Renzi. Un’intervista “twittone”. Italia felice. Ma i sindaci non ci stanno. Tagli insopportabili ai bilanci

Renzi. Un’intervista “twittone”. Italia felice. Ma i sindaci non ci stanno. Tagli insopportabili ai bilanci

Renzi Matteo ha concesso una lunga intervista al Messaggero. Forse sarebbe meglio dire che il quotidiano romano di Caltagirone l’ha concessa al  premier che aveva bisogno di rassicurare Alfano: nel governo tutto va bene, il Paese è felice, si tira avanti, la collaborazione con voi di Area popolare, Alfano e Casini, funziona, non siete la ruota del carro, sì, c’è un problema, la sostituzione di Lupi, ma sono quisquiglie direbbe Totò, non mi occupo neppure del dibattito interno al mio partito, lo risolviamo e andiamo avanti. Il Messaggero, vicino o non molto lontano ad  Area popolare, serviva alla bisogna. E Renzi, da par suo, nella lunga intervista, è riuscito a dire niente di interessante su problemi  scottanti, per esempio  il Def , il documento di Economia e finanza di cui il governo discuterà martedì, per vararlo venerdì, si dice, ma non vi è certezza.

Una manovra da 10 miliardi colpirà i servizi per i cittadini

Una manovra da 10 miliardi di tagli per evitare la mannaia della Commissione europea che porterebbe ad un aumento dell’Iva, intollerabile per la nostra economia. 10 miliardi  che colpiranno i cittadini in termini di servizi resi dagli enti locali. Se la cava con qualche inutile riga. Eppure il Def ha suscitato, appena sono state rese note le linee generali, le proteste più o meno accalorate che stanno venendo da ogni parte, dai sindaci in particolare, dal quotidiano della Confindustria ai sindacati. Il premier glissa, l’intervista è un insieme di tweet, un twittone, parola che non esiste nel vocabolario italiano, ma rende bene l’idea. In fondo i suoi discorsi sono sempre un insieme di tweet.

Il premier si improvvisa benzinaio e bancario e vede l’Italia che cambia

“Basta sacrifici e nuove tasse”, e il giornale ci titola, “L’Italia riparte”. Spiega, la “sua” Italia di oggi. “La  verità –  dice – è che c’è un clima nuovo in Italia. E basta fare il pieno o chiedere un mutuo per capire che molto è cambiato. Dobbiamo continuare sulla strada delle riforme perché dopo tanti sacrifici, e gli italiani ne hanno fatto anche troppi ed è ora che li faccia la politica, ci siamo davvero”. Bene, bravo, da premier si trasforma in benzinaio e poi bancario. Ma i 3milioni e 400 mila disoccupati non frequentano spesso i distributori di benzina, così come altri tre milioni e passa di inattivi, chi il lavoro non lo cerca neppure, i giovani  e le donne in primo luogo. Queste ultime lo perdono. O qualche altro milione di poveri. In quanto ai mutui a chi si trova in regime di Jobs act si sente rispondere in banca che dopo tre anni potrebbe essere licenziato e quindi niente mutuo.

Tutti sballati i numeri di Poletti. I nuovi assunti solo circa 10 mila

Per non dire dei numeri che escono dalle stanze del ministero di Poletti relativi alle nuove assunzioni, a dir poco non veri, parliamo di errore tecnico per non dire altro. Si scopre che  i nuovi  assunti in seguito alla legge di stabilità non sono i vantati 79 mila. Questo è il numero complessivo che l’Istat fornisce trimestralmente di cui fanno parte anche le cessazioni di lavoro. In realtà sarebbero poco meno di 50mila, per l’80% lavoratori precari che passano a tempo indeterminato, come noi avevamo scritto. Quindi poco più di 10 mila. Altre cose da segnalare della chilometrica intervista.

Non poteva mancare un’offesa a Landini intruppato con Salvini, Grillo e Berlusconi

Una perla. “Noi”, dice, “siamo quelli che vogliono dare speranza agli italiani a fronte dei Salvini, Landini, Grillo, Berlusconi che puntano sulla rabbia”. Comizietto da tre soldi con la volgarità di mischiare il segretario di uno dei più forti sindacati italiani, la Fiom, con personaggi che hanno ben altra storia, non proprio brillante. E sempre su questa strada dell’offesa si rivolge a chi nel partito non la pensa come lui al riguardo della legge elettorale, considerandoli dei minus habens che farebbero saltare uno splendido Italicum per dieci collegi in più o in meno.

