La Camera riforma il Senato. Renzi graffia la Costituzione. Minoranza Pd, la battaglia è sempre la prossima. Aspetta e spera

La Camera riforma il Senato. Renzi graffia la Costituzione. Minoranza Pd, la battaglia è sempre la prossima. Aspetta e spera

Non è facile fare i conti, numerici e politici, sul voto della Camera che ha approvato il disegno di legge che modifica la Costituzione. I sì sono stati 357, 125 i no e 7 gli astenuti su 630 deputati. Meno di quanti erano prevedibili mettendo insieme Pd  (in 18 non hanno partecipato al voto), Ncd e Udc, Scelta civica, altri del gruppo misto, socialisti, autonomie locali e qualche manina di Forza Italia. In maggioranza Forza Italia ha votato “no”, ma in molti hanno detto “per affetto nei confronti di Berlusconi”. Insieme al voto, un gruppo di deputati ha scritto, di fatto, la richiesta di dimissioni di Brunetta da capogruppo. E qui la manina è stata quella di Verdini.

Una  sola cosa è certa: Renzi canta vittoria, il solito commento su twitter “un Paese più semplice e più giusto”. È certo di aver vinto a mani basse. Le minoranze del Pd, che avevano dato segnali di scendere in campo per contrastare l’approvazione di una legge ritenuta dannosa, da respingere, sono rientrate nella trincea. Le aree che fanno capo sia a Bersani che a Cuperlo hanno annunciato il loro voto favorevole, ma era “l’ultimo”, e che non avrebbero votato a favore della legge elettorale se non veniva cambiata in particolare riguardo al premio di maggioranza alla lista e agli eletti “nominati”. Un documento in tal senso è stato firmato da 24 deputati.

I deputati “coraggiosi” che si sono opposti alla riforma. Fassina: cambia segno il sistema democratico

Undici deputati, i “coraggiosi” come qualcuno li ha definiti, non hanno dato disco verde. Sono tre astenuti (Angelo Capodicasa, Carlo Galli e Guglielmo Vaccaro), otto quelli che non hanno partecipato al voto: Francesco Boccia, Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Ferdinando Aiello, Paola Bragantini, Massimo Bray, Luca Pastorino, Michele Pelillo. Poi ci sono 18 assenti alcuni dei quali giustificati.  Andiamo avanti: Sel vota contro, i Cinque Stelle non entrano  in aula. Parla a nome del gruppo Danilo Toninelli, testimonia in dichiarazione di voto la “contrarietà al tentativo di rovinare la Costituzione imposto con metodi fascisti”.  Non votano anche tre di Scelta civica. In dichiarazione di voto Stefano Fassina critica duramente la legge che trasforma il Senato e cambia segno al nostro sistema democratico, spostato sempre più verso un presidenzialismo senza pesi e contrappesi. Gianni Cuperlo, Rosy Bindi e Alfredo  D’Attorre, in dichiarazione di voto, ribadiscono che sono contrari alla legge, ma la voteranno per non “interrompere” il percorso delle riforme, ma sarà l’ultimo sì e chiedono a Renzi l’impegno a cambiare la legge elettorale, l’Italicum.

Civati: Renzi sull’Italicum non cambia nulla. Confusione nelle minoranze

Pippo Civati  non ha peli sulla lingua, risponde indirettamente a Bersani e Cuperlo, fa presente che “sull’Italicum Renzi non cambia nulla”, questa è dunque proprio la giornata per dichiarare l’astensione dal voto e dire  “ci rivediamo quando avremo un pacchetto più coerente”. “Questa  è una riforma molto sbilanciata, qualcuno parla di deriva autoritaria, io mi limito a far notare che nel programma con cui sono stato eletto questa riforma non era nemmeno pitturata”.  “Anche nelle minoranze del Pd – sottolinea – c’è una grande confusione. Bersani e altri in questi giorni hanno detto cose terribili e ora votano a favore rinviando alle modifiche che Renzi dovrebbe apportare all’Italicum. Non si può essere quelli della battaglia del giorno dopo”. Insomma, una minoranza che aspetta e spera. Da segnalare un dato molto significativo proprio alla luce della “speranza” delle minoranze, Area  riformista (bersaniani) e Sinistra democratica ( cuperliani), che Renzi dia segnali positivi a fronte delle richieste di cambiare l’Italicum. La dichiarazione di voto per il Pd non è stata pronunciata dal capogruppo, Speranza o da qualche altro autorevole esponente  del gruppo, ma  dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, una carriera tutta nella Dc. Un modo come un altro per affermare il primato del partito sul gruppo parlamentare.

