Italicum. Le contraddizioni della sinistra Pd. Speranza predica lealtà. Fassina: ferite inguaribili in caso di fiducia

Italicum. Le contraddizioni della sinistra Pd. Speranza predica lealtà. Fassina: ferite inguaribili in caso di fiducia

C’è un passaggio interessante nell’intervista che l’ex Presidente del Gruppo Pd alla Camera Roberto Speranza ha concesso a Lucia Annunziata nel corso della puntata di “In mezzora” di domenica 26 aprile, un passaggio che dovrebbe far discutere. Cos’ha detto Roberto Speranza? Sollecitato con la consueta caparbietà da Lucia Annunziata sul che fare dopo la eventuale fiducia sulla riforma della legge elettorale, Speranza ha riconosciuto, più volte, che “sarebbe una violenza nei confronti del Parlamento”. L’accusa è di una gravità eccezionale: l’ex capogruppo stigmatizza un atto di imperio, violento e autoritario nei confronti della libertà del Parlamento, in questo caso della Camera, di decidere delle sorti di una legge elettorale. L’ha ricordato lo stesso Speranza che nella storia d’Italia la fiducia su una legge elettorale è stata imposta solo due volte: nel 1923, con Mussolini appena salito al potere, che avrebbe volentieri trasformato il Parlamento “in un bivacco per i suoi manipoli”, e nel 1953, quando De Gasperi impose quella che venne definita la legge truffa.

E Speranza stesso ha pure ricordato, a qualche milione di spettatori, che in quei casi si dimisero i presidenti del Senato (in realtà sbagliando, perché ad esempio le dimissioni di Giuseppe Paratore non vennero date contro il merito della legge truffa, ma in seguito a quanto accadde in Senato per effetto dell’ostruzionismo delle opposizioni, e per il maldestro tentativo del governo De Gasperi di spingere sull’acceleratore). Forse sarebbe stato più opportuno ricordare che quella legge degasperiana, prevedeva un premio di maggioranza del 65% dei seggi al partito o alla coalizione di partiti che avesse superato la maggioranza del 50,01%, ed era stata presentata dal ministro degli Interni Mario Scelba, uno dei peggiori, se non il peggiore, nella storia della nostra Repubblica. Dunque, i riferimenti storici alle fiducie imposte dai governi per l’approvazione di leggi elettorali scritte su misura, risalgono a tempi e momenti estremamente contrastanti e la lezione che proviene dalla storia è che in questa materia, eminentemente democratica, dev’essere concessa la massima sovranità di decisione ai parlamentari, senza alcun vincolo di mandato. La lezione della storia pare essere stata dimenticata dal premier Matteo Renzi, e bene ha fatto Roberto Speranza a ricordarla, con testarda monotonia.

Tuttavia, è parso che l’esponente della sinistra del Pd non avesse riflettuto fino in fondo sulle conseguenze delle iniziative di Renzi. Come se l’ex capogruppo tentennasse, barcollasse, dinanzi ad una strategia renziana che punta evidentemente al voto prima possibile. L’analisi di Speranza è condivisa da Stefano Fassina, certo, ma quest’ultimo le spinge alle estreme conseguenze. In una intervista rilasciata a Monica Guerzoni, del Corriere della Sera, Fassina individua subito la posta in gioco nella fiducia sull’Italicum (corroborato, in questo, proprio dalla vicenda che ebbe per protagonista De Gasperi e Scelba nel 1953. Due mesi dopo l’approvazione della nuova legge truffa, si votò, infatti): “Se passa l’Italicum si va a votare”, dice Fassina proprio nell’incipit dell’intervista. E prosegue: “se è vero che il presidente del Consiglio vuole mettere la fiducia sulle pregiudiziali di costituzionalità, siamo alla conferma della volontà pericolosa di dimostrare decisionismo. Sarebbe ancora più grave”.

Se, pertanto, dal canto suo Roberto Speranza continua ancora a ritenere aperte le porte del dialogo, e con lui forse un drappello di parlamentari di Area riformista, e di un ripensamento di Renzi e della sua maggioranza a proposito del ricatto “Italicum o voto”, Fassina capovolge la diagnosi e sposta, con maggiore acutezza, l’obiettivo sulle vere strategie di Renzi, per la verità ora abbastanza note. Perché esiste un punto di metodo sul quale ci spinge a riflettere: se l’Italicum fosse approvato a maggioranza e con voto di fiducia, e qualora avesse superato le critiche esposte dai giudici della Suprema Corte che hanno dichiarato incostituzionale il Porcellum, è chiaro a tutti, ma proprio a tutti, che si porrebbe la questione di sostituire un Parlamento illegittimo. Si dimentica spesso il fatto che questo Parlamento fu eletto nel febbraio del 2013 con una legge giudicata incostituzionale, e dunque che il premio di maggioranza, con cui il Pd, fortemente minoritario nel paese, governa, è illegittimo. Ecco perché ha ragione Stefano Fassina, se passa l’Italicum, con tutte le strategie che Renzi deciderà di adottare, sarebbe più facile il ricorso al voto immediato, magari in autunno, con la nuova legge. A quel punto, strategie elettorali e strategie politiche di rilegittimazione si stringerebbero attorno ad un asse centrista e di governo, e attorno alla scelta di gruppi parlamentari (o del gruppo parlamentare della Camera, qualora fosse approvata la riforma del Senato) più vicini al segretario e più solidali con l’esecutivo. È per questo che la tenaglia renziana stringerà un patto di ferro centrista, degasperiano, per dare vita al grande Partito della nazione, in cui, come teme Speranza, “vi sarà tutto e il suo contrario”. Ed è evidente che a quel punto si celebrerà la sconfitta, speriamo non definitiva, di un progetto di sinistra anche all’interno del Pd. Qui non è più in gioco la “ditta” di bersaniana memoria, ovvero il Pd, e il suo futuro. No, in questi giorni, in queste settimane, si gioca il futuro della sinistra italiana, della sua capacità di dettare l’agenda politica, di condizionare i processi sociali e politici. L’abbiamo già vista in opera in altri casi, questa strategia di chiusura a sinistra, su tutti, la riforma del mercato del lavoro, la cancellazione dell’articolo 18, la controriforma della scuola. Dobbiamo aspettare ancora, onorevole presidente Speranza?

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