Il 25 aprile di un comunista italiano. Contro le amnesie strumentali, ricordiamo il ruolo dei comunisti nella lotta partigiana

Il 25 aprile di un comunista italiano. Contro le amnesie strumentali, ricordiamo il ruolo dei comunisti nella lotta partigiana

Nella narrazione prevalente in questi giorni che hanno anticipato la ricorrenza del settantesimo anniversario della Liberazione, su tanti media, nelle istituzioni, perfino nei nostri discorsi, sembra sia sparita una traccia storica fondamentale, la partecipazione decisiva, notevole, coraggiosa di migliaia di comunisti italiani alla lotta partigiana. Insomma, a leggere i quotidiani, a scorrere le immagini d’epoca di tante televisioni, nelle interviste, sembra proprio che sui comunisti sia calato il velo dell’oblìo, e che la Resistenza l’abbiano fatta tutti, ma proprio tutti, ma non i comunisti. E ovviamente, il valore supremo della Liberazione, ovvero la lotta antifascista, a leggere certi commenti, mica era nel patrimonio ideale dei comunisti – maledetti e pure stalinisti. No, era di altri, di tutti gli altri.

Noi, che comunisti siamo stati nei decenni successivi alla costruzione della Repubblica democratica, solo per ragioni anagrafiche, non possiamo che stigmatizzare queste amnesie, che però hanno il gusto amaro della strumentalizzazione politica dell’oggi. Come si fa a parlare di Liberazione senza citare (almeno citare!) Gramsci e Togliatti, Luigi Longo, Pietro Secchia ed Eugenio Curiel (ucciso dai fascisti nel febbraio del 1945), solo per citarne alcuni? Diamo intanto una informazione storica, per le tante lacunose narrazioni di questi giorni: la lotta antifascista non nacque l’8 settembre del 1943, come vorrebbero farci credere, ma già subito dopo la Marcia su Roma dei fascisti, la presa del potere di Mussolini, l’assassinio di Matteotti e la mortale prigionia di Antonio Gramsci. Qualche numeretto non fa male: su 4671 antifascisti condannati dal Tribunale speciale fascista, i comunisti furono  4040, per un totale di 23mila (!) anni di carcere.

Dopo l’otto settembre del 1943, fu su sollecitazione di alcuni storici dirigenti comunisti, tra i quali Luigi Longo e Pietro Secchia, che si costituirono in tutto il Nord Italia le Brigate Garibaldi, 575 per un totale di circa 250mila uomini. E nelle Brigate Garibaldi vennero arruolati tanti ma tanti antifascisti comunisti, molti dei quali morirono coraggiosamente in battaglia, e altri divennero i migliori quadri del PCI e delle Istituzioni repubblicane, dopo il 2 giugno del 1946. Pietro Secchia realizzò, nel dopoguerra, un’accurata ricerca sulle Brigate Garibaldi, e scoprì che su 1673 nominativi censiti di quadri partigiani combattenti e di organizzatori della Resistenza, 168 provenivano dall’esercito o dalla vita civile, mentre ben 1505 erano dirigenti comunisti che avevano già fatto anni di galera o di confino. I comunisti furono in prima linea nella costituzione del CNL, il Comitato di Liberazione nazionale, orientandone gli sviluppi successivi della lotta di Liberazione come lotta di popolo. Lo spiegò bene il fisico Eugenio Curiel nel luglio del 1944, quando scrisse che “migliaia e migliaia di giovani si sono raccolti nel Fronte della gioventù e migliaia di donne nei gruppi di Difesa. Sono sorti nei villaggi i primi Comitati contadini. Così che può porsi oggi il problema di un’integrazione dei CLN coalizionistici con gli organismi di massa e l’avvio alla trasformazione dei comitati stessi in organi democratici rappresentativi”. Era l’analisi acuta di quella che già nel 1944 veniva chiamata, dai comunisti italiani, la “democrazia progressiva”.

Il grande straordinario contributo dei comunisti alla Resistenza non fu solo un contributo di lotta e di sangue, ma anche un contributo alla costruzione popolare della democrazia. Perché il rischio incombente era la prefigurazione di un’Italia post-bellica nuovamente preda delle classi dirigenti cresciute in epoca fascista. La questione della futura Italia e della sua organizzazione politica era rilevante, e aveva mosso già numerosi dibattiti e conflitti all’interno stesso della coalizione dei partiti del CNL. Cosa sarebbe stata l’Italia post-bellica senza i comunisti? Ecco cosa scrisse Palmiro Togliatti in occasione del decimo anniversario della Liberazione: “nella vita dell’Italia nostra si può osservare negli ultimi decenni, un avanzare non uniforme, alle volte interrotto, di una grande ondata di movimento popolare rinnovatore. Nel primo dopoguerra questa ondata, per gran parte torbida e confusa, sembrò dovesse sommergere tutto il vecchio ordinamento reazionario dello Stato italiano. Poi venne il fascismo e parve, ai superficiali e agli inesperti, che tutto fosse finito. Ma al crollo del fascismo, causato in gran parte anche dalla lotta consapevolmente condotta per rovesciarlo, la marea sale di nuovo, travolge ogni barriera, tocca il punto più alto nell’insurrezione del 25 aprile. Ora sembra si debba andare di nuovo indietro per un lungo periodo, ma non è vero. Ciò che è stato conquistato non è perduto. È scritto nella Costituzione repubblicana, è scolpito nell’animo della grande maggioranza degli italiani. Ondate nuove già si preparano e verranno, e faranno avanzare nuovamente tutto il paese, verso il rinnovamento radicale dei suoi ordinamenti sociali e politici” (Il contributo dei comunisti alla Resistenza Italiana, in Opere scelte, a cura di G. Santomassimo, Roma 1974, p. 682).

Ecco, quello che gli smemorati di professione dimenticano oggi quando si parla di celebrazione del 25 Aprile è che non sarebbe bastato, all’Italia, uscire dalla guerra, perfino dopo quella che lo storico Claudio Pavone ha voluto definire “Guerra civile”, interpretando la Resistenza e il conflitto con i repubblichini di Salò. Per metter mano alla riorganizzazione dello stato, e per dargli un profilo costituzionale e democratico occorreva qualcosa di più, quella “democrazia progressiva”, che grazie alla iniziativa di Togliatti e di tutti i comunisti italiani ebbe il merito di far rientrare nei confini della Costituzione appena varata (1948) milioni di diseredati, poveri, analfabeti, reduci e profughi. Insomma, quel 25 aprile di Liberazione, grazie ai comunisti italiani, era diventato la prefigurazione di un popolo che si rialzava dalle macerie e che sui valori dell’antifascismo militante aveva fondato una nuova forma di convivenza civile, sociale e politica, mai sperimentata in Italia.

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