Mia Madre: l’intimismo puerile di Nanni Moretti

Mia Madre: l’intimismo puerile di Nanni Moretti

Nel titolo di un suo celebre libro, David Parkinson afferma che la storia del cinema sia costituita al più da un centinaio di idee. Effettivamente la stessa distinzione dei generi cinematografici obbedisce a tale divisione  per macroaree tematiche, a questa sorta di schematismo ad albero, di cui poi si ricordano solo i frutti più buoni e maturi. E dunque, il fatto che il cinema sia, di fatto, una riproposizione continua di archetipi già trattati, da un lato aiuta lo spettatore ad approfondire dei lati del proprio essere, ma dall’altro mette gli addetti ai lavori alle prese con la pericolosa possibilità di ripetersi o di scadere nell’ordinarietà. Ma in quel cantiere a cielo aperto che è il cinema italiano, Nanni Moretti rappresenta da anni una delle più solide certezze. Un esempio di originalità quasi camaleontica, nonché una base massiccia e stabile su cui costruire il futuro. E quindi, abbandonato almeno in parte l’impegno politico che lo ha contraddistinto negli anni, egli ripropone l’altra faccia del suo ego artistico, riavvicinandosi ad un intimismo già sperimentato con successo in passato. Con Mia Madre, Moretti riporta in scena un tema sentitissimo e delicatissimo, come la morte di un genitore. Egli ripresenta un film in cui la gravità di un lutto è il fulcro di una rappresentazione tematica di più ampio respiro, come se la gravità del momento porti i personaggi ad una vulnerabilità che li rende trasparenti.  Così come in La stanza del figlio (2001), in cui uno psicologo faceva i conti con sé stesso e la morte del suo primogenito, anche nella sua ultima fatica Moretti è scrutatore discreto del dolore. Ancora una volta egli si fa portavoce di una criticità quasi insuperabile, che vede i suoi personaggi alle prese con l’arduo compito di non mescolare vita privata e lavorativa. Lo fa scegliendo di mettersi in secondo piano almeno come attore, lasciando giustamente spazio ad una Margherita Buy superlativa, in grado di proporre magistralmente il suo ruolo di regista/figlia alle prese, contemporaneamente, con la morte della madre e la messinscena di un film. Nella cornice metacinematografica che delinea per intero la pellicola, grandi meriti vanno dati anche a John Turturro, capace di una immedesimazione recitativa che oscilla continuamente tra le bizzarrie comiche dell’attore di un film nel film, ed il dramma di un figurante che non riesce a rendere al meglio la propria parte.  Mia Madre sarà in concorso al prossimo Festival di Cannes. Questa volta l’ottimismo è d’obbligo!

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