La recensione: “Breve storia del Liberalismo di sinistra da Gobetti a Bobbio”

La recensione: “Breve storia del Liberalismo di sinistra da Gobetti a Bobbio”

Liberalismo di sinistra… di che cosa stiamo parlando? Paolo Bonetti, autore di questo interessantissimo saggio, all’inizio della sua “inchiesta” fissa alcuni paletti. “Il liberalismo di sinistra non si accontenta di un formalismo liberale che giudica sostanzialmente conservatore, ma cerca di dare sempre nuova linfa alle istituzioni liberali attraverso l’allargamento progressivo della base sociale che deve, con il suo consenso, sorreggere queste istituzioni”. C’è un comune denominatore, e qual è, visto che in questa grande famiglia che è quella liberale possiamo comprendere i fratelli Carlo e Nello Rosselli (socialismo liberale); Aldo Capitini e Guido Calogero (liberalsocialismo, con fortissime connotazioni nonviolente di metodo e “filosofia”), Ugo La Malfa, che poi approda a sponde repubblicane diventandone il leader padre-padrone; il gruppo che ruota attorno al settimanale “Il Mondo” di Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi; i radicali di Marco Pannella, ma anche Gaetano Salvemini, Antonio De Viti de Marco, e come no?, naturalmente Benedetto Croce e Luigi Einaudi, Giovanni Malagodi, il padre Olindo, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, e quanti altri… “Il comune denominatore”, risponde Bonetti, “sta in quella che il grande storico liberale di Cavour e del Risorgimento Adolfo Omodeo, che fu anche esponente autorevole della ‘destra’ azionista, chiamava la ‘libertà liberatrice’, una concezione della libertà che non si chiude mai nella difesa delle istituzioni liberali così come si presentano in un determinato momento storico, ma mira a rinnovarle sotto la spinta di nuovi bisogni sociali e di nuove forme di vita comunitaria”.

I tre “maestri”: Croce, Einaudi, Salvemini

Ecco: abbiamo cominciato a circoscrivere il tema. Proviamo a raffinarlo ulteriormente: chi sono i “padri”, i “padri” italiani. Bonetti indica tre maestri: Croce, Einaudi, Salvemini. Del primo, suggerisce Bonetti, “la maggiore modernità e attualità sta proprio in quello che gli è stato spesso rimproverato: la volontà tenace di non mettere le brache alla società, la convinzione che non si danno mai soluzioni globali dei problemi sociali ed economici, ma che bisogna procedere, con paziente gradualità, sulla base dell’esperienza, inventando di volta in volta la soluzione che meglio risponde a un’esigenza collettiva e individuale di liberazione”. Per quel che riguarda Einaudi, vale quello che scrive di lui Ernesto Rossi su “Il Mondo” del 30 marzo 1954: incarnazione di un liberalismo autentico fondato sulla lotta ai privilegi di ogni genere e sulla libertà intesa come conflitto aperto di concezioni diverse della società e non come godimento parassitario e garantito di ciò che già si possiede. Quanto a Salvemini, la sua grandezza consiste nell’essere stato “un grande battitore libero della cultura e della politica italiana, un uomo talora eccessivo e ingiusto nelle sue polemiche, ma mai condizionato dalle logiche dei poteri, governativi o antigovernativi che fossero. Critico spietato del sistema politico giolittiano, lo è stato anche del riformismo socialista ufficiale complice, a suo parere, del giolittismo e incapace di comprendere che la questione meridionale era il problema fondamentale della fragile democrazia italiana”. Via via, in questa godibile e istruttiva lettura, nomi (e attraverso i nomi, le “cose”, gli “argomenti”, che segnano e incidono) dimenticati o poco ricordati e ancor meno conosciuti: da Gobetti a Calogero e Capitini, “Il Mondo” e il Partito d’Azione…; e meritano attenzione e riflessione le pagine del professore Dino Cofrancesco, che contengono, oltre ai giusti e meritati riconoscimenti anche amichevoli critiche.

Siamo pragmatici, empirici, conquiste difese giorno per giorno

Dal punto di vista ideale, culturale, il liberalismo, l’approccio liberale indubbiamente ha vinto. C’è una battuta di Woody Allen: “Dio è morto, Marx è morto, e anch’io non mi sento molto bene”. La si può mutuare in “Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento molto bene”, nel senso che sono morti i dogmatismi, le ideologie totalizzanti; e ci sentiamo dunque bene perché siamo pragmatici, empirici; verifichiamo e sottoponiamo al vaglio della critica le “conquiste”, sapendo finalmente che vanno ogni giorno conquistate, difese, meritate. La vittoria del laico e del liberale dunque sta nel fatto di sapere (e di saper accettare) che esiste questa “precarietà” e che è giusto sia così. Un pensiero, tuttavia, che mi permetto di esprimere alla buona, e che andrebbe probabilmente meglio descritto e pensato; un abbozzo, insomma: è vero, quel liberalismo, quello spirito liberale come Bonetti lo declina, ha vinto. Ma, per responsabilità in gran parte dei liberali stessi, questa vittoria non viene compresa; neppure da chi ha vinto.

La stagione  delle conquiste in tema di diritti civili e umani

Provo a spiegarmi: quella stagione che è stata feconda e non merita di essere cristallizzata nella celebre fotografia del terrorista a volto coperto e la rivoltella a due mani nell’atto dello sparo, è stata la stagione delle grandi conquiste in materia di diritti civili e umani: dal divorzio alla non punibilità dell’aborto; dal voto ai diciottenni al nuovo diritto di famiglia; dall’abolizione degli infami manicomi all’evoluzione in materia di costumi sessuali, il diritto all’obiezione di coscienza, ecc.; queste importati conquiste – oggi vissute come “naturali”, scontate – sono diventate tali dopo anni e anni di mobilitazione e lavoro politico di quel ramo dei liberali che erano e sono i radicali pannelliani, gli Angiolo Bandinelli, i Gianfranco Spadaccia, i fratelli Aloisio e Giuliano Rendi, senza i Loris Fortuna (doppia tessera PSI-PR), il resto del mondo laico prima, della sinistra poi, non si sarebbe forse mosso come si è mosso. Per restare in tema di divorzio, la firma del liberale Antonio Baslini viene dopo, quando il più era stato fatto… Insomma, ai liberali (quelli doc) si può e si deve riconoscere una vittoria ideale (non voglio dire teorica); quanto alla “pratica”, se avessimo dato retta a loro, e non ci fossero state le “forzature” radicali, temo si sarebbe ancora più indietro di quanto si sia. Questo mi sembra un grosso limite ancora tutto da indagare. In un suo “taccuino” sul Mondo Mario Ferrara, neglianni Cinquanta, scrive un articolo dove invoca: “Date un matto ai liberali”. Quei “matti” (o se si vuole, utopisti concreti) sono stati e sono ancora Pannella e i radicali. La breve storia del liberalismo di sinistra merita insomma un secondo tomo. Sarebbe bello che Bonetti trovasse il modo di regalarcelo.

 

 

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