Torna ancora il ’92. Perché Paolo Borsellino venne trucidato

Torna ancora il ’92. Perché Paolo Borsellino venne trucidato

Ancora una volta, in un processo che si chiama Borsellino IV, perché va  alla ricerca, dopo più di vent’anni, delle ragioni ultime ancora discusse per cui Paolo Borsellino venne trucidato davanti all’abitazione di sua madre, quella calda domenica 19 luglio 1992, nell’illusione di togliere agli italiani anche il ricordo del giudice siciliano (che aveva seguito le orme di Giovanni Falcone e aveva dichiarato guerra, senza tregua, a Cosa Nostra in Sicilia e a Roma), torna quell’anno cruciale nella storia recente dell’Italia repubblicana. Per i giornali e  canali televisivi ha significato la caduta della prima repubblica e l’esordio della seconda, per molti tra gli storici che hanno scritto degli anni recenti, segna invece la crisi della classe politica postbellica che aveva governato fino a quel momento, crisi non ancora superata del tutto in questi primi quindici anni del ventunesimo secolo.

La scoperta giudiziaria della grande corruzione pubblica

Già, quel ’92 in cui affiorarono in dodici mesi frenetici  le profonde crepe politiche, economiche e civili che caratterizzano gli ultimi quarant’anni di vita repubblicana -è stato ricordato di recente- non è solo l’anno delle grandi stragi palermitane in cui furono uccisi  Falcone e Borsellini  e più di dieci agenti di scorta che avevano passato gli ultimi anni della loro vita a tutelare la vita dei due magistrati, ma è anche un succedersi di avvenimenti cruciali: la scoperta giudiziaria della grande corruzione pubblica, l’adozione del voto proporzionale uninominale, l’affermazione elettorale della Lega Nord di Umberto Bossi, l’agonia dei grandi partiti di massa, la voglia di riscatto civile di una parte non piccola degli italiani, il terrorismo mafioso, il debito pubblico alle stelle, l’intervento pubblico assistenzialista, il difficile rapporto con l’Europa. E questo avviene mentre i politici più forti e potenti lottano tra loro, senza risparmio di colpi di ogni genere, per sopravvivere ed essere ancora al centro della scena.

La testimonianza di Forlani su episodi cruciali come se si fosse in un periodo sereno

E così quando capita, come nel processo di cui abbiamo parlato, che si è svolto nel bunker di Rebibbia davanti alla Corte di Assise di Palermo, accade di sentire l’ex segretario della Democrazia cristiana, il marchigiano Arnaldo Forlani, fornire una testimonianza su episodi cruciali di quell’anno come si si fosse in un periodo sereno e tranquillo, è inevitabile dubitare e ricordare al testimone che cosa c’era dietro quella apparente serenità. La testimonianza di Forlani è richiesta su un particolare importante che riguarda l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino, l’ex ministro della Giustizia e poi degli Esteri Vincenzo Scotti, ambedue democristiani e l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli. Sulla scelta di Scalfaro come capo dello Stato proprio quell’anno, Forlani non ha dubbi e afferma che fu condivisa dai partiti di governo senza tentennamenti. La nomina di Nicola Mancino come nuovo ministro degli Interni allo stesso modo, perché “lo ritenevamo assolutamente idoneo a ricoprire quel ruolo”.

L’ex segretario della Dc ricorre al classico “non ricordo”

L’uomo politico marchigiano ha detto più volte il classico “non ricordo” a cui i giudici siciliani sono da sempre abituati e ha detto anzi che fu lui come segretario del partito democristiano a proporre di scegliere uno dei presidenti delle Camere, tra Spadolini del Senato e Scalfaro presidente della Camera e venne nominato Scalfaro che diede l’incarico di governo a Giuliano Amato. E la scelta di Mancino come ministro degli Interni venne compiuta dall’ufficio politico della Democrazia cristiana “in un dibattito politico di serenità”. Senonchè la testimonianza cozza contro elementi di fatto che è difficile dimenticare. Anzitutto le dichiarazioni dell’allora ministro degli Interni Vincenzo Scotti all’audizione del 20 marzo 1992 (otto giorni dopo l’assassinio dell’eurodeputato democristiano Salvo Lima, ritenuto da tutti il punto di riferimento essenziale del presidente del Consiglio Giulio Andreotti in Sicilia) dinanzi alla Commissione Affari Costituzionali e Interni della Camera dei Deputati: “Nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini va detta la verità e non edulcorata. Io me ne assumo tutta la responsabilità. Se qualcuno ritiene che questo non sia vero sono pronto alle dimissioni ma per questa ragione, ma non cedo il passo su questo terreno, ho detto che l’allarme sociale è altissimo e la gente deve sapere queste cose. Siamo un paese di misteri e io non intendo gestire il ministero degli interni con una condizione di silenzio o di misteri e senza mettere su carta le cose che si sanno”.

A livello istituzionale un clima teso. I rischi corsi da politici siciliani

E queste parole-è stato a ragione osservato-dimostrano come a livello istituzionale il clima fosse teso. Inoltre in un appunto del generale comandante dei carabinieri indirizzata il 20 giugno 1992 al capo dei servizi segreti militari si ribadisce i rischi che correvano altri politici siciliani come Calogero Mannino e Salvo Andò. Peraltro Forlani non ha chiarito neppure le ragioni del passaggio del Ministero degli interni da Scotti a Mancino avvenuto qualche tempo dopo. Insomma, su questi passaggi decisivi per cogliere gli aspetti essenziali di quella trattativa tra mafia e Stato rispetto al quale è in corso un altro processo, l’ex segretario della Democrazia cristiana non ha aggiunto nulla di utile. Dalla testimonianza complessiva emerge una visione di quella fase politica poco credibile da parte di Forlani come se l’ex segretario della DC non fosse al corrente di tutti i retroscena delle scelte fatte allora o non intendesse fornirle ai giudici. Ma saranno questi ultimi a doversi chiedersi che cosa in realtà è avvenuto.

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