In 200mila a Bologna, invitati per il ventennale di Libera, chiedono “verità e giustizia”

In 200mila a Bologna, invitati per il ventennale di Libera, chiedono “verità e giustizia”

200mila persone hanno invaso Bologna, sabato 21 marzo, giorno dell’Equinozio di primavera, per dire no a tutte le mafie, e a ciò che rappresentano in Italia e nel mondo, e no alla corruzione, che dilaga nel nostro paese, e che è fonte di mille disuguaglianze sociali. Alla manifestazione promossa da Libera, per celebrare i suoi “primi” vent’anni, hanno aderito tante associazioni, laiche e religiose, la rete degli studenti medi e degli universitari, decine di migliaia di precari e di senza lavoro, la Cgil, con il segretario generale, Susanna Camusso, e la Fiom, con Maurizio Landini. Insomma, il mondo dell’impegno civile contro mafia e corruzione si è stretto in un abbraccio col mondo del lavoro. Certo, c’erano anche uomini e donne del Parlamento e delle istituzioni, dal presidente del Senato Grasso al ministro Poletti, dalla presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, all’ex premier Romano Prodi, sui quali ovviamente sono stati puntati i riflettori dei media, ma i veri protagonisti sono stati loro, i ragazzi e le ragazze di Libera e delle scuole italiane, la gente comune, le famiglie. Questi ultimi hanno dato vita ad un corteo enorme, partito dalla periferia bolognese, per concludersi a piazza VIII agosto, in pieno centro, per ascoltare le sferzanti parole del leader di Libera, don Luigi Ciotti. E davvero induce alla riflessione il fatto che contemporaneamente, in un altro luogo simbolico come Scampìa, alla periferia di Napoli, un altro sacerdote, papa Francesco, abbia tenuto un discorso in totale sintonia con don Ciotti. Entrambi hanno tenuto, dinanzi a folle vastissime, un discorso di notevole forza politica e sociale, come se questa Chiesa, finalmente, volesse prendere per mano un’Italia in difficoltà, con tanta gente che reclama risposte a domande di senso. Diamo qui alcuni passaggi del discorso impegnativo di don Luigi Ciotti, mentre in altra parte del giornale pubblichiamo il discorso integrale di papa Francesco a Scampìa.

“Libera è libera”, commenta don Ciotti, con un sottile gioco di parole, “nessuno la strumentalizzi o la usi, ma sia ben chiaro che ogni lotta per la giustizia sociale ci vedrà al fianco di chi ci mette la faccia”. Ecco il primo affondo: la libertà e l’autonomia del suo movimento, che però accetta di integrarsi con coloro che condividono il senso dell’impegno civile, mettendoci la faccia. Sulla lotta alla mafia, il secondo affondo: don Ciotti questa volta si rivolge ai parlamentari, dicendo loro “che ci vuole più coraggio”. Mentre “su corruzione e falso in bilancio occorrono leggi più determinate, corruzione e mafia sono due facce della stessa medaglia, lo dicono qui migliaia di giovani. Siamo non per commemorare, ma per graffiare dentro le coscienze di tutti”. Graffiare le coscienze non è solo uno splendido slogan, o una meravigliosa trovata propagandistica, ma la missione stessa di Libera, e, per i credenti, della stessa Chiesa. “In questi anni”, ha proseguito don Ciotti, “le mafie hanno trovato tante porte aperte, hanno trovato strade spianate, passerelle, a volte perfino comitati di accoglienza”. L’accusa, forte, è stata declamata a Bologna, capoluogo di una regione che in questi mesi si è vista sorprendere dall’inchiesta “Aemilia”, la cui conclusione è che “la mafia non è più infiltrazione, ma occupazione”, del territorio, dei centri finanziari, delle aziende. E infine, l’ultima provocazione, accolta con un lungo sonoro applauso: “introducete il reddito di cittadinanza”, ha detto don Ciotti, rivolgendosi esplicitamente al governo e al Parlamento, “cancellate il vitalizio a deputati e senatori condannati in via definitiva per mafia e corruzione”. Insomma, si ripropone la secolare questione della collusione impunita di una certa politica corrotta o vicina alle mafie. E coerenza vorrebbe, appunto, che se qualche politico fosse condannato per mafia o corruzione, non si veda pagare dallo stato il congruo vitalizio, che almeno ne perda ogni diritto.

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