Un “ultimo sì” dicono Bersani e Cuperlo. Si parli nel Pd e si trovi una soluzione per cambiare l’Italicum

In una situazione in cui la chiarezza è un optional e Renzi non guarda in faccia a nessuno è maturato “l’ultimo sì” di Bersani e Cuperlo. L’ex segretario ha avuto un incontro con il presidente della Repubblica al quale ha esposto la situazione. Poi in una dichiarazione  ha affermato che  “se si vota oggi così com’è la riforma costituzionale, poi bisogna cambiare la legge elettorale. Chiedo di modificarla. Altrimenti io non sarei in grado di votarla”. E dopo il voto ha completato il suo pensiero: “La disciplina di partito vale su tantissime cose, ma quando è in gioco l’equilibrio democratico ci sono aspetti più rilevanti della disciplina di partito”. “Non c’è nessuna intenzione di interrompere il processo di riforma – ha proseguito – ma il problema, quando si innesta la riforma costituzionale con la legge elettorale, è: possiamo avere una Camera in cui la maggioranza dei deputati è nominata e per chi non vince c’è un 100% di nominati? Possiamo avere un sistema ipermaggioritario? Qui casca l’asino. Non c’è più il Nazareno: si parli nel Pd e si trovi una soluzione. Il paradosso è che dobbiamo rispettare un Patto che non c’è più”. E  Gianni Cuperlo sostiene: “Nel caso in cui il governo rifiutasse di riaprire il confronto sulle ipotesi di miglioramento avanzate da più parti, ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Da parte nostra ci riserviamo fin d’ora la nostra autonomia di giudizio e di azione”., E nel documento che porta oltre alla sua firma quella di altri 23 deputati si afferma che approvato il ddl sulle riforme istituzionali “siamo davanti a uno slittamento del potere legislativo dal Parlamento all’esecutivo. E questo avviene in assenza di contrappesi necessari e con una spinta verso un presidenzialismo di fatto che non ha corrispettivi nel resto d’Europa”. Le firme sono quelle di Tea Albini, Maria Amato, Sesa Amici, Ileana Argentin, Paolo Beni, Massimo Bray, Angelo Capodicasa, Marco Carra, Susanna Cenni, Eleonora Cimbro, Andrea De Maria, Gianni Farina, Paolo Fontanelli, Filippo Fossati, Carlo Galli, Maria Luisa Gnecchi, Monica Gregori, Maria Iacono, Francesco Laforgia, Margherita Miotto, Barbara Pollastrini, Alessandra Terrosi, Maria Grazia Rocchi.

Previste  riunioni delle minoranze per individuare una linea comune

La divisione all’interno delle minoranze è destinata ad avere riflessi non solo sul percorso seminato di ostacoli che porterà al secondo giro di legge elettorale e riforme istituzionali ma anche sulla natura dei rapporti fra le diverse componenti, proprio mentre si stava avviando un percorso di incontri  nei prossimi giorni per mettere a punto un progetto, linee d’iniziativa comuni. Elezioni regionali, discussione sulla  stessa struttura del partito, a partire dalla direzione, riforme da mettere in cantiere, scuola, Rai, Pubblica amministrazione, politiche economiche, problemi del lavoro, tutti problemi cui una sinistra del Pd, unita e forte, può dire la sua, contrastare dall’interno e dall’esterno, la deriva centrista del Pd ormai sempre più evidente.

Chiti: nella minoranza differenze profonde, purtroppo.  Questione di fondo è introduzione di un premierato assoluto

Vannino Chiti che al Senato sta portando avanti, insieme ad altri parlamentari, la battaglia contro la riforma  renziana, alla luce del voto della Camera e delle divisioni nelle minoranze Pd afferma: ”Bisogna purtroppo prendere atto che nella cosiddetta minoranza Pd ci sono differenze politiche profonde, addirittura sulla riforma costituzionale”.
”La questione di fondo – aggiunge Chiti – non riguarda il modello di elezione del Senato: sappiamo tutti che ci sono forme di elezione indiretta come in Germania. Il tema è invece quello dell’introduzione in Italia di una forma di premierato assoluto, senza i necessari contrappesi e di una mortificazione della rappresentanza. Per quanto in sé importante, la via d’uscita a tutto questo non può certo consistere in un pugno di preferenze in più nella legge elettorale.
Non è vero, anzi è fuorviante sostenere che il Senato possa introdurre rilevanti modifiche nella riforma costituzionale: si potrà intervenire esclusivamente sulle modifiche apportate dalla Camera. Le più significative si riferiscono all’accentuata torsione centralistica introdotta nel nuovo Titolo V e nel quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica. Come si vede niente a che vedere con quelli che sono gli assi portanti del provvedimento”.

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