70 anni di Feste dell’Unità, celebrati a Bologna dal 21 aprile al 3 maggio. Ma l’Unità non c’è e nemmeno i capi della minoranza

70 anni di Feste dell’Unità, celebrati a Bologna dal 21 aprile al 3 maggio. Ma l’Unità non c’è e nemmeno i capi della minoranza

Comincia oggi a Bologna la Festa nazionale dell’Unità “straordinaria” in occasione della celebrazione dei 70 anni di storia delle Feste, prima del Partito Comunista, poi del Pds e dei Democratici di Sinistra, ed oggi del Partito democratico. Il 2 settembre del 1945, a Mariano Comense, nell’hinterland milanese, ebbe luogo quella che viene solitamente ricordata come la prima festa dell’Unità, che allora aveva un altro nome, “La grande scampagnata de l’Unità”. L’idea venne a un gruppo di profughi politici di rientro dalla Francia, dove avevano partecipato alle feste organizzate per il finanziamento del giornale del Partito Comunista francese, l’Humanitè. Giancarlo Pajetta e Luigi Longo tennero i comizi di apertura e chiusura. Fu la prima grande festa del popolo comunista italiano. L’idea, geniale, delle feste del partito per il finanziamento del suo quotidiano, fondato da Antonio Gramsci nel 1924, proseguì nel tempo senza soluzione di continuità. Perfino quando il giornale è chiuso, come accadde nel 2001 e come accade oggi. La tradizione delle feste dell’Unità si è poi diffusa in migliaia di villaggi, comuni piccoli e grandi, città metropolitane, fornendo a quegli eventi lo spessore della politica, della cultura e del partito come grande comunità. È ovvio che nel corso del tempo le formule si sono trasformate, soprattutto nella dimensione della Festa nazionale, che da molti anni si celebra tra fine agosto e inizio settembre e segna l’apertura della stagione del dibattito politico dopo le vacanze estive.

La Festa nazionale “straordinaria” che si celebra a Bologna dal 21 aprile al 3 maggio sulla Montagnola, in pieno centro, a ridosso della stazione ferroviaria centrale, è un’altra di quelle feste prive del giornale. Si chiama dell’Unità, ma il giornale l’Unità è chiuso da un pezzo. Tra l’altro, scorrendo il programma, ci si accorge che non sono stati invitati i capi delle minoranze interne del Pd, da Bersani a Cuperlo a Fassina allo stesso Speranza (che ancora è presidente del Gruppo Pd alla Camera) e nessun giornalista dello storico giornale è stato invitato a moderare un dibattito politico o culturale, e neppure è stato previsto un incontro sul destino di questo giornale. Ci sono giornalisti del Corriere della sera, di Repubblica, della Rai, dell’Espresso (settimanale al quale è dedicata un’intera serata). Alla Festa nazionale dell’Unità “straordinaria” di Bologna è calato l’oblio proprio sull’Unità, sul giornale, e forse quella parola acquista un altro senso. Si è steso volontariamente un velo di silenzio sul giornale e sui suoi giornalisti, ai quali ribadiamo la nostra solidarietà. Quest’assenza, questo sciagurato oblio, dell’Unità, e la trasformazione semantica della parola che dà il titolo alla festa del Pd, ci sembrano fatti molto più gravi rispetto alle personalità politiche che non sono state invitate o che sono assenti dai dibattiti. Se il nome è la cosa, ma la cosa non c’è più, quel nome acquista sensi diversi, soprattutto in politica. Cosa voglia dire oggi l’Unità per questo Partito democratico renziano appare un come una sorta di rompicapo interpretativo. Prescindiamo dall’Unità come giornale, che come abbiamo visto, non esiste neppure come problema pubblico da dibattere alla festa, e manteniamo il valore semantico della parola: ci sono molti segni secondo i quali il Pd di Renzi tutto è tranne che un partito unito. E non parliamo solo dei segni dei gruppi dirigenti nazionali, ma anche di ciò che accade nella periferia. L’unità (con la minuscola) del partito è evocata e invocata, ma quasi mai praticata. Ne sono testimonianza almeno due enormi vicende, che attraversano l’intero corpo del Pd: l’atteggiamento non unitario verso decisive riforme per il Paese, da quella della scuola, a quella elettorale, a quelle costituzionali, e gli scontri tra candidati e gruppi di potere in occasione di decine di elezioni primarie, dalla Liguria a Ercolano ad Agrigento ad Enna (l’elenco è lunghissimo).

Allora perchè intestardirsi ancora a chiamare le feste del Pd “dell’Unità”? Una risposta semplice, al limite della banalità, ma vera, è che quel nome, pur privo della cosa, è impresso nella memoria di milioni di italiani, è parte del loro impegno politico e culturale, è ancora un pezzetto di senso e di valore per cui offrono tempo, passione, braccia, mani e testa per un partito. È il partito come comunità di volontari, che lentamente, inevitabilmente, tende a scomparire. Ma su questo aspetto, attendiamo di ascoltare il dibattito alla festa di Bologna, dal titolo “Dove va il Pd”, col presidente del Pd, Orfini, con Andrea de Maria, responsabile della Formazione politica, e Alessia Rotta, responsabile Comunicazione. Chissà se ricorderanno di citare il senso storico della parola Unità, nata nel 1924, come titolo di un giornale straordinario, dalla intelligenza di un compagno di nome Antonio Gramsci.

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