Israele: incarico formale a Netanyahu per il nuovo governo di estrema destra. Il futuro di Israele si avvia verso l’isolamento

Israele: incarico formale a Netanyahu per il nuovo governo di estrema destra. Il futuro di Israele si avvia verso l’isolamento

Una maggioranza confortevole e ideologicamente coerente, per affrontare un periodo di ostilità crescenti: è così che si presenta la nuova coalizione in Israele, di destra, molto di destra, che emerge dalle elezioni legislative del 17 marzo, che hanno visto il Likud, la formazione di Benyamin Netanyahu (nella foto col presidente Rivlin), premier alla sua quarta riconferma, battere con uno scarto di sei seggi l’Unione sionista, di centrosinistra. Mercoledì 25 marzo il presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, ha ricevuto i risultati ufficiali dalle mani del capo della Commissione elettorale centrale. Poi, ha ricevuto nella sua residenza Netanyahou, col quale non ha mai avuto buoni rapporti, per conferirgli l’incarico, il quarto, appunto, di formare il nuovo governo. Sulla carta, il premier incaricato può contare su 67 deputati della Knesset su 120. A differenza del 2009 e del 2013, nel nuovo governo non vi saranno formazioni di centro, quasi tutte sostanzialmente fagocitate dal Likud, ma solo forze di destra estrema e ultranazionaliste. L’alleato principale è proprio quella destra religiosa capeggiata da Moshe Kahlon, ex dirigente del Likud. Altre quattro forze sostengono Netanyahou: due delle quali sono ultraortodosse e le altre due sono dei ministri uscenti Naftali Bennett, ex dell’economia, e del falco Avigdor Lieberman, ex titolare degli Esteri.

Una delle difficoltà per Netanyahou consiste nel rispettare il numero massimo di ministri, 18, fissato dalla precedente legislatura. Il premier incaricato, questa volta, dovrà soddisfare gli appetiti della coalizione e del Likud stesso. Di fatto, Netanyahou ha lanciato una vera e propria operazione seduzione, a partire dalla formazione di Moshe Kahlon. Il fondatore del partito Koulanou (“Tutti insieme”) ha orientato la sua campagna elettorale sulle questioni economiche e sociali. A 48 ore dallo scrutinio, Netanyahou aveva già annunciato che gli avrebbe proposto l’incarico di ministro delle Finanze, in caso di vittoria. Ma sembra che questa promessa non sia stata sufficiente per convincere Kahlon, il quale ha chiesto anche di poter condurre un piano di riforme ambiziose, a partire dal settore immobiliare. Egli ha reclamato il controllo dell’amministrazione che gestisce i terreni dello Stato, istituzione cruciale in Israele, e la presidenza della Commissione Finanze per il suo partito alla Knesset, in modo da essere al vertice delle scelte finanziarie. A sua volta, il leader del partito religioso Shass sogna due ministeri decisivi, l’Interno e gli Affari religiosi, mentre i falchi Bennett e Lieberman si battono per la Difesa e la conferma degli Esteri. Lieberman intende negoziare così i suoi sei seggi alla Knesset, nella speranza di poter reintrodurre la pena di morte per i terroristi. Bennett, dal canto suo, che è stato votato soprattutto dai coloni in Cisgiordania, ha già detto al premier che la Difesa o gli Esteri per lui sarebbe non un regalo, ma una “forma di risarcimento” politicamente normale. Queste due richieste rappresentano un problema enorme per Netanyahou, perché se da un lato, il premier vorrebbe riconfermare alla Difesa l’uscente Moshe Yaalon, dall’altro sa bene che ora la situazione internazionale per Israele si è fatta pesante e difficilmente un falco come Lieberman andrebbe bene per quel ruolo delicatissimo.

Soprattutto nel rapporto incrinato con l’Amministrazione americana di Obama. L’ultimo di una catena negativa di episodi l’ha rivelato il Wall Street Journal e fa riferimento alla scoperta dello spionaggio israeliano durante i negoziati segreti condotti dagli americani con gli iraniani, che ha già fatto scattare l’ira di Obama. Senza contare le difficoltà con i partner europei, che di certo non vedranno di buon occhio la posizione molto dura e intransigente, e ovviamente sbagliata, dell’ultradestra israeliana che ha costruito il suo consenso elettorale proprio negli insediamenti illegali, e che rifiuta il processo di costituzione di uno stato palestinese. Infatti, proprio per attrarre questa destra, lo stesso Netanyahou ha urlato in campagna elettorale che si sarebbe opposto al processo di pace fondato su “due popoli e due stati”. Insomma, con questo nuovo governo, vi è la possibilità concreta di una nuova e drammatica fase di isolamento di Israele, e la ripresa di una stagione tragica di interventi militari nella Striscia di Gaza. Sarebbe opportuno che le diplomazie internazionali facciano in fretta a muoversi concretamente nei confronti di Netanyahou e del suo governo, per evitare il riaccendersi di un altro pericolosissimo fronte nel Medio Oriente.

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