estrema certezza, la presenza di un uomo votato al suicidio e non è affatto escluso che la cellula avesse già pianificato l’attacco. Sul punto, però, gli inquirenti mantengono uno strettissimo riserbo. Quello che è stato provato, è il legame, tra la cellula sgominata in Italia e gli uomini di al Qaeda in Pakistan, alcuni di questi avevano anche fornito assistenza logistica e sicurezza allo ‘Sceicco del terrore’. Tra gli arrestati anche il Capo dlle Comunità islamica di Olbia Khan Sultan Wali. L’uomo è stato ammanettato mentre dal porto sardo, si stava imbarcando verso Civitavecchia. Non è escluso il tentativo di fuga. Ma quello che è inquietante è il ruolo svolto in questi anni da quest’uomo, visto che aveva creato, senza alcuna difficoltà, una società che si occupava di eseguire lavori all’interno della base militare de La Maddalena, la stessa dove doveva svolgersi il G8, poi spostato a L’Aquila. Secondo le notizie date dagli inquirenti, insieme a lui lavorava anche un uomo con legami diretti con i talebani afghani e che in Italia aveva addirittura lo status di rifugiato politico. Secondo le ricostruzioni fatte dai nostri investigatori e dagli stessi Servizi, la rete di al Qaeda in Italia, oltre ad avere disponibilità di armi e denaro, era anche impegnata, notte e giorno, nella gestione diretta del traffico di clandestini dall’Asia verso l’Europa. Va detto, ancora, che alcuni degli uomini della rete criminale, sarebbero stati inviati in Pakistan e Afghanistan, per compiere attentati, poi il rientro in Italia come ‘cittadini insospettabili’. Gli investigatori sono anche riusciti a ricostruire come il gruppo criminale fosse in grado di dare supporto, su buona parte del territorio nazionale ai ‘presunti’ profughi che arrivavano in Italia dopo una lunga odissea e che si concludeva con il passaggio alle frontiere nord dell’Italia. Una volta nel Belpaese, arrivava tutta l’assistenza ed il supporto logistico possibile, visto che venivano forniti documenti, false attestazioni sullo status da rifugiati, contratti di lavoro falsi rilasciati da imprenditori complici ed assicurazioni legali e tecniche presso i nostri uffici immigrazione. Ai nuovi rifugiati, anche telefoni e sim. La rete fondamentalista aveva a disposizione armi in abbondanza e numerosi fedeli che erano disposti a compiere atti di terrorismo in Pakistan ed Afghanistan, per poi rientrare in Italia. Era anche impegnata nel traffico di migranti. Pakistani e afghani venivano introdotti illegalmente in Italia per poi proseguire il loro viaggio verso il nord Europa. L’ingresso in Italia avveniva attraverso imprenditori compiacenti che fornivano falsi contratti di lavoro. In altri casi l’organizzazione forniva documenti falsi da cui i migranti risultavano vittime di persecuzioni etniche o religiose. Il network forniva anche supporto logistico e finanziario ai migranti, assicurando loro patrocinio presso gli uffici immigrazione e istruzioni sulle dichiarazioni da rendere per ottenere l’asilo politico, apparecchi telefonici e sim. Tra gli arrestati, anche un iman ed un formatore coranico, che operavano in Lombardia. Loro il compito di raccogliere fondi da destinare al finanziamento di attacchi terroristi in Pakistan. Una traccia di spostamento di denaro, oltre 50mila euro, è stata scoperta dalle Forze dell’ordine. Sembrerebbe, infine, che tra i 20 uomini finiti in manette, ci sarebbero anche gli autori materiali di alcuni tra i più efferati attacchi compiuti in Pakistan e tra questi quello al mercato di Peshawar, nel 2009 e che fece più di 100 vittime.

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