La dolce arte di esistere: un appello alla vita firmato Reggiani

La dolce arte di esistere: un appello alla vita firmato Reggiani

Dopo essere stato presentato alla stampa al Cinema dei Piccoli, è uscito in sole due sale in tutta Italia La dolce arte di esistere. Un film scritto, diretto e prodotto da Pietro Reggiani personaggio tra i più eclettici e talentuosi del nostro panorama cinematografico. A ben cinque anni di distanza da L’estate di mio fratello (interessantissimo lavoro che indagava sulle insicurezze tipiche della fanciullezza), in una sorta di crescita introspettiva dei suoi personaggi, nonché della sua stessa interiorità autoriale, l’ultima pellicola di Reggiani va a scandagliare gli aspetti più reconditi del rapporto tra gli adolescenti e la società che li circonda. E così, sulla eco dell’ultimo film di Gabriele Salvatores, Il ragazzo invisibile, il grande schermo si fa nuovamente testimone di una storia di invisibilità psicosomatica. Roberta (Francesca Golia) e Massimo (Pierpaolo Spollon) sono affetti da questa stramba malattia e, non appena i due si ritrovano in situazioni di imbarazzo, spariscono dalla vista di tutti. Un’invisibilità che diventa quasi necessità, un’arma in più rispetto al solito arrossimento tipico di chi è a disagio. Si respira un’atmosfera assolutamente favolistica, accentuata dalla voce fuoricampo di Carlo Valli (che non a caso è stato lo storico doppiatore di Robin Williams), che proprio come aveva azzardato Salvatores, tenta di smorzare i toni di problematiche ben più profonde, cercando rifugio in un mondo ipotetico. Scelta, questa, che da i suoi frutti solo in maniera parziale. Se infatti da una parte Reggiani è capace di raccontare la sua storia con un tocco leggero, quanto mai intimo e quasi onirico, dall’altra questa particolare impostazione narrativa crea smarrimento nello spettatore, che si ritroverà a vivere una sensazione di distaccamento rispetto a due personaggi che non si fanno amare mai troppo nel corso della messinscena.

 

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