Timbuktù: l’Africa di Abderrahmane Sissako

Timbuktù: l’Africa di Abderrahmane Sissako

Ogni mattina in Africa, una gazzella si sveglia, sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa. Ogni mattina in Africa, un leone si sveglia, sa che deve correre più della gazzella, o morirà di fame.
Quando il sole sorge, non importa se sei un leone o una gazzella: è meglio che cominci a correre.

Sin dalla prima sequenza di Timbuktù, ultima fatica di Abderrahmame Sissako, sarà impossibile non pensare a questo passo di William Shakespeare. Una gazzella corre sola nel deserto, il  leone  però la insegue su una jeep. Ha fucili taglienti e pericolosi tanto quanto gli artigli ed i denti del vero felino, e non si muove per istinto di sopravvivenza, ma semplicemente per  fanatismo religioso. La gazzella corre e schiva i colpi, la macchina da presa la insegue silenziosamente, come se il punto d’arrivo della corsa dell’animale sia anche l’inizio del film vero e proprio. Le barbarie dell’oppressione jihadista sono già ben evidenti, Sissako non spreca una sola inquadratura per mostrarle al proprio pubblico. La sua cinepresa diventa progressivamente un intermediario, spettatore curioso ed al tempo stesso guida, in una realtà da noi così lontana. Il regista maliano porta ancora una volta sul grande schermo la sua Africa, proponendo un cinema di poesia fatto di campi lunghi e primi piani che hanno il duplice intento di meravigliare e denunciare. La tenda di una famiglia di pastori nomadi, stanziatasi nei pressi di Timbuktù, diventa il fulcro di una storia che  punta a far chiarezza sugli effettivi valori dell’Islam. In un periodo storico come il nostro, è sempre concreta la tentazione di omologarsi alla logica del capro espiatorio, condannando in toto una religione che in realtà è costretta a subire continui soprusi e violenze da parte di una minoranza estremista. Sissako vuole quindi farsi quindi garante di quell’Islam puro, candido come la tonaca dell’Imam che si contrappone ai jihadisti nel suo villaggio. Si immerge appieno in una realtà difficile da riprendere, documentando l’imposizione della shaira, come crudo e miope strumento di controllo delle masse. Il film, che è candidato agli Oscar come miglior pellicola straniera, ha già il grande merito di porre lo spettatore davanti alle angherie vissute dagli autoctoni in determinate zone dell’Africa, in nome di una presunta religiosità che in realtà è mera degenerazione interpretativa del Corano. E ciò vale molto più di qualsiasi premio o statuetta vinta.

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