Tsipras vince in Europa affermando l’autonomia della Grecia. Renzi si piega liberalizzando i licenziamenti

Tsipras vince in Europa affermando l’autonomia della Grecia. Renzi si piega liberalizzando i licenziamenti

Un accordo di compromesso tra la Grecia di Tsipras e Varoufakis e il gruppo dell’eurozona di Schauble e Draghi è stato trovato nella tardissima serata di venerdì 20 febbraio. Diciamo la verità, se non fosse stato per la tenacia dei governanti greci e per il sostanziale aiuto diplomatico della Francia socialista di Hollande, non si sarebbe giunti a questo traguardo, che a suo modo è storico, poiché finalmente piega gli interessi finanziari ad un programma di uscita dalle politiche di rigore e di austerità.

I punti dell’accordo

Intanto, partiamo dai punti dell’accordo: 1. Atene ha ottenuto una estensione di quattro mesi (ne aveva chiesto sei) del programma di aiuti finanziari, di cui beneficia dal 2012, e la cui data ultima era fissata al 28 febbraio; 2. Atene ha la certezza che in cambio non si toccheranno le pensioni dei greci e non si aumenterà l’IVA, come invece era previsto dal Piano imposto a Samaras; 3. L’eurogruppo attende la lista delle riforme da Atene entro e non oltre la serata di lunedì 23 febbraio, ciò significa che le riforme non saranno imposte dalla Troika, ma definite dal governo greco; 4. Compito delle Istituzioni europee sarà quello di verificare la compatibilità delle riforme presentate con un nuovo prestito di 7 miliardi di euro.

È abitudine tutta italiana stabilire “chi ha vinto e chi ha perso” in una trattativa, come se fosse una partita di calcio o di scacchi. Infatti, tra i commenti dei ministri delle Finanze, il più banale è sembrato proprio quello del ministro italiano Padoan: “abbiamo vinto tutti”, una sciocchezza incommensurabile. Mentre, inaspettatamente, ci pare che il commento più interessante lo abbia diffuso proprio il presidente dell’eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem: “questa sera vi è stato un momento importante nel processo negoziale con Atene, per riottenere la fiducia. L’esito è stato davvero positivo”. Si tenga conto che Dijsselbloem era considerato tra i falchi e molto vicino alle posizioni tedesche di Schauble. E dalla posizione tedesca occorre partire per comprendere quali passi avanti straordinari sono stati compiuti grazie a Tsipras, Varoufakis e al popolo greco, per l’intera Europa.

La vera posta in gioco tra Atene, Berlino e Bruxelles

Intanto, qual era davvero la posta in gioco? Tre giorni fa lo ha rivelato senza mezzi termini il settimanale tedesco, molto autorevole, Der Spiegel: Merkel, Schauble e i falchi tedeschi pare che avessero già deciso di procedere per la cosiddetta “Grexit”, ovvero l’uscita della Grecia dalla zona euro. Nella Cancelleria tedesca giravano già i piani degli economisti per favorire il ritorno alla Dracma, e, secondo la testimonianza dello Spiegel, per trasformare la Grecia in un’altra colonia tedesca in Europa (come la Slovenia, la Serbia, la Croazia, la Romania, la Slovacchia, ecc.). In secondo luogo, all’interno dell’eurogruppo vi sono Paesi che, seguendo il dettato della Merkel, “hanno fatto i compiti a casa”, rientrando dal debito attraverso le lacrime e il sangue del rigore e dell’austerità (Portogallo, Irlanda, Spagna). E vi sono quei Paesi nordici, Danimarca e Olanda, che con la Germania, puntano al rispetto integrale dei Trattati europei. Cosa volevano questi paesi, di fatto? Che la rinegoziazione non significasse una cancellazione tout court del notevole debito greco, pari a 320 miliardi di euro, il 175% del PIL. E da questo punto di vista, più volte sono giunte le rassicurazioni da parte del governo greco: “pagheremo i debiti”, aveva spesso affermato Tsipras, “ma lasciate a noi la scelta su quali misure politiche ed economiche occorrono al popolo greco”. In sostanza, da Atene veniva lanciato un messaggio a tutti i popoli d’Europa: con l’austerità non si cresce, e se non si cresce non potremo ripagare nessun debito. Nei piani del ministro delle Finanze greco Varoufakis, perciò, seguendo il modello obamiano, occorre mettere in piedi politiche di intervento pubblico per risanare l’economia e produrre sviluppo. Per questa ragione, sia Tsipras che Varoufakis, hanno insistito moltissimo su due capisaldi del loro progetto di riforma: lotta all’evasione fiscale (la Grecia non possiede, ad esempio, istituti centrali e forti per le Entrate) e ricostruzione del Welfare per tamponare la “crisi umanitaria”. Vedremo lunedì su quali altri punti il governo greco concentrerà i piani delle riforme promesse. La dichiarazione di Varoufakis al termine dei colloqui di venerdì non lascia adito a dubbi: “la Grecia lascia il memorandum (imposto dalla Troika, ndr) dietro le spalle, e diventa coautrice delle riforme e del suo destino”. Ed è questo l’ultimo punto su cui si giocava l’esito dell’eurogruppo: restituire al governo e al popolo greco l’autonomia nelle decisioni politiche. Vi pare poco? Non ci sembra un risultato minimo, anzi. Se la tenacia del governo ha un merito, esso risiede proprio nell’aver tolto alla euroburocrazia ogni decisione, per riportarla nell’alveo delle consultazioni politiche tra governi. Era questo l’obiettivo di Tsipras. Così è stato.

