Renzi. Tentazione di “democratura” disprezzando il Parlamento. Un voto e la Costituzione cambia verso

Renzi. Tentazione di “democratura” disprezzando il Parlamento. Un voto e la Costituzione cambia verso

Recita l’art. 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Di questo articolo Renzi Matteo deve aver letto ben poco. Non quel riferimento al lavoro, visto il Jobs act che fa gridare di gioia il suo amico, Oscar Farinetti, Eataly, il quale dice che assumendo circa 200 lavoratori risparmierà uno o due milioni di euro visto che prima li assumeva con i contratti a termine. Non ha letto neppure che il popolo esercita la sovranità “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Vogliamo sperare che sia una svista.

Il premier: puntiamo al referendum finale, per noi decidono i cittadini

Se non lo fosse, sarebbe gravissima l’affermazione del premier “puntiamo al referendum finale perché – scrive il premier – per noi decidono i cittadini, con buona pace di chi ci accusa di atteggiamento autoritario. Il popolo, nessun altro, dirà se i parlamentari hanno fatto un buon lavoro o no”. Ancor prima dell’esito del voto di domani cui è chiamata la Camera sulla riforma costituzionale, il capo del governo dice che non gli interessa. Il Parlamento non conta niente. Eugenio Scalfari nell’editoriale della domenica richiamando la Russia di Putin con il quale Renzi ha avuto un colloquio, anche troppo cordiale, qualche giorno fa, cita la parola “democratura”, usata da Lucio Caracciolo, direttore di Limes, nata dalla fusione di democrazia e dittatura. Appunto la Russia di Putin, il popolo e uno solo al comando. E dice ancora: “Il Parlamento, cioè la Duma, non conta niente, si limita a ratificare. Neppure il governo conta. Serve solo a trasmettere alle province dell’Impero gli ordini del dittatore e a farli eseguire dalla burocrazia”. Siamo in una situazione simile visto che appena Renzi è tornato dalla Russia ha avvisato la minoranza del Pd che legge elettorale e riforma del Senato non si cambiano, facendo richiamare dai suoi la disciplina di partito. Scalfari se lo domanda e risponde che non sembra affiorare in quelle parole la “tentazione verso la democratura, ma qualche passo in quella direzione si sta compiendo”.

Da cambiare l’impianto delle riforme istituzionali e della legge elettorale

Ecco, questa è la posta in gioco sulle riforme, quella elettorale e quella costituzionale. Non un singolo articolo, per cui anche nella minoranza c’è chi sottolinea che bisognerebbe valorizzare i cambiamenti che  sono stati ottenuti pur rimanendo in posizione critica, come Cesare Damiano. Si tratta dell’impianto, degli assi portanti come dice il senatore Vannino Chiti, che non sono stati minimamente corretti: “un premierato assoluto, senza cioè contrappesi e una mortificazione della rappresentanza, in più  risulta accentuato il centralismo: competenze che erano anche delle Regioni – come la tutela alimentare, la sicurezza sui luoghi di lavoro, le politiche attive per l’occupazione, il territorio – tornano ad un ruolo esclusivo dello Stato. Altro che passi avanti!”. Dal canto suo, Pippo Civati annuncia che non voterà la riforma. “La Costituzione – sottolinea – non  contrappone popolo e Parlamento e indica, peraltro, una maggioranza larga per la riforma costituzionale non per via di patti e contropatti e convenienze e tatticismi (da Calamandrei siamo passati a Verdini), ma per ragioni che riguardano direttamente il tema della rappresentanza e dell’ampia condivisione che, per il tramite del Parlamento, si riferiscono anche al popolo. Discutere già di referendum quando la riforma non ha ancora conosciuto la lettura condivisa del testo da parte delle due Camere, è una precisa indicazione politica, in cui non mi riconosco affatto”.

Profonda frattura nel Pd. La minoranza darà battaglia alla luce del sole

 D’Attorre, esponente dell’area bersaniana parla di “profonda frattura nel partito” e afferma che la minoranza “farà una battaglia in aula alla luce del sole. Ora che gli azzurri si sono sfilati, il premier considera immodificabili quei testi. Mi sembra una posizione illogica e inaccettabile”. Su questa lunghezza d’onda Stefano  Fassina, il quale rileva che il voto finale non è una formalità. “Non voterò la riforma – dice – e non sarò solo. Anche  sulla legge elettorale presenteremo emendamenti. La nostra democrazia con questa legge diventa un presidenzialismo di  fatto, squilibrato sul piano costituzionale”. Parla anche lui della “mancanza di pesi e contrappesi” e mette in luce che con il 25% dei voti un partito porta a casa il 52%, può eleggere da solo il presidente della Repubblica e i giudici della Corte costituzionale. Anche Miguel  Gotor fa riferimento allo “sfilamento” annunciato da Berlusconi, confermato da Brunetta e dal consigliere Toti. Forza Italia voterà contro. I Cinque stelle lasceranno l’aula. Mentre  alcuni ex  M5S, ora nel gruppo misto si dichiarano pronti ad entrare nel governo.

Non si può cambiare la Costituzione raccattando voti sparsi dei verdiniani

Davvero la politica italiana sembra un tappeto di coriandoli e non è un belvedere. Carnevale è passato. Una situazione pesante e pericolosa in cui sguazza la Lega di Salvini, i suoi alleati ex e nuovi fascisti. Importante l’invito rivolto a Renzi a compattare il Pd. “Ci ha sempre detto – afferma – sono d’accordo con voi,  ma l’accordo con Berlusconi mi impedisce di intervenire sulle riforme. Ora decida: o recupera il patto oppure, se è finito, non può pensare di riformare la Costituzione facendo a meno di noi e raccattando i voti sparsi dei verdiniani”. Immancabile arriva  Delrio: “Anche senza Berlusconi – dice – abbiamo la maggioranza. Che poi, lui  si sottragga al voto dopo aver approvato la riforma risulta difficile da capire, ma ce ne faremo una ragione”.  Tutto un programma quel “ce ne faremo una ragione” che Renzi ha insegnato ai suoi. Quando non sapete che dire usate questa frase e loro, i pappagallini, non si lasciano scappare l’occasione. Ma ammesso che abbiano la maggioranza per qualche voto in più anche se Berlusconi dice che le riforme fino ad oggi sono passate con i voti dei suoi è possibile che si cambino più di quaranta  articoli della Costituzione con qualche voto di qualche transfuga? Sì, dice Renzi, noi ci appelliamo al popolo. Forse il presidente Mattarella potrebbe fargli notare che disprezzando il Parlamento si rischia la deriva democratica. Certo è cosa estranea al vicesegretario Lorenzo Guerini che pure dovrebbe essere esperto avendo fatto il portaborse di Forlani, il quale richiama all’ordine i parlamentari. Democratura? La tentazione c’è, direbbe Scalfari.

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