Pd. Serracchiani spara. Renzi : l’Italicum o si vota. Speranza si dimette. Cuperlo, Fassina e altri abbandonano

Pd. Serracchiani spara. Renzi :  l’Italicum o si vota. Speranza si dimette. Cuperlo, Fassina e altri abbandonano

È stata Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd, ad accendere la miccia a poche ore dalla assemblea dei deputati democratici, con all’ordine del giorno l’Italicum. In una intervista a Repubblica entra a gamba tesa, una vera e propria intimidazione nei confronti delle minoranze con la minaccia del voto di fiducia. Dice  Serracchiani: “Se le posizioni della minoranza rimarranno inamovibili non c’è alternativa. L’Italicum è frutto del lungo lavoro fatto nel partito per accogliere cambiamenti da parte delle minoranze e di altri gruppi”. “La resa dei conti-prosegue- non è nelle intenzioni di Renzi e della maggioranza del Pd. Considerare questo passaggio è una sfida che non serve al paese”. Chiaramente la dichiarazione non è farina del suo sacco, o meglio solo del suo sacco. La segreteria del Pd fa le barricate attorno a Renzi Matteo e lui “utilizza” ora un ministro, ora un deputato, ora un  membro della segreteria, secondo i casi.  Prima la ministra Boschi, poi Serracchiani, quindi Guerrini, il segretario del Pd facente funzioni. Quest’ultimo spiega che il voto di fiducia è un fatto tecnico, non ci sarebbe alcuna violazione, si può tranquillamente  procedere. Ancora non abbiamo deciso ma è del tutto legittimo se il governo pone la fiducia. E ricorda che  è già avvenuto. Dimentica che  solo due volte questo è avvenuto. La prima nel 1923 con il governo fascista, ministro Acerbo e nel 1953, legge truffa, governo De Gasperi. Poi non è mai più accaduto, nessuno ha avuto la faccia tosta di porre la fiducia su materie che toccano la Costituzione.

Accesa la miccia c’era solo da attenderne gli effetti che non sono stati quelli che Renzi e la sua clone Serracchiani attendevano: un atto di contrizione da parte di “Area riformista”, l’accettazione di una situazione di fatto. Proprio questa “area” che fa capo al capogruppo dei  deputati Dem, Roberto Speranza, fino all’ultimo aveva sperato  in una apertura di Renzi. Invece ad inizio assemblea sul piatto c’era solo la intimazione di Serracchiani, poi Renzi Matteo, con l’arroganza, quasi il disprezzo per chi non condivide le sue posizioni, aveva confermato che nell’Italicum non c‘era niente da cambiare. Addirittura ha sostenuto che la legge richiamava le proposte sempre fatte dal Pd. Poi il ricatto vero  e proprio. Dice Renzi che “il governo è legato a questa legge elettorale, nel bene e nel male: si è fatto promotore di un documento firmato dalla maggioranza convinta. In quel documento c’era lo scambio tra l’abbassamento delle soglie in cambio del premio alla lista, anziché alla coalizione”. Insomma se la legge non viene approvata cade il governo e tutti a casa.  Italicum blindato e pare, non ci sono proposte ufficiali, che abbia dato disponibilità a rivedere “qualcosa” sulla riforma costituzionale. Uno scambio sporco, a dir poco. Non ci sta Roberto Speranza che aveva fino all’ultimo cercato una intesa. Area riformista aveva inviato a Renzi una lettera firmata da una settantina di parlamentari per proseguire il confronto in dissenso con le altre minoranze che fanno capo a Cuperlo, Fassina, Civati. Non erano mancate anche critiche a Bersani, il “fondatore” di Area riformista perché  aveva affermato in modo netto “questa legge così com’è non la voto”. Ed è proprio Speranza che prende la parola e, di fatto, replica duramente a Renzi. “Sull’Italicum esprimo profondo dissenso”. E subito dopo la rottura con il premier-segretario: “Non sono nelle condizioni di guidare questa barca perciò con serenità rimetto il mio mandato di presidente del gruppo e non smetto di sperare che questo errore che stiamo commettendo venga risolto. Credo nel governo, credo nel Pd e nel gruppo – ha aggiunto – ma in questo momento è troppo ampia la differenza tra le scelte prese e quello che penso”. “Sarò leale al mio gruppo e al mio partito – prosegue Speranza – ma voglio essere altrettanto leale alle mie convinzioni profonde. Non cambiare la legge elettorale è un errore molto grave che renderà molto più debole la sfida riformista che il pd ha lanciato al Paese. C’è una contraddizione evidente tra le mie idee e la funzione che svolgo e che sarei chiamato a svolgere nelle prossime ore. Per queste ragioni rimetto il mio mandato di presidente del gruppo a questa assemblea che mi ha eletto due anni fa”.  I deputati di  “Area riformista” marcano la distanza dalla maggioranza e annunciano che non parteciperanno alla votazione con cui si dovrebbe concludere l’assemblea approvando l’Italicum, senza modifiche come Renzi esige. Gianni Cuperlo chiede la sospensione della assemblea. C’è un fatto nuovo, grave, dobbiamo discutere le dimissioni del capogruppo. Niente da fare. La discussione va avanti. Si hanno solo scarse notizie sugli interventi,  a partire da quelli di Bersani, Cuperlo, Fassina, D’Attorre che  si sono iscritti a parlare.  Anche se la conclusione è segnata, Renzi ha la maggioranza, mentre si tratta di capire quale sia la consistenza delle minoranze, se procederanno unite, come si andrà avanti fino al momento in cui  la legge arriva in aula. Forse Renzi è andato oltre, si è spinto su un terreno minato, puntando a annullare le minoranze. La cronaca di questa giornata parte, come abbiamo detto dall’intervista di Serracchiani.

