Sentenza di Strasburgo. La verità su Genova. Tortura fu anche la morte di Carlo

Sentenza di Strasburgo. La verità su Genova. Tortura fu anche la morte di Carlo

Dopo la sentenza di Strasburgo riuscirà l’Italia a rientrare nel novero dei Paesi civili che hanno una legge sulla tortura? Non è facile la risposta. Una legge sulla tortura aiuta la crescita economica? Banche e Confindustria (i poteri forti non rischiano mai di essere torturati) sono interessate? Può avere qualche riflesso sul job-act? Un parlamento di nominati con l’Italicum si sentirebbe meno sicuro? Le domande inquietanti potrebbero proseguire, ma forse sono sufficienti quelle proposte per darci l’idea del paese in cui viviamo oggi, di quali siano le cosiddette preoccupazioni della compagine governativa.

Se invece riuscissimo a metterla in positivo, la risposta non potrebbe essere che affermativa: certo, deve riuscire a farlo. E dipende da tutti noi, dalla voglia di non rinchiuderci nel guscio dell’indifferenza o delle speranze mal riposte.

E’ una sentenza importante. Ribadisce con forza quello che le sentenze d’Appello (2010) e poi di Cassazione sulla Diaz e su Bolzaneto avevano scritto a chiare lettere, ribaltando il ridicolo giudizio che in entrambi i casi era uscito con le sentenze di primo grado: perquisizione legittima alla Diaz; distribuzione di caramelle e cioccolatini a Bolzaneto. Ed è proprio su questo punto che, personalmente, accompagno alla valutazione positiva della sentenza di Strasburgo un sentimento di rabbia per il modo in cui è stato chiuso il fatto più tragico avvenuto a Genova quattrodici anni fa, con l’archiviazione decisa nel maggio 2003. Hanno dovuto trascorrere altri sette anni perché le vicende genovesi del luglio 2001 trovassero momenti di verità. Non per Carlo. E’ stato così anche per la decisione della stessa Corte europea sul nostro ricorso, decisione che ha ribaltato un precedente giudizio che indicava le responsabilità dello Stato italiano nell’uccisione di Carlo. Sorge spontanea una domanda: se si condanna l’Italia per le sue responsabilità in termini di tortura è possibile non considerare tortura avere rotto la fronte di un moribondo con una pietrata, come fa un carabiniere nei confronti di Carlo per mettere subito dopo in scena il depistaggio (ricordate la rincorsa di un manifestante da parte del vice questore Adriano Lauro che grida: “Bastardo, lo hai ucciso tu col tuo sasso!”)? Quale altra Corte dovrà rispondere a questo interrogativo?

Forse non è necessaria un’altra Corte. Basterebbe un esame di coscienza di tanti concittadini che ancora oggi credono che fermarsi alle prime notizie e ai commenti artefatti che sempre le accompagnano sia una garanzia di sopravvivenza. La verità è sempre più preoccupante ma altrettanto necessaria perché quella sopravvivenza sia meno effimera e superficiale. In questo caso, torturarsi un po’ la coscienza può essere utile.

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