Pizza e camorra sui tavoli di Roma

Pizza e camorra sui tavoli di Roma

I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Roma hanno notificato una nuova ordinanza che dispone misure cautelari a carico dei fratelli Antonio e Salvatore Righi, aggravando così di fatto la loro posizione nell’ambito dell’indagine anticamorra convenzionalmente denominata “Margarita”. Il nuovo provvedimento cautelare è stato notificato a Antonio Righi nella casa circondariale di Terni ove è detenuto dal gennaio 2014 quando fu arrestato nella prima tranche dell’indagine “Margarita”, mentre Salvatore Righi è stato sottoposto agli arresti domiciliari presso la propria abitazione romana sita nel quartiere Aurelio. L’ordinanza è stata emessa dal Gip del Tribunale di Napoli, su richiesta della Procura della Repubblica – Dda. partenopea (pm Ida Teresi, Marco Del Gaudio e Francesco Curcio), sulla base di nuove indagini dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma che hanno permesso di dimostrare una nuova ipotesi del reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti di fraudolento trasferimento di beni e riciclaggio a carico dei due fratelli (imprenditori napoletani di 55 e 50 anni che operano da anni nel settore della ristorazione) in concorso tra loro e con altri. Gli ulteriori approfondimenti investigativi, eseguiti anche con l’ausilio di attività tecniche e suffragati dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, hanno infatti consentito di: accertare che Salvatore ed Antonio Righi, operando in diversi settori economici ed in posizione monopolistica nel mercato della ristorazione, nella città di Roma e con diramazioni a Napoli, Viareggio e Rimini, hanno costituito, con il ruolo di dirigenti, organizzatori e promotori, una ramificata associazione finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti di fittizia intestazione al fine di conseguire il riciclaggio ed il reimpiego di capitali di illecita provenienza; dimostrare che i delitti in questione sono stati commessi avvalendosi di circa 80 aziende stabilmente a disposizione del sodalizio, tutte riconducibili alla holding Righi, già sequestrate nel 2014 dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma. L’indagine “Margarita” concernente i fratelli Righi, avviata dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma in un procedimento penale della Procura della Repubblica di Roma-Dda, successivamente confluito per competenza in un procedimento della Dda partenopea, che nel 2014 portò già all’esecuzione di 21 misure cautelari in carcere ordinate dal Gip di Napoli ed al sequestro, disposto dal Tribunale di Roma-Sezione Misure di Prevenzione su richiesta della Procura capitolina (pm Giuseppe Cascini), di numerosi beni e valori, del valore complessivo di oltre 50 milioni di euro. Tra i beni sequestrati vi furono 48 immobili, 385 conti correnti, autovetture, il centro sportivo e la società sportiva “Mariano Keller”, nonché 28 esercizi commerciali (bar, ristoranti e pizzerie), la gran parte dei quali ubicati nel centro storico della Capitale e i restanti in provincia di Napoli, a Viareggio e Gabicce Mare. I ristoranti e le pizzerie sequestrate fanno parte della nota catena di ristorazione “Zio Ciro”, attualmente in amministrazione giudiziaria affidata dal Presidente della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma (dottor Guglielmo Muntoni) ad un pool di esperti commercialisti. L’intera indagine “Margarita” ha focalizzato l’attenzione investigativa sui fratelli Righi, i quali, partendo dalla gestione della piccola pizzeria del padre (“da Ciro”) sita a Napoli in via Foria, negli anni 90’ si erano trasferiti a Roma, ove in poco tempo erano diventati proprietari di fatto di una holding di società attive nella gestione di numerosissimi ristoranti/pizzeria ubicati nelle principali vie di pregio del centro storico della Capitale, con un volume d’affari palesemente sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati e nonostante un passato opaco, caratterizzato dal coinvolgimento nel sequestro di persona a scopo di estorsione di Luigi Presta, avvenuto a Napoli nel 1983. All’epoca, Ciro, la moglie e i figli Luigi, Salvatore e Antonio Righi, furono arrestati perché sospettati di aver riciclato parte del riscatto di un miliardo e settecento milioni di lire pagato dalla famiglia Presta per ottenere la liberazione del loro congiunto e, a conclusione di un complesso iter giudiziario, Luigi e Salvatore furono condannati per riciclaggio. Le indagini, coordinate dalle Dda di Napoli e Roma ed eseguite dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno fatto emergere come l’impero economico dei fratelli Righi era gestito con modalità illecite, mediante una complessa struttura di società intestate a prestanome, utilizzati per la commissione di una serie indeterminata di delitti di fittizia intestazione di beni e riciclaggio, finalizzati al reimpiego e occultamento di ingenti risorse economiche di provenienza illecita e alla sottrazione delle imprese acquisite e gestite con il denaro sporco a possibili misure di prevenzione patrimoniale. I fratelli Righi sono quindi emersi, nel complesso delle attività investigative effettuate, come riciclatori stabili per conto della camorra napoletana, al servizio, in particolare, del clan Contini, ai cui dirigenti Giuseppe Ammendola e Antonio Cristiano, Salvatore Righi corrispondeva periodicamente somme di denaro contante, costituenti il provento delle attività di riciclaggio svolte per conto del clan (cd. operazioni di money back). Il vincolo con il clan Contini non impediva peraltro ai Righi di proporsi quale punto di riferimento sulla Capitale per altri sodalizi camorristici, prescindendo dagli equilibri e delle alleanze tra i vari clan napoletani; del resto l’esperienza investigativa ha spesso evidenziato come ai riciclatori non venga richiesto quell’impegno di fedeltà esclusiva che è normalmente preteso per gli affiliati appartenenti alle componenti militari dei clan. Le indagini dei Carabinieri di Roma avevano infatti rivelato la vicinanza di Antonio Righi anche al clan Mazzarella, avendo egli svolto attività di riciclaggio e supporto logistico per conto di Oreste Fido, reggente del gruppo di Paolo Ottaviano operante in zona Mercato-Santa Lucia a Napoli, nonché la vicinanza di Ivano Righi, figlio di Salvatore, al clan Amato Pagano, cd degli “scissionisti” di Secondigliano.

Share

Leave a Reply