Con il Jobs act delocalizzare, anche in Italia, è un affare. Il caso della In.Co e delle sue 230 lavoratrici

Con il Jobs act delocalizzare, anche in Italia, è un affare. Il caso della In.Co e delle sue 230 lavoratrici
Dopo il caso dei lavoratori romeni, ‘affittati’ da una società di lavoro interinale, a metà della metà dei costi contrattuali e previdenziali per qualsiasi altro lavoratore, si registra un nuovo caso di evidente ‘prepotenza’ aziendale. Questa volta si tratta di un vero e proprio tentativo di delocalizzazione imposta e oltre 200 dipendenti di una importante azienda tessile padovana. È il caso della In.Co. che trasferisce i propri impianti  a 400 chilometri di distanza, dalla sede originaria che è nel padovano, per posizionarsi a Novara. L’invito, o meglio l’obbligo, alle attuali dipendenti è: o vi trasferite, armi e bagagli, o il licenziamento è certo. Ed a pensar male, quasi sempre non si fa peccato. Ma forse la In.Co punta a riassumere, viste le tante e possibili rinunce, con i nuovi contratti che consentono sgravi contributivi per tre anni? Il sospetto c’è tutto. Ma vediamo nel merito la vicenda, così come è stata raccontata dal portale rassegna.it: “La fabbrica, fino a ieri ‘gioiello’ del gruppo, chiude. Le 230 operaie si vedono proporre un trasferimento a 400 chilometri di distanza: nessuna può accettare, e tra un mese verranno licenziate. Intanto, però, l’azienda intascherà cinque milioni di euro di sgravi contributivi per 200 assunzioni nel nuovo stabilimento. L’annuncio dell’azienda di chiudere il sito e traslocare, da attuare in appena un mese, è stato dato a sorpresa ai sindacati il 27 marzo scorso, durante un incontro in cui si sarebbero dovuti – come ogni anno – definire i carichi e gli obiettivi produttivi dello stabilimento, specializzato nella produzione di capi spalla di alta gamma.
Presidio permanente, anche a Pasqua, davanti alla fabbrica
Pronta è stata la risposta delle lavoratrici, che hanno attivato davanti alla fabbrica un presidio permanente. Si smuove anche la politica locale: giovedì 2 aprile vi è stato un incontro con il sindaco, nei prossimi giorni ve ne sarà un altro in Regione, mentre in Parlamento è stata depositata un’interrogazione urgente al ministro dello Sviluppo economico dai senatori Pd Giorgio Santini e Gianpiero Dalla Zuanna. Subito dopo Pasqua, infine, è stata convocata un’assemblea generale, cui seguirà la riunione del Coordinamento nazionale del gruppo Zegna, allo scopo di dare maggiore forza alle proprie iniziative. Ma torniamo alla vicenda. Dopo l’annuncio del trasferimento l’azienda è stata perentoria: da subito cassa integrazione ordinaria per quattro giorni la settimana su cinque fino al 9 maggio, poi inizio delle operazioni di trasloco fino alla chiusura definitiva.
La beffa del trasferimento a Novara, Padova e Biella
 
Alle lavoratrici è stato proposto il beffardo “salvagente” del trasferimento a Novara, Parma o Biella, come se fosse una cosa da niente, per persone con famiglia e figli piccoli o genitori anziani, fare le valigie e andare a vivere altrove. Il sospetto dei sindacati è che il gruppo, dopo aver potenziato Novara, dove procederà con 200 assunzioni, intenda sostituire le operaie di Rubano con nuovi assunti e intascare il relativo corredo di sgravi contributivi per 8.060 euro a testa per tre anni, oltre alle minori tutele del Jobs Act.
La Cgil Filctem di Padova: “L’azienda aspetta di assumere con contratti con meno tutele e tanti sgravi”
“Non è la prima volta che il settore tessile si trova ad affrontare cali di commesse. È già successo nel gruppo Zegna, come in altre realtà, e abbiamo sempre contribuito a gestire queste situazioni attraverso l’utilizzo di tutti gli strumenti a disposizione, come la flessibilità o gli ammortizzatori sociali” spiega il segretario della Filctem Cgil Padova Luca Rainato: “La scelta di chiudere lo stabilimento di Rubano non dipende da una situazione contingente, ma da una decisione presa a tavolino e da tempo, che ha comportato una riduzione degli investimenti sul nostro territorio a favore di Novara e Parma. Il timore è che si sia attesa l’approvazione delle nuove norme sul lavoro per approfittare dei vantaggi che garantisce a chi licenzia i lavoratori in attività e assume altri lavoratori, godendo degli sgravi e di un contratto con meno tutele”.
Il segretario Filctem risponde anche alle dichiarazioni di Claudio Ronco, supply chain del gruppo Zegna, secondo il quale l’azienda non starebbe licenziando nessuno. “Sono parole che lasciano il tempo che trovano, visto che in pochissimi potranno permettersi un trasferimento di 400 chilometri con una paga di 1.100 euro al mese o poco più”. Rainato sottolinea anche l’enorme “sperpero di risorse umane in caso di chiusura, visto che, per ammissione della stessa proprietà, le sarte di Zegna sono paragonabili per professionalità agli operai e tecnici della Ferrari, in quanto impiegate nella confezione di capi di gran lusso”.
Il Sindacato denuncia: “Con le decontribuzioni questa azienda potrebbe incamerare 5 milioni in tre anni”
La Filctem Cgil di certo non si arrende a questo scenario e chiede l’apertura di tavoli a livello nazionale, regionale e provinciale. “Il nostro timore – conclude Rainato – è che si tratti di una scelta speculativa e non industriale. Grazie alle disposizioni del governo che prevedono decontribuzioni per 8.060 euro all’anno per ogni lavoratore per tre anni, l’azienda infatti potrebbe guadagnare fino a cinque milioni di euro sulla pelle di 230 lavoratori e delle loro famiglie. Ci opporremo con tutte le nostre forze a questo disegno, e saremo al fianco dei lavoratori per tutelare i loro diritti. Chiediamo che le istituzioni si facciano carico di una situazione che non può finire con 230 nuovi disoccupati della nostra provincia”.
 

 

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