Il ruolo sostanziale della Francia e dei socialisti francesi

Commentando il testo definitivo dell’accordo, venerdì sera Varoufakis si è lasciato sfuggire che “non vi sono sostanziali” differenze tra quest’ultimo e quello al quale si lavorava grazie alla mediazione del Commissario socialista francese alle Finanze, Pierre Moscovici, poi seppellito da un intervento brutale di Herr Schauble. L’opera di tessitura diplomatica è stata condotta direttamente dal presidente Hollande – il nuovo Talleyrand, lo definiscono alcuni quotidiani francesi – che da una parte ha sostenuto Moscovici nella difficile mediazione con Berlino, e dall’altra ha sostenuto il proprio ministro alle Finanze Sapin nel corso dei colloqui dell’eurogruppo. Non solo. Poche ore prima dell’inizio dell’eurogruppo, Hollande aveva convinto Angela Merkel a presentarsi in conferenza stampa all’Eliseo e ad affermare che la Germania “vuole la Grecia dentro l’euro”. Poteva sembrare una dichiarazione banale, o perfino sciocca. In realtà, era il segnale della disponibilità di Berlino a siglare l’accordo con Atene, sotto la mediazione protettiva e la garanzia di Hollande. Perchè se Berlino crede nella Grecia dentro l’euro, non può che sedersi al tavolo e trattare col suo governo legittimo, a qualunque costo. Se Berlino cospirasse davvero contro la Grecia, quel tavolo sarebbe già saltato. Il gioco diplomatico dei socialisti francesi ha convinto ad esempio il presidente della SPD e vicecancelliere tedesco, Gabriel, che la “Grexit” sarebbe stata una frattura estremamente dolorosa per l’Europa, sia sul piano simbolico, che su quello politico. A poche settimane dalla vittoria di Syriza, cioè della sinistra greca, i socialisti europei non avrebbero certo potuto legittimare una cacciata della Grecia dall’euro. I socialisti europei hanno commesso un sacco di errori, ma certo non potevano permettersi di passare alla storia come subalterni alla volontà dei falchi conservatori che premono – ancora adesso – per la “Grexit” e per un euro più vicino al Supermarco tedesco, che a una moneta europea. Infine, la mediazione socialista ha avuto il merito di affermare il primato della politica, nelle istituzioni europee, contro lo strapotere delle burocrazie di Bruxelles e di Francoforte.

L’assurdità della posizione italiana

Vorremmo sommessamente ricordare che appena una settimana fa, in tante città italiane e poi sabato scorso a Roma, si sono tenute decine di manifestazioni a favore del popolo greco, nella sua difficile battaglia con le istituzioni europee. In tante piazze risuonavano le medesime parole d’ordine: basta con i diktat della Troika, basta con le politiche di austerità, troviamo una via d’uscita alla crisi che eviti milioni di nuovi poveri e di nuovi disoccupati, e che soprattutto restituisca una speranza alle nuove generazioni. Risposte da parte del governo Renzi, o dal partito di maggioranza? Silenzio assoluto, o assordante sulla Grecia (abbiamo ancora davanti agli occhi la vergognosa macchietta della cravatta regalata a Tsipras), nessun ruolo attivo per la Grecia nell’eurogruppo, la convinzione più volte dichiarata che gli interessi italiani vanno contro gli interessi della Grecia (ricordate i numeri a casaccio dei giornali italiani sul debito greco detenuto dalle nostre banche? Chi parlava di 40, chi di 50, chi di 60 miliardi di euro). La nostra convinzione è che il governo italiano si è tenuto alla larga da mediazioni politiche a favore della Grecia, perché troppo condizionato da potenti interessi finanziari. E infine, con quale faccia Renzi avrebbe potuto dare lezioni a Tsipras, visto che nello stesso giorno in cui la Grecia si giocava il destino, il nostro premier scriveva le regole sul mercato del lavoro sotto dettatura della Troika? Strana sincronia: a Roma, il Jobs Act diligentemente rispettava il diktat della burocrazia europea (l’entusiasmo di Renzi per lo scalpo dell’articolo 18 ne è la tristissima conseguenza), e a Bruxelles il Davide greco si permetteva di suonarle al Golia tedesco.

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