Il balletto delle statistiche. Baristi, camerieri, colf e badanti, ecco i nuovi occupati

Il balletto delle statistiche. Baristi, camerieri, colf e badanti, ecco i nuovi occupati

Il bello delle statistiche consiste nel fatto che possono essere oggetto di un certo grado di manipolazione, cioè ognuno può utilizzarle come più gli aggrada, rispettando limiti di decenza, imposti dai numeri,  che sono spesso travalicati in Italia. All’inizio di marzo  l’Istat ha reso note tre serie di dati sull’occupazione, anno 2014, IV trimestre 2014, gennaio 2015, con un aumento medio in base anno di occupazione di 125mila unità, lo 0,5% dell’occupazione complessiva. Cosa c’è dietro questi dati? Dopo molti trimestri di cali occupazionali, nell’ultimo anno e sino ad oggi c’è stata una inversione di tendenza, interessante  ma non consistente, che speriamo si stabilizzi e si rafforzi in seguito.

L’esiguo  aumento dell’occupazione non è vera gloria

È vera gloria?  No! Sia per la esiguità dell’aumento sia per la cattiva qualità del nuovo impiego. Un aumento medio dello 0,5%  non va festeggiato con le trombe  – ci mancano 3 milioni di occupati per avere un tasso di occupazione in media europea e 5 milioni per essere in media tedesca -, esso  va accolto con  soddisfazione  perché è meglio del segno meno che durava da 7 trimestri,  ma soprattutto va analizzato nelle sue componenti principali,  giovani ed anziani, italiani e stranieri, tipologie contrattuali, settori diversi, agricoltura, industria, servizi. Approfondendo i dati dall’Istat, soprattutto quelli annuali del 2014, i più significativi, si  fanno scoperte interessanti e si coglie meglio il bene ed il male della più profonda trasformazione strutturale che il nostro mercato del lavoro sta subendo.

Prosegue il calo degli occupati nelle fasce 15-34 anni e 35-49 anni

“Prosegue il calo degli occupati 15-34enni e dei 35-49enni, a fronte dell’aumento degli occupati con almeno 50 anni” (Istat). I circa 125mila occupati in più in base annua, vengono da più 425mila “anziani” con almeno 50 anni e  da meno 300mila “giovani” sino ai 49 anni. Evidentemente l’offerta di lavoro preferisce gli anziani ai giovani, sia perché, per il buco demografico che dura da quarant’anni,  ne trova pochi disposti a fare lavori umili e mal pagati, sia perché vecchi ed anziani sono più favorevoli ad accettare  paghe basse, diritti ridotti  ed orari lunghi.

Lavori  umili e malpagati incontrano l’offerta di stranieri

Da anni una domanda di lavori fatta soprattutto di lavori umili e mal pagati incontra un’offerta prevalentemente di stranieri: servizi alla persona, colf e badanti, baristi e camerieri, mungitori e raccoglitori, sono questi i lavori che il paese più vecchio del mondo, con una produzione di beni e servizi tra le meno innovative del mondo, sa offrire. E poiché questi lavori “poveri” sono più accettati dagli stranieri che dagli italiani, ecco un’altra caratteristica delle nostre statistiche sul lavoro, nota da anni agli esperti ma non agli italiani, dal leghista Salvini in giù che tuonano contro “gli stranieri che ci tolgono il pane”, la balla più grossa da quando la domanda di lavoro è soprattutto povera e mal pagata e quindi  incontra soprattutto un’offerta straniera, che se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Altrimenti l’azienda Italia sarebbe già fallita. Infatti  il dato dei  125mila occupati in più in base anno ha la seguente composizione: +145 mila stranieri, -20 mila italiani. E la cosa non deve sorprendere perché la tendenza di una domanda di lavoro “povera” che attrae più stranieri che italiani, dura da un decennio. Questa offre l’Italia vecchia, che non innova e non fa figli da 40 anni (dal 1975 i nati si sono dimezzati a 500mila l’anno, mentre in Francia, paese grande come noi, ne nascono 800mila).

Nuovi occupati quasi tutti con contratti a termine

I nuovi occupati sono quasi tutti con contratti a termine e molti anche part time involontari. Dei 125mila occupati in più in base anno, solo 25mila sono a tempo indeterminato, i restanti 100mila, cioè la gran maggioranza navigano nel campo della precarietà. È l’ennesima constatazione di un mercato del lavoro la cui qualità peggiora nel tempo, dove prodotti, servizi e lavori qualificati sono sempre meno, mentre aumentano prodotti e servizi a bassa innovazione che richiedono lavori umili e che consentono, anche per la debolezza dei nostri sindacati, paghe molto al disotto dei livelli “atti ad assicurare a se ad alla famiglia, un’esistenza libera e dignitosa” (art 36 della Costituzione). Ecco spiegato l’aumento dei Working Poors, occupati che non guadagnano abbastanza per una vita dignitosa.

Andamenti settoriali, agricoltura, industria e servizi.

Un segnale positivo è l’arresto del calo dell’occupazione manifatturiera e di quella agricola che durano da decenni, piccola inversione di tendenza che però  ha poco di strutturale. In agricoltura da anni assistiamo ad un  processo di ringiovanimento con rinnovamenti colturali che riguarda però, in complesso, piccoli numeri, pesando l’agricoltura meno del 4% dell’occupazione totale. Per quanto riguarda l’industria manifatturiera essa da decenni perde peso, in occupati e produzione in tutti i paesi industriali; in Italia essa ha perso 500mila occupati in 10 anni. Oggi essa pesa il 15% di Pil ed occupazione nei paesi industriali con massimi del 17% in Germania, Giappone ed Italia, mentre le previsioni sono per un peso ancora più ridotto al 12% nel 2019 (Ilo, World Employment and Social Outlook, trends 2015).

L’andamento del mercato del lavoro non segnala novità interessanti

Al piccolo incremento dell’occupazione manifatturiera (1,4%) si contrappone il persistente calo nelle costruzioni (-4,4%)’, mentre l’occupazione continua a crescere nel terziario (0,5%), come fa da decenni a questa parte, sia pure più debolmente che nei paesi industriali più avanzati.

In conclusione l’andamento settoriale del mercato del lavoro non segnala alcuna novità interessante, come potrebbe essere un aumento della qualità delle produzioni ed un rafforzamento della crescita dei servizi avanzati che, in tutti i paesi industriali, hanno più che compensato i vuoti della deindustrializzazione

Share

Leave a Reply