L’Espresso.Re: povero Renzi, anche i suoi gliene combinano di tutti i colori

L’Espresso.Re: povero Renzi, anche i suoi gliene combinano di tutti i colori

Insomma l’Espresso.Re ha deciso: Renzi Matteo è puro come un agnello, di quelli che si sacrificano per i nostri pranzi pasquali. “Certo a Roma il leader – scrive Marco Damilano, penna numero uno della politica italiana – strapazza e umilia  gli avversari, nei territori finisce in minoranza o è costretto ad affidarsi a professionisti del trasformismo. E dietro il leader c’è il deserto. I renziani per ora non esprimono una  classe dirigente, un’organizzazione, una struttura, una cultura politica”. Meraviglia che un giornalista molto attento non si ponga una domanda: Renzi non é da oggi in movimento, la sua organizzazione politica si chiama Leopolda, come è possibile che sia così  solo?

Gli errori  del segretario-premier? Non colpa sua, gli manca un gruppo dirigente

La risposta è semplice: è lui che vuole così. Lui con un ristretto gruppo, il “giglio magico”, i cui componenti occupano tutto il possibile dei posti di potere. Il partito, per il segretario, non è una comunità dove davvero ci si confronta. È un’organizzazione in cui decide un ristretto gruppo, gli iscritti non contano niente, i circoli quasi azzerati. Se Damilano avesse davvero guardato dentro il Pd non avrebbe potuto assolvere Renzi dai tanti errori commessi. Tutta colpa dei vecchi notabili, maneggioni, della vecchia guardia, D’Alema in primo piano che ha osato criticare il premier definendolo “arrogante”. Bersani poi non se ne parli. Scrive il direttore dell’Espresso.Re. “La ditta di  bersaniana memoria si è disintegrata per colpa dei suoi troppi difetti, prima ancora che per la rottamazione renziana”. E le minoranze interne? Secondo il direttore Vicinanza “sarebbe una beffa della storia l’accusa rivolta  dalle agitate minoranze interne del Pd, non sei di sinistra, riducendo l’essere di sinistra a una etichetta, a una rendita di posizione, senza valori e contenuti”. Non basta all’ Espresso.Re: “Da Ischia a Venezia, lungo tutto lo stivale è un festival di pasticci”.

Il direttore del settimanale: l’arroganza della vecchia guardia mette a rischio il Pd

Tale da mettere a rischio la stessa sopravvivenza del Partito democratico   con tutta l’arroganza della “vecchia guardia”. Non ci vuole molto a capire che arroganza e vecchia guardia portano nell’editoriale di Vicinanza a Massimo D’Alema. Scrive il direttore che “c’è dell’umorismo involontario” nel  titolo dell’ultimo libro di Massimo D’Alema “Non solo euro”, “cinquecento copie acquistate dalla cooperativa rossa Cpl Concordia, quella che trafficava con il sindaco di Ischia. Già, non solo euro. Ma anche vino: duemila bottiglie di rosso. Dalemiano, rigorosamente. Acquistate sempre dalla stessa coop Sapere & Sapori: la via rivoluzionaria per la conservazione del potere”.

Ironia di bassa lega sul vino prodotto dall ‘azienda della famiglia D’Alema

Quel “coop Sapere & Sapori” davvero una raffinata ironia degna di miglior causa. Così come quella “conservazione del potere” cui  molto tiene il direttore nostro. Poi, udite udite, la Fondazione di cui D’Alema è presidente, a titolo gratuito, ha ricevuto 60 mila euro, con tre versamenti, in tre anni. Riconosce che ci sono stati regolari bonifici “dunque verosimilmente fatturati”. Meraviglia che Vicinanza usi quel “verosimilmente”, da un direttore è richiesto che perlomeno conosca come funzionano i bonifici, ma sorvoliamo. Purtroppo non è il solo a speculare sulle donazioni, ci si sono buttati a pesce fior di editorialisti e commentatori. Tutte persone che si sono battute, e con  loro l’Espresso, per mettere al bando il finanziamento pubblico ai partiti. Si rivolgano ai privati – dicevano –  per le loro  attività politiche, culturali. È vero che la Fondazioni sono nate come i funghi  e che sarebbe necessaria una legge sulla trasparenza, ma sul fatto che grandi aziende, cooperative anche, imprenditori, diano contributi a chi svolge una  reale attività, chi produce cultura politica, in particolare, non ci dovrebbe essere niente da dire, salvo la loro trasparenza, cosa che non sembra essere propria del dna del mondo della grande finanza.

Quasi due milioni di finanziamenti alla Leopolda del premier

Chi  sbatte D’Alema in prima pagina dimentica che una Fondazione finanzia le Leopolda di Renzi Matteo e che viene gestita da Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai, che il principale “donatore” si chiama Davide  Serra, finanziere d’alto bordo che ha versato 175  mila euro, che un industriale della chimica  ne ha donati 120 mila, altri noti personaggi 60 mila e poi via via 20 mila fino ad un totale in un anno di 1 milione 905 mila euro, spiccioli  rispetto a quelli che la coop ha donato alla Fondazione Italianieuropei. Si dimentica la Fondazione di Renzi e ci si sbizzarrisce sul vino di D’Alema.

De Luca: il vino una zozzeria. Vissani, grande chef: i vini sono molto buoni

Repubblica, stesso editore dell’Espresso, addirittura usa un “parere” sulla qualità del vino espresso da De Luca, candidato Pd alle regionali, malgrado una condanna. Dice il De Luca: “Credo che il vino di D’Alema sia una zozzeria con retroguardia da idraulica”. Ribatte uno degli chef più famosi d’Italia, Gianfranco Vissani: “I suoi vini sono molto buoni, sono dei grandi vini. A livello dei migliori Bordeaux, visto che qualcuno ha detto che non valgono nulla a confronto di quelli francesi”. Ma De Luca…. “Lui – replica lo chef – mangia mozzarelle, non beve vino, non dovrebbe dire certe cose”.  Ci si domanda: ma quale reato ha commesso D’Alema? Quello di vendere un ottimo prodotto a un prezzo basso rispetto alla qualità e al mercato. In due anni 2 mila bottiglie di vino. Ma una azienda che produce vino quant’altro dovrebbe fare, regalare, buttare? Per far contento il direttore  dell’Espresso.Re?

Non regge un partito in cui contano più gli elettori che gli iscritti

La realtà è ben diversa da quella dipinta da Vicinanza e Damilano.  Renzi ha voluto un partito fatto di iscritti ed elettori come recita lo statuto del Pd che gli ha consentito di vincere le primarie con i voti di chi per caso passava per strada. Uno statuto che annullava gli iscritti, la partecipazione, eliminava il ruolo dei circoli, un partito più che liquido. Ora lo stesso Renzi dice che gli iscritti devono contare, ma intende i parlamentari, i sindaci, chi opera nelle istituzioni. Chi insomma può controllare, vedi Italicum. Allora, si dice a  Roma, la butta in caciara. A chi  giova? Al paese no.  Dimenticavamo di dire perché abbiamo aggiunto un Re all’Espresso. Non ci pare serva una spiegazione.

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