Renzi, Orfini, l’Italicum, e la sinistra nel Pd schiacciata dal tritacarne neoautoritario. A quando l’olio di ricino?

Renzi, Orfini, l’Italicum, e la sinistra nel Pd schiacciata dal tritacarne neoautoritario. A quando l’olio di ricino?

“Tra cinque anni la nostra legge elettorale sarà copiata da mezza Europa”, aveva annunciato, con tronfia spregiudicatezza, il premier Matteo Renzi agli studenti dell’Università Luiss. Perché? Perché “il premio di maggioranza”, ha aggiunto nel comizietto, “consente di superare il meccanismo devastante del potere di veto da parte delle forze politiche minori”. Tutto qui? Macché. Il premier si è lasciato andare ad altri scivoloni retorici, che però, se analizziamo bene le intenzionalità, spiegano, assai più di quanto non voglia sembrare, cosa davvero nasconda il progetto di legge elettorale chiamato volgarmente Italicum. Il premier ha raccontato agli studenti della Luiss, la favoletta da prima elementare di un corso di Autoritarismo politico che “il sistema in cui non decide nessuno si chiama anarchia, quello in cui uno può decidere si chiama democrazia”. Questa vera e propria sciocchezza non è stata stigmatizzata da nessun commentatore, purtroppo.

Il legame stretto tra Italicum e riforma costituzionale emerge proprio dalle parole di Renzi

Ma proseguiamo. Il legame stretto tra legge elettorale e la “democrazia decisionista” lo ha fatto emergere proprio lui, il premier. Perciò, un partito, che è minoranza del Paese, vince le elezioni – e non importa quanti siano i votanti – e si becca un cospicuo premio di maggioranza. E può governare, sostiene Renzi. Con la riforma del Parlamento, inoltre, vi sarebbe una sola Assemblea con funzioni legislative, e con il potere di dare o togliere la fiducia al governo. Se tuttavia, questa stessa Camera è eletta con un meccanismo “premiale” rispetto ai capolista bloccati, che rappresentano circa il 60% degli eletti, la governabilità non solo è un gioco da ragazzi, ma la democrazia, alla Renzi, subirebbe appunto quella trasformazione “decisionista”. La legge elettorale, pertanto, non è neutra, non contiene quell’equilibrio necessario tra governabilità e rappresentatività, ma segue questo tentativo del premier di trasformare l’Italia in una democrazia del leader, o del premier. L’unico commentatore che ha stigmatizzato questa torsione neoautoritaria è il mitico Maurizio Crozza che così ha giudicato l’uscita di Renzi alla Luiss: “la legge elettorale sarà copiata in mezza Europa, nell’altra rimarrà la democrazia. In fondo, l’Italicum sarebbe ideale anche per lo stato islamico. Dove la trovano un’altra legge in cui i parlamentari vengono scelti direttamente dall’imam?”. Bravo Crozza, ha capito tutto, ed ha avuto il merito e il coraggio di dirlo pubblicamente.

La sinistra nel Pd contrasta, contrasta, ma appare sterile

La sinistra del Pd, anzi, come dicono ora, nel Pd, sta cercando in tutti i modi di contrastare questa evidente deriva. Straordinaria la battaglia di Vannino Chiti al Senato; eccellenti i rilievi critici di Miguel Gotor sulla connessione tra pessima riforma del Parlamento e capilista bloccati; ottimi perfino i giudizi di evidente incostituzionalità dell’Italicum negli interventi di tanti parlamentari di sinistra. E tuttavia, Renzi è sempre più convinto che la legge passerà, nonostante i numerosi cambiamenti intervenuti per effetto del patto del Nazareno. L’ultima in ordine di tempo è la proposta che Alfredo D’Attorre, uno dei deputati della minoranza nel Pd ha fatto recapitare a Renzi, nella sua qualità di segretario del partito. D’Attorre aveva spiegato alle agenzie di stampa che “con noi l’accordo non si fa sui posti ma sui contenuti. Chiediamo di utilizzare le settimane di sospensione nell’iter parlamentare sulle riforme per riaprire il confronto nel Pd con una riunione congiunta Camera-Senato che valuti un ristretto pacchetto di modifiche, sia alle riforme che all’Italicum. In quella sede, si prende l’impegno a nessun’altra modifica nel passaggio successivo”. Lo stesso D’Attorre aveva anche annunciato l’invio di una lettera al segretario del Pd, per proporgli l’incontro “costruttivo” sulle riforme. E come ha risposto Renzi? Da par suo, con la mossa del cavallo, come direbbero gli scacchisti. Con un altro ceffone autoritario e inutilmente decisionista, come direbbero i commentatori politici navigati. Ecco la mossa: convocazione lunedì 30 marzo della Direzione nazionale del Pd per votare la legge elettorale, così com’è, senza altre modifiche. La mossa del cavallo renziana ha messo in difficoltà la sinistra nel Pd, perché è ovvio che la maggioranza voterà compattamente la legge, mentre la minoranza, sempre più in mezzo ad un guado politico incomprensibile, se va bene, uscirà senza votare, se va male sarà nuovamente sconfitta. Chiare le parole a commento di Pippo Civati, il quale auspica modifiche da parte di Renzi: “se non lo farà, ci troveremo a votare quella legge nel pieno della campagna elettorale. Poi non venga a dirci che vogliamo le divisioni, così è lui a creare un clima di tensione”.

La curiosa uscita di Orfini sulla stampa: “O votate come diciamo noi, o votate come diciamo noi”. A quando l’olio di ricino?

E quando la minoranza ha fatto appello al diritto “alla obiezione di coscienza”, ecco il fuoco di sbarramento da parte della maggioranza. È lo stesso presidente del Pd, Matteo Orfini, ad alzare il tono dello scontro politico nel Pd, con una dichiarazione, politicamente molto eccepibile e in linea con le prove di neoautoritarismo del premier. Al quotidiano La Stampa, Orfini ha detto con tono minaccioso e ultimativo: “la libertà di coscienza ci può essere sulla materia costituzionale ed è stata riconosciuta a chi ha votato in modo difforme dal gruppo sul ddl di riforma del Senato. Non c’è invece sulla legge elettorale, che è un tema politico”. Il ragionamento di Orfini sembrerebbe pure di buon senso, perfino banale, se non si trattasse di una legge elettorale che non può assolutamente essere staccata dal suo evidente legame con la riforma parlamentare. Orfini lo sa bene, e finge, truccando le carte. Ma vuoi mettere l’effetto che fa una dichiarazione alla stampa così lapidaria? Questo è il Pd oggi: il suo presidente randella la minoranza, negando le più elementari forme di democrazia interna, mentre il suo segretario procede speditamente verso la legge elettorale “più bella del mondo”. A quando l’olio di ricino per i dissidenti?

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