Riforme. Renzi gela le minoranze. Arrogante: “Sconfitte le forze della palude”. La partita la giochiamo da soli.

Riforme. Renzi gela le minoranze. Arrogante: “Sconfitte le forze della palude”. La partita la giochiamo da soli.

Va tutto bene, ragazzi siamo proprio bravi ma sbrighiamoci. Orfini mi ha detto di essere breve, io devo andare via presto semmai conclude Guerini. Così Renzi Matteo ha aperto i lavori della Direzione del Pd. Dalla situazione della Libia al terrorismo, alle minacce di guerra, alla Grecia, poi la legge che cambia la Costituzione, ancora, leggi che riguardano problemi di fondo dell’economia, i diritti civili, poi ancora la Libia, tutto in fretta, di corsa.  Una botta qua, una botta là  finisce che nel tritacarne Renzi mette  il premier greco. Ha una colpa, quella di difendere il suo popolo, un paese impoverito dalla politica della Troika. Certo, dal suo punto di vista fa bene ma non è così che si cambia la politica economica della Unione europea. Io, solo io, mi sono battuto contro l’austerità, ottenendo grandi risultati per il nostro Paese. Mentre tutti i dati economici dicono che nella crisi ci siamo ancora dentro, il premier afferma, senza alcun pudore, “ora ci sono tutte le condizioni ideali” per uscire dalla crisi.

“La ripresa non sia un breve arcobaleno”. Lirismo inutile, la ripresa non c’è

Condizioni per far sì che la “ripresa non sia un breve arcobaleno dopo la pioggia ma un periodo prolungato di bel tempo. Oggi l’Italia è in pole position per correre il gran premio della ripresa”. Ci mancava uno spruzzo di lirismo in una Direzione che non aveva proprio voglia di discutere, di ascoltare chi la pensa diversamente. E mancava anche la banda dei bersaglieri che poteva dare la carica a una assemblea opaca. Addirittura alcuni interventi, quello della Sereni che ha avuto anche l’onore di presiedere i lavori alla Camera dei Deputati e ci ha messo del suo, in concorrenza con Giachetti, hanno raccontato un’altra riunione. Ma, come si dice Arlecchino scherzando si confessa e, alla fine, Sereni ha detto una verità: che tanta parte degli interventi delle opposizioni nella discussione alla Camera sulla riforma costituzionale si sono concentrati non sui contenuti degli emendamenti ma sulle modalità della discussione. C’è del vero, anche se noi abbiamo sentito tante proposte di modifica. In realtà, addirittura era stato previsto un minuto di tempo per intervenire sugli emendamenti. Ci sono volute proteste, anche dure per avere la possibilità di parlare. Non a caso Stefano Fassina ha ricordato che le riforme istituzionali, la legge elettorale, sono temi  di pura spettanza del Parlamento e non del governo, come è avvenuto nei giorni di fuoco vissuti nell’Aula di Montecitorio. Al traguardo è arrivato un provvedimento votato da una minoranza  di deputati. Ma questo a Renzi e ai renziadi che sono intervenuti non interessa. Il premier aveva già provveduto nella relazione a fare di ogni erba un fascio.

Fassina. Le regole del gioco non si fanno da soli

Stefano Fassina prova a riportare alla realtà la vanagloria del Renzi. Ma il presidente del “Giglio magico” l’aveva già sistemato, catalogandolo fra i berlusconiani. Dice con tono sprezzante: “Le forze della palude sulla riforma costituzionale sono stata sconfitte” e ironizza  sul fatto che chi faceva il tifo per la rottura del patto del Nazareno e la cacciata di Forza Italia (chiaro il rifermento alle minoranze, ndr) ora che questo patto non c’è più vogliono che Forza Italia, Verdini e soci, tornino  in aula. Solo mandando in scena una squallida parodia si può scambiare il grano con la crusca. La realtà, hanno detto Fassina, D’Attorre, Boccia, che la Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza. Le regole del gioco non si fanno da soli. La qualità della riforma dipende dalla legittimità costituzionale. Un provvedimento approvato da una minoranza, prendere o lasciare, senza un confronto reale di posizioni, non può avere i titoli necessari, chiamarsi riforma che fa cambiare l’Italia. Fassina chiede l’impegno del Pd, del suo segretario, a riaprire un confronto reale  sul terreno politico.

Cuperlo: un Parlamento semivuoto è una sconfitta della democrazia

Perché – argomenta  Gianni Cuperlo – una riforma istituzionale approvarla da soli è un errore. La  via  è riaprire un confronto, un parlamento semivuoto è una “sconfitta della democrazia”.  Renzi aveva già risposto. La porte sono  sempre state aperte. Chi vuole può rientrare ma senza ricatti.  Dice Civati: “Sì, le porte erano aperte, tanto che sono usciti”. Confronto, lo hanno spiegato gli esponenti delle minoranze, significa un dibattito vero,  la partecipazione di tutti i deputati, la loro libertà di scelta. Damiano sostiene che bisogna aprire uno spazio  politico alle opposizioni per il loro rientro in aula. Questo non vuol dire subire ricatti. Renzi taglia la testa al toro. Ha impegni presi in precedenza. Deve lasciare. Può concludere il vicesegretario Guerini. La Direzione, ormai stanca, decide che è meglio aggiornarsi.  Quasi due ore di riunione per parlare di Libia, Ucraina, guerre, Isis, terrorismo, provvedimenti economici, diritti sociali, cittadinanza, riforme Costituzionali, sono davvero troppi. Insopportabili. Chi sperava in aperture da parte del premier – Bersani in questi giorni ha richiamato più volte il “metodo Mattarella”, un rapporto  reale fra maggioranza e minoranza – sarà rimasto deluso da una Direzione che non aveva proprio voglia di discutere. I dirigenti del Pd come sono entrati sono usciti. Renzi e i renziadi non hanno dato alcuno spazio ad un confronto vero. Così è (se vi pare), scriveva Pirandello. Altri tempi, altri personaggi, altri cervelli.

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