Il Papa piange i cristiani uccisi nel mondo, e parla di “deriva dei diritti umani”. Gentiloni replica con la guerra. Annunziata critica la sinistra

Il Papa piange i cristiani uccisi nel mondo, e parla di “deriva dei diritti umani”. Gentiloni replica con la guerra. Annunziata critica la sinistra

La carneficina nella cittadina keniota di Garissa ha avuto luogo all’alba del giovedì santo. La contabilità dell’eccidio perpetrato da un commando di islamisti di Shabaab parla di 152 uccisi, dei quali 147 studenti universitari giovanissimi. E cristiani. Tuttavia, a qualche giorno di distanza, il numero dei morti potrebbe crescere ancora. Pur avendo fatto, la notizia, il giro del mondo, su tutte le prime pagine dei giornali e nelle aperture dei tele e radiogiornali, l’opinione pubblica occidentale si interroga su quella che giustamente il quotidiano francese Liberation ha definito strategia “dei due pesi e due misure”, a proposito delle reazioni concrete all’eccidio. E che la questione sia decisamente viva, lo ricorda papa Francesco, non solo in occasione di ogni Liturgia pasquale, ma anche durante la recita del Regina Coeli, lunedì di Pasquetta.

Il monito di papa Francesco

Papa Francesco aveva già lanciato il suo grido di dolore per i cristiani perseguitati nel mondo, e per quei 147 studenti africani uccisi perché cristiani, con un’enfasi mai sentita prima sulla bocca di alcun pontefice: “i cristiani perseguitati nel mondo sono i nostri martiri di oggi e sono tanti, possiamo dire che siano più numerosi che i primi secoli. Auspico che la comunità internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine, che costituisce una preoccupante deriva dei diritti umani più elementari. Auspico veramente che la comunità internazionale non volga lo sguardo da un’altra parte”. Ora, qualche “anima bella” potrebbe dire che è troppo facile, perfino banale, che il papa sollevi ora il velo dell’eccidio dei cristiani. Ma attenzione, questo papa molto coraggiosamente fa coincidere gli eccidi (ma Francesco non è così ingenuo, ha condannato ogni eccidio, a prescindere) con la “preoccupante deriva dei diritti umani più elementari”. E chi si occupa nel mondo della tutela e della difesa dei diritti umani ovunque calpestati? Le Nazioni Unite, innanzitutto, e poi tutte le grandi organizzazioni sovranazionali e regionali. A queste ultime, la comunità internazionale, dalla fine del secondo conflitto mondiale, ha affidato la tutela della legalità e dei diritti umani.

La crisi delle grandi organizzazioni internazionali che tutelano i diritti umani e l’intervista di Gentiloni

Il progressivo indebolimento delle Nazioni Unite, soprattutto dopo la guerra di Bush in Iraq e in Afghanistan, a partire dal 2003, come vendetta e ritorsione per i fatti dell’11 settembre 2001, la quasi totale inesistenza, ormai, delle grandi alleanze sovranazionali e regionali, hanno dato il via ad una serie impressionante di avanzate militari, in parte governate da islamisti, che si estendono dall’Africa al Medio Oriente, e raggiungono il Sud-est asiatico. Per questa ragione, la reazione politica e militare di un solo paese non basta e non serve, come non è bastata e non è servita la lunga, costosa e disastrosa strategia aerea degli alleati contro Daesh. Ci riferiamo in particolare alla lunga intervista (poi rettificata) concessa dal ministro degli esteri Gentiloni al Corriere della Sera, ma anche ad una interessante provocazione di Lucia Annunziata sull’Huffington Post. Entrambi sono sollecitati dallo stesso interrogativo: come rispondere agli eccidi di massa nel mondo? Gentiloni risponde con nettezza: “per contrastare il terrorismo è inevitabile il risvolto militare”, e indica anche i fronti “del risvolto militare”, Medio Oriente e Africa settentrionale. Insomma, mandiamo le nostre truppe. Con chi? Sotto quale bandiera? Con quale legittimità sul piano del diritto internazionale? Con quali tempi? Gentiloni non lo dice. Nella sua intervista non esiste uno straccio di analisi internazionale degli ultimi venti anni. Eppure, di cose, nel mondo, ne sono accadute davvero tante, ma proprio tante. Però, vuoi mettere “quanto è figo” un ragionamento da Italia superpotenza? Auspichiamo maggiore serietà da parte del ministro degli Esteri.

L’editoriale di Lucia Annunziata

Diverso il ragionamento e l’obiettivo di Lucia Annunziata. Il direttore dell’Huffington Post Italia sollecita la sinistra, perché nella circostanza dell’eccidio di Garissa non ha visto mobilitazioni, appelli, posizioni dure. Ed è vero. La reazione è stata talmente timida e impalpabile che non solo la sinistra italiana, ma tutta la sinistra europea (dove sono i socialisti europei?), che pure governa in Germania, Svezia, Danimarca, Italia, Francia, il paese colpito direttamente il 7 gennaio scorso dagli islamisti, pare lavarsene le mani. L’interrogativo di Annunziata non fa una piega: dove sei sinistra, e di cosa hai paura quando si parla esplicitamente di eccidi di cristiani? La risposta che ella fornisce è intrigante, ma richiede un dibattito pubblico: la sinistra ha “paura che la difesa dei cristiani significhi accendere altre mine nel già duro scontro, significhi dare via libera a una controreazione, significhi infine legittimare tutta quella destra che già ora in Occidente per propri interessi politici soffia sul fuoco del razzismo e dello scontro di civiltà”. Ciò significa che la sinistra non ha elaborato una cultura e un pensiero alternativo a questo rischio di contaminazione con “la teoria della fine della civiltà europea”, e con la teoria di Samuel Huntington dello “scontro tra civiltà”. Ci ritorneremo. Ci piace concludere questo articolo con il tweet del disegnatore algerino Dilem (che qui riportiamo). Egli pubblica una vignetta su Twitter in cui rappresenta un militante islamico, fucile fumante sulla spalla, che si gratta la testa perché non capisce e si interroga: “Rompi una statua e tutto il pianeta reagisce, massacri 147 studenti e tutto il mondo se ne fotte”. E con la rabbia dei leader dei movimenti cristiani d’Africa, i quali hanno postato sui social network le foto dei capi di stato e di governo africani che lo scorso 11 gennaio andarono a marciare a Parigi dopo l’attentato a Charlie Hebdo, scrivendo: “questi presidenti erano in Francia per je suis Charlie. Non sono andati in Kenia…”. L’hashtag è ancora: #jesuiskenyan. Come si vede, la questione aperta da papa Francesco apre una ferita profonda nella coscienza dell’Occidente, abituata ai due pesi e due misure. Il dibattito è aperto.

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