Sentito al telefono da Jobsnews, Stefano Fassina ci racconta: “Molti esponenti della minoranza, come Civati, Bindi, D’Attorre, Cuperlo ed io abbiamo lasciato l’assemblea del gruppo dopo la forzatura che c’e stata nel non considerare il fatto politico delle dimissioni di Speranza». E sulla stessa linea sembra si sia attestato l’intervento di Pierluigi Bersani, per il quale è accaduto qualcosa di politicamente grave e rilevante nell’Assemblea del Gruppo Pd alla Camera. “Non si può pensare solo alla legge elettorale”, sembra che abbia detto Bersani molto irritato.

Forte pressione sui deputati impegnati nella assemblea del gruppo

Renzi ha voluto queste dichiarazioni, prima dell’inizio dell’assemblea, per esercitare una forte pressione sulle minoranze, additandole come responsabili del fatto che non ci sia possibilità di dibattito in aula, via emendamenti, solo fiducia sì, fiducia no. E se non passa l’Italicum si va al voto. Renzi dovrebbe sapere che in questo caso lo scioglimento delle Camere è compito del presidente della  Repubblica. E pensare che le minoranze fino all’ultimo momento non hanno chiuso le porte alla speranza chiedendo al premier di andare avanti con il confronto non per ripartire da capo ma solo per migliorare la legge. Perché in tandem con la riforma costituzionale, leggi Senato dei nominati regionali, si cambierebbe la natura del governo, che assumerebbe tutti i poteri con una Camera di nominati. Il passaggio da Repubblica parlamentare a presidenziale sarebbe cosa fatta, senza alcun contrappeso. Di fatto il presidente del Consiglio verrebbe eletto direttamente dagli elettori e non più dal Parlamento. Cambierebbe anche il ruolo del presidente della Repubblica, diventando una figura di rappresentanza. Il tutto senza che gli elettori ne sappiano qualcosa. Tutto questo addirittura con un voto di fiducia per approvare l’Italicum.

Sel: “La vicesegretaria Dem tratta il parlamento come se fosse una sezione del Pd”

Esponenti delle minoranze hanno subito ribadito che deve essere lo stesso Renzi in apertura di assemblea del gruppo dei deputati ad escludere il ricorso al voto di fiducia. Anche nella maggioranza, Ncd e Scelta civica non hanno gradito le affermazioni di Serracchiani. Le opposizioni hanno messo per scritto il loro no alla fiducia. Sel, Forza Italia e Lega, hanno inviato tre lettere, separate, al Presidente della  Repubblica. M5S  ha confermato il no alla fiducia. Durissimo nei confronti di Serracchiani il capogruppo di Sel, Arturo Scotto il quale, come altri fa anche notare che la vicesegretaria del Pd non è neppure parlamentare: “Tratta il Parlamento- ha detto Scotto- come fosse una sezione del Pd”. Correggiamo Scotto, il Pd non ha più sezioni, ma circoli. Ovviamente non cambia la sostanza della posizione di Serracchiani. Ma quella del Pd sì e si vede.

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