Franco Martini, Cgil: “6 milioni di contratti da rinnovare entro il 2015. Priorità del sindacato”

Franco Martini, Cgil: “6 milioni di contratti da rinnovare entro il 2015. Priorità del sindacato”

Sono oltre 6 milioni, dopo la firma dei recenti contratti del terziario, dei bancari e degli studi professionali, i lavoratori impegnati nel 2015 nella stagione dei rinnovi. Una dimensione “quantitativa” che, lungi dall’essere sottovalutata, si intreccia con ancor più significative implicazioni derivanti dal contesto politico ed economico con cui il mondo del lavoro si trova a fare i conti. “Un contesto che obbliga la confederazione – spiega Franco Martini, della segreteria nazionale Cgil – ad assumere il tema della contrattazione come impegno centrale della nostra iniziativa, da un lato con l’intento di esercitare un maggior coordinamento tra le strutture sparse sul territorio e, dall’altro, per porre con forza l’esigenza di ridefinire un progetto complessivo in grado di fare della contrattazione stessa il terreno di profonde innovazioni nei contenuti e nelle pratiche sindacali consolidate”.

Martini, a che punto è la discussione in Cgil sul nuovo modello di politica contrattuale? E quanti passi concreti in avanti sono stati fatti in materia rispetto all’ultimo dibattito congressuale? “Senza dubbio, l’ultimo congresso è stata la sede più autorevole di questa discussione, dopo l’avvio avvenuto a Milano in occasione del seminario nazionale sulla contrattazione del dicembre 2012. Oggi come allora siamo convinti della necessità di produrre un forte investimento in termini di innovazione. Questo perché siamo consapevoli che la coperta della contrattazione, soprattutto quella di secondo livello, tende sempre di più a ridursi e, in ogni caso, a non includere soggetti e settori della società che attualmente non sono tutelati e che, contrariamente a quanto molti sostengono, non sono tanto il frutto delle distrazioni sindacali, ma di leggi che sono state fatte dal Parlamento e dai governi e contro le quali noi abbiamo cercato di combattere, certo non sempre con i risultati sperati, in particolare quando si è trattato di impedire che quelle norme rendessero la flessibilità essenzialmente uno stato di precarietà diffuso e permanente”.

La contrattazione inclusiva come strumento per riunificare il mondo del lavoro… “Esatto, ma con un elemento di novità rispetto al passato. Mi riferisco al fatto che il problema si è molto più complicato rispetto all’ultimo congresso della Cgil, perché se fino a ieri l’obiettivo era includere chi stava fuori, oggi tra la crisi, che accentua i processi di emarginazione, e le politiche del governo, rischiamo di vedere espulsi dall’area dei tutelati chi già era dentro la contrattazione. Quindi, il ripensamento della strategia contrattuale ha questo primo capitolo significativo: il sistema delle tutele non può più privilegiare solamente chi ha la certezza del rapporto di lavoro dipendente, ma deve incrociare tutti i percorsi lavorativi che non corrispondono più alla fattispecie della tradizione”.

Possiamo parlare dunque di un doppio livello di inclusività in ambito contrattuale? “Sì, è così. La contrattazione inclusiva non risponde più soltanto a una scelta di ricomposizione strategica del lavoro, ma è anche una risposta alla crisi, obbligandoci a un approccio diverso dal passato, molto più consapevole del valore della contrattazione territoriale e sociale”.

Puoi spiegarti meglio? “Il riferimento è al fatto che fino a ieri la centralità del lavoro era definita essenzialmente nel rapporto con il luogo in cui quel lavoro si esplicava. Erano i famosi 35 anni sempre nella stessa azienda. Il lavoro strutturato era la fonte primaria dei diritti, oggi siamo in un altro mondo e, tra l’altro, il rapporto con il lavoro, anche alla luce dei nuovi provvedimenti, sarà sempre più uno stop and go, in cui si avrà il momento del lavoro e quello delle tutele in assenza momentanea di un’occupazione. Ne deriva che la diffusione della contrattazione sarà condizionata anche dalla nostra capacità di intervenire ‘in prossimità’ della condizione del disagio, nei ‘non luoghi’ di lavoro, quindi nel territorio”.

