La DNA: l’attuale politica antidroga è un fallimento, meglio legalizzare

La DNA: l’attuale politica antidroga è un fallimento, meglio legalizzare

E’ un poderoso tomo di 727 pagine, la “Relazione annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale antimafia e dalla Direzione nazionale antimafia nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso nel periodo 1° luglio 2013 – 30 giugno 2014”. Interessantissima lettura, piena di dati, notizie, “fatti”, anche per i quelli che passano per essere “addetti ai lavori”. Certo, occorre paziente caparbietà per affrontarlo; e certo è più facile affidarsi ai “bignamini” compilati dalle agenzie di stampa in fretta e furia, per arrivare le une prima delle altre…Però chi è paziente e caparbio può trovare sorprese, e togliersi qualche soddisfazione; scoprire per esempio qualcosa di clamoroso che altri non vedono, anche se è sotto gli occhi di tutti. Un esempio?

Un fenomeno ormai endemico, capillare, sviluppato ovunque

 Andate a pagina 355 della Relazione.

“…Si può direche i dati statistici e quantitativi nudi e crudi, segnalanol’affermarsi di un fenomeno oramai endemico, capillare e sviluppato ovunque, non dissimile, quanto a radicamento e diffusione sociale, a quello del consumo di sostanze lecite (ma, il cui abuso può del pari essere nocivo) quali tabacco ed alcool… spetterà al legislatore valutare se, in un contesto di più ampio respiro (ipotizziamo, almeno, europeo, in quanto parliamo di un mercato oramai unitario anche nel settore degli stupefacenti) sia opportuna una depenalizzazione della materia, tenendo conto del fatto che, nel bilanciamento di contrapposti interessi, si dovranno tenere presenti, da una parte, le modalità e le misure concretamente (e non astrattamente) più idonee a garantire, anche in questo ambito, il diritto alla salute dei cittadini (specie dei minori) e, dall’altra, le ricadute che la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse disponibili delle forze dell’ordine e magistratura per il contrasto di altri fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di appannaggio di associazioni criminali agguerrite…”.

La superficialità di politici, giornalisti e addetti al lavori

 

Un simile auspicio e invito, venendo dalla DNA, dovrebbe essere una “notizia”. Si possono poi fare critiche, consentire o dissentire, apprezzare, dire che è una cazzata; ma è, e resta, una notizia. E’ per questo che non se ne parla? La Relazione è stata consegnata una settimana fa. Se ne è accorta solo la segretaria dei radicali italiani Rita Bernardini; evidentemente parlamentari e addetti ai lavori l’hanno distrattamente sfogliata e poi gettata nel cestino…

Cosa che la dice lunga sulle pigrizie e le superficialità di politici, giornalisti, addetti ai lavori. Ma ora, comunque, lo sanno. Come mai continua questo silenzio, questa indifferenza? Certo, a discuterne, a farne oggetto di confronto e riflessione, si rischia di dover poi fare i conti con il fallimento della politica proibizionista, di quella criminogena legge Fini-Giovanardi per altro ampiamente smantellata dalla Corte Costituzionale.

Ciò non toglie che le considerazioni e le questioni sollevate dalla DNA, meriterebbero di essere conosciute, “pesate”. E non sono affatto irragionevoli: si propone di concentrare gli sforzi sui “pesci grossi”, e non occuparci di quelli “piccoli”, buoni per rimpolpare le statistiche sulle operazioni condotte brillantemente e con successo; ci si dice che circa diecimila persone uscirebbero dal carcere (e ovunque dovrebbero stare, quei diecimila, ma in carcere proprio no, essendo quasi sempre di persone bisognose di cure; ed è notorio che nel carcere non ci si cura); il criminologo Federico Varese calcola un risparmio di 1.124.640 euro al giorno, che potrebbero essere utilizzati più utilmente.

 

Una miscela di letterale ignoranza, di censura

Questa miscela di censura, superficialità, letterale ignoranza non è la prima volta che produce i suoi micidiali risultati. E’ il 1998 quando l’allora Procuratore Generale della Corte di Cassazione Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, nella solenne cornice dell’apertura dell’Anno Giudiziario, rileva che una politica esclusivamente repressiva, come quella attuata fino ad oggi in Italia, non basta a stroncare il fenomeno, che “occorre dunque trovare nuove strade, nuovesoluzioni al problema…è necessario considerare con grande attenzione le nuove impostazioni criminologiche e terapeutiche condotte in alcuni paesi, mediante iniziative non di liberalizzazione, ma di somministrazione controllata delle droghe, sulla base di prescrizioni mediche, inserite in programmi diassistenza e di reinserimento dei tossicomani”. Anche allora nessuno si accorge di quel “passaggio” della relazione; anche allora, nessun vero dibattito, nessun vero confronto. Come si dice: certo giornalismo perde il pelo, non il vizio.

 

Share

Leave a Reply