A proposito di cooperative se  la prende con qualche “progenitore” del Pd

Oppure quando chi lo intervista dice che le cooperative erano il fiore all’occhiello del Pd. Lui  precisa. “Di qualche progenitore del Pd, non nostro”. Dei comunisti, anche se non li nomina. E precisa: “Noi ci finanziamo con le cene e le Feste dell’Unità”. Dimentica che anche le sue “cene” e le Feste hanno avuto contributi dalle cooperative, dalla stessa “Concordia” se non andiamo errati. E che la “sua” fondazione per la Leopolda non si finanzia con le cene ma con  centinaia di migliaia di euro di imprenditori grandi e piccoli. Infine, le tasse. Spiega che sembrano aumentate perché l’Istat ha fatto un errore: i famosi 80 euro sono stati conteggiati come spese invece andavano scalati dalle tasse. Forse glielo ha suggerito qualcuno dei “suoi” economisti. Non osiamo pensare che glielo abbia suggerito il ministro Padoan.

Tagli per più di due miliardi agli enti locali. Fra i più colpiti, Roma, Firenze e Napoli

Mentre Renzi mostrava il volto di questa Italia felix, la protesta dei sindaci si levava sempre più forte. Ignazio Marino, Dario Nardella, renziano doc, Luigi de Magistris, sindaci di Roma, Firenze e Napoli con  il presidente dell’Anci, l’associazione dei comuni, Piero Fassino, primo cittadino di Torino, faranno il punto delle iniziative da prendere giovedì prossimo in una riunione a Roma. Il Def propone ulteriori tagli agli enti locali, colpendo i trasporti, la sanità, le aziende per i rifiuti. Una “sforbiciata” lineare, dove va va, di ben 2,2 miliardi, che deve essere distribuita su 8.000 municipi. Le tre amministrazioni dovrebbero sostenere il peso di oltre la metà dei tagli destinati alle città metropolitane, 178 milioni (26 Firenze, 87,2 Roma, 65,8 Napoli) su 256. Anche i piccolissimi Comuni si fanno sentire perché verrebbero penalizzati dai criteri demografici che, in circa 2.000 amministrazioni, porterebbero a tagli dal 20 al 100 per cento in più rispetto allo scorso anno. “Rischio default per centinaia di enti”, ha dichiarato Massimo Castelli, coordinatore nazionale dei piccoli Comuni dell’Anci.

A rischio importanti opere pubbliche nel settore delle costruzioni

Visto che Renzi parla di “Italia che riparte” tagli consistenti sono previsti per le opere pubbliche quelle che potrebbero, anzi dovrebbero, essere un volano della ripresa. Si parla di realizzarne solo il 50% del previsto. Non ci sono i soldi. Saltano lavori stradali, autostrade che non vedranno mai la luce. Si dice che le opere da attuare saranno valutate in base al rapporto “costi-benefici”, formula quanto mai ambigua. Ultima, ma non certo per importanza, la notizia che i miliardi previsti per la decontribuzione destinati alle imprese che assumono in base al jobs act, non sarebbero sufficienti.

Il premier lancia il suo grido di battaglia “non ci fermiamo”. A volte si va a sbattere

Già che ci siamo aggiungiamo un’altra vicenda allarmante. La Corte Costituzionale ha fatto decadere dall’incarico 866 dirigenti della Agenzia delle Entrate perché promossi senza  concorso. C’è un problema  di  legittimità degli atti firmati dai dirigenti decaduti e quelli che dovranno essere firmati nella fase transitoria. Si rischiano ricorsi e procedure di impugnazione, già partite in alcuni casi, mentre sta entrando nel vivo il rientro dei capitali dalla Svizzera, operazione che deve chiudersi entro sei mesi e che deve portare ai conti pubblici circa 65 miliardi. “C’è un grande allarme: è a rischio il gettito e la stessa griglia del Def”, afferma  Marco Causi Pd, relatore della delega  fiscale.  Ma Renzi, come nel celebre verso di Dante, “non ti curar di lor, ma guarda e passa”, dei problemi veri non vuol sentire neppure parlare. Ripete  come un disco rotto “noi non ci fermiamo glielo garantisco”. Così conclude l’intervista. A volte capita che si vada a sbattere.

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