Alla luce delle cose che hai fin qui detto, è corretto sostenere che la cesura storica tra contrattazione tradizionale del lavoro e contrattazione territoriale e sociale ha oggi molto meno senso di esistere? “Non solo ha molto meno senso, ma direi che i due tipi di contrattazione sono diventati complementari. Ci sono infatti alcuni lavori che possono essere garantiti anche in relazione al fatto che nel contesto territoriale si riesca a ottenere dei diritti. Provo a essere più esplicito con un esempio. Quando alcuni anni fa nel settore del commercio è stato affrontato il tema delle liberalizzazioni, si è toccato con mano quanto la sostenibilità del lavoro di una donna, che magari è separata o non sposata e che, dunque, deve fare i conti per forza di cose con l’efficacia e la funzionalità di un sistema di servizi – dall’asilo nido alla scuola materna, a una rete di trasporti in attività fino a tarda sera – possa dipendere dalla capacità dell’ente locale di assecondare, in rapporto anche con la capacità negoziale del sindacato, le sue esigenze e quelle delle altre persone in carne e ossa”.

Riassumendo: doppio livello di inclusività e maggior consapevolezza del ruolo della contrattazione sociale e territoriale. Sono queste le principali novità del nuovo modello di contrattazione a cui sta lavorando la Cgil. Un modello che andrà ora discusso all’interno della confederazione e con le categorie e, anche all’esterno, con Cisl e Uil. È stato individuato un percorso su cui incardinare il confronto? “Sì, al nostro interno il primo tratto del percorso di discussione lo abbiamo già concluso, soprattutto per consentire alle categorie di essere attrezzate in occasione dei negoziati per la firma dei rispettivi ccnl. Un fatto importante, perché intanto un primo obiettivo lo abbiamo definito, e cioè che i contratti vanno rinnovati. Un’ovvietà? Non proprio, se si considera che – appellandosi alla decadenza dell’accordo del 2009 – molte delle associazioni datoriali, a cominciare da Confindustria, sostengono che siamo senza modelli di riferimento. Una cosa che in realtà vale esclusivamente per il salario, mentre è falsa per quanto riguarda tutto il resto, perché dal 2009 a oggi con Confindustria i sindacati hanno sottoscritto più di un accordo, fino in ultimo la convenzione dello scorso 16 marzo presso l’Inps per rendere operativo l’accordo sulla rappresentatività, in cui si confermano l’impianto del contratto nazionale e quello del secondo livello. L’architettura pertanto c’è, manca solo il meccanismo per determinare le rivendicazioni economiche”.

A che punto è invece il confronto con Cisl e Uil? “Con Cisl e Uil, pur se all’inizio della discussione, abbiamo già trovato importanti punti di convergenza, in particolare in merito al fatto che in questo momento, in questo contesto di crisi, è necessario definire linee comuni di orientamento in grado di affermare il ruolo delle parti sociali e della contrattazione come elementi fondamentali della vita democratica, di tutela delle condizioni di vita e di lavoro e di promozione della ripresa economica e sociale del paese”.

Torniamo a parlare della stagione contrattuale in corso, senza dubbio una delle più difficili degli ultimi anni… “È così. Non era mai accaduto che una stagione contrattuale andasse a coincidere con una crisi così grave come quella che sta attraversando il paese, la più grave dal dopoguerra a oggi. Una stagione di rinnovi che giunge oltretutto nel bel mezzo di una fase di deflazione, un fatto inedito rispetto a quanto avvenuto in tutti questi anni e che ha fatto sì che le associazioni datoriali, con alla testa Federchimica, abbiano interpretato gli effetti del fenomeno come una condizione tale da rendere impossibile il raggiungimento di accordi contrattuali. Per fortuna, a rendere il panorama assai meno cupo, ha contribuito nelle ultime settimane la chiusura di tre importanti negoziati, quelli relativi ai contratti nazionali del terziario distributivo, degli studi professionali e del credito. Un rinnovo, quest’ultimo, che assume una valenza particolarmente simbolica, perché l’Abi aveva scelto di essere una delle teste di ariete nella strategia datoriale di demolizione dell’istituto del contratto nazionale”.

A complicare le cose contribuiscono non poco anche i provvedimenti sul lavoro approntati dall’esecutivo Renzi. “Siamo a un impatto con una produzione legislativa che interviene nelle materie generalmente oggetto delle relazioni tra le parti, in particolar modo di natura contrattuale. Il Jobs Act specialmente non manca, e non mancherà, di entrare a gamba tesa su tutti i tavoli di trattativa, perché le aziende sono sempre più alla ricerca della massima flessibilità e la scelta del governo non ha prodotto nei fatti una riduzione delle tipologie contrattuali, come avevamo richiesto. Senza contare che la riforma del lavoro porta con sé una decisione che ha determinato una condizione inedita negli ultimi 40 anni: questa è la prima stagione contrattuale che si svilupperà di fatto in assenza dell’articolo 18, cioè in assenza dell’istituto della reintegra e, quindi, con un elevato tasso di esposizione al rischio di licenziamento da parte delle imprese”.

da rassegna.it

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