Fiducia sull’Italicum: poteva essere il 25 luglio di Renzi, è divenuto il 18 aprile della sinistra Pd

Fiducia sull’Italicum: poteva essere il 25 luglio di Renzi, è divenuto il 18 aprile della sinistra Pd

La fiducia al governo Renzi ha ottenuto 352 voti alla Camera dei deputati, sui 390 circa, sulla carta, della maggioranza. 38 deputati della minoranza non hanno partecipato al voto. 50 deputati della corrente di Area riformista hanno invece deciso di confermare il voto positivo alla fiducia, perfino con un documento. Se questi ultimi non avessero votato, il 29 aprile 2015 sarebbe stato ricordato a lungo come una giornata importante per la democrazia, una sorta di 25 luglio renziano e del suo “giglio magico”. E invece no. È la celebrazione del finale di partita di un progetto politico che poteva riuscire a coagulare l’intera sinistra del Pd, con le forze sociali, sindacali, i movimenti che hanno condiviso un giudizio nettamente negativo sull’attività del governo Renzi. Quel progetto lanciato poche settimane fa all’Acquario di Roma, che tanto fece sperare molti di noi.

Diciamo la verità: la partita a scacchi che Renzi ha inteso giocare con i capi della sinistra Pd l’ha vinta lui, con la mossa del cavallo della questione di fiducia sull’Italicum. Ha ottenuto esattamente quanto voleva, dividere e comandare. La frattura nelle file della minoranza interna al Partito democratico è dolorosa quanto definitiva. Lo diciamo perché come si dice in questi casi, “carta canta”, dove la carta è il documento siglato da quei 50 deputati che la fiducia l’hanno votata. In quel testo vi è l’epitaffio del suicidio di una minoranza, consistente fino alle 16 del 29 aprile 2015, ed ora sbriciolata, frammentata, frantumata contro il muro renziano.

Il “divide et impera” imposto da Matteo Renzi ha trovato terreno fertile, soprattutto tra i governisti e i membri della segreteria, che sui media sono diventati improvvidamente “responsabili”. Responsabili? Di cosa? Della tenuta del governo Renzi e della insanabile rottura a sinistra. Responsabili? Dei passaggi successivi che questo governo ha già deciso di avviare legislativamente. Cosa diranno questi “responsabili” del disegno di legge Giannini sulla scuola che il 5 maggio porterà nelle piazze d’Italia e a Roma centinaia di migliaia di studenti, famiglie, docenti? Cosa diranno questi “responsabili” quando sarà votata, contro ogni consenso, la pessima riforma della Pubblica amministrazione? E cosa diranno quando si capirà che l’economia del Paese è al collasso e che a nulla è valsa la cancellazione dell’articolo 18 e a nulla è valso il Jobs Act per la creazione di nuova occupazione? Oseranno ancora sostenere, come si legge nel loro documento, che “far cadere il governo del Pd sarebbe una scelta irresponsabile e autolesionista”? Insomma, nel documento dei 50 compare una curiosa equazione: il governo del Pd ha un solo candidato premier, se cade quello non ve ne sono altri. Quelli che non la pensano come loro sono “estremisti e tifosi”. Dunque, il sillogismo è che Bersani, Letta, Epifani (due ex segretari e un ex premier), Cuperlo (che ha ostinatamente cercato il dialogo), Speranza (il capogruppo che con le dimissioni ha cercato di scatenare un dibattito politico), Rosy Bindi e gli altri che non hanno votato sono “estremisti e tifosi”? Ma andiamo!

Eppure, i 50 hanno stigmatizzato, e pure con una certa forza, i tanti limiti del governo Renzi e della conduzione del partito, fino a denunciare l’indebita pressione esercitata dai segretari territoriali sui parlamentari riottosi. E tuttavia, scrivono nel documento che accetteranno la presunta apertura della ministra Boschi sulle riforme costituzionali, quando riprenderà il dibattito in Senato. E rivendicano la forza e l’autonomia della minoranza. E però, se la minoranza tutta intera e forte nei numeri, 120, non è riuscita a modificare che pochissime articolazioni delle leggi renziane, come sarà possibile farlo a ranghi dimezzati? Mistero. Come sarà possibile ritessere quel filo spezzato con tanti segmenti della società, del mondo del lavoro, della scuola e dell’università che non hanno condiviso le scelte di Renzi, se si è perduta unità e autorevolezza del tuo progetto politico? Francamente, quel documento scritto e siglato dai 50 deputati ci sembra una toppa peggiore del buco, come recita quel saggio proverbio. Un documento ambiguo che rispecchia una posizione politica ambigua, e probabilmente perdente e insostenibile. Nei sentimenti di molti di noi si affaccia una sorta di disperazione, analoga a quella che comunisti e socialisti provarono il 18 aprile del 1948, quando il Fronte unitario della sinistra fu battuto dalla Democrazia cristiana e dai suoi partiti satelliti. Quel potere durò fino al 1992…

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