Renzi: carezze che offendono Bersani e Cuperlo: “hanno lavorato bene”. Si aggrava la crisi della politica

Renzi: carezze che offendono Bersani e Cuperlo: “hanno lavorato bene”. Si  aggrava la crisi della politica

Fossimo  Bersani  o Cuperlo ci sentiremmo profondamente offesi dalle parole attribuite a Renzi, riportate da Repubblica, fra virgolette. Dice  il premier che il Pd “è l’unica  architettura politico- istituzionale  su cui si può reggere il Paese. Che in Forza Italia è scoppiato il caos e noi rischiavamo di fare la stessa fine. Invece il Pd ha tenuto”. Prosegue il quotidiano: “L’apprezzamento di Renzi va in particolare a Pier Luigi Bersani che si è dato da fare”. Ma anche Gianni Cuperlo “ha lavorato bene”. Bene anche Stefano Fassina, “uscito dall’aula e aventiniano come le opposizioni era contrario alla riforma ma è stato intellettualmente onesto”. Importante è stato che sia finito tutto bene. “Certo – dice Renzi – abbiamo litigato, ma poi ci siamo ricomposti e tutti hanno votato”.

Renzi in direzione affermerà che il Pd è unito, la partita è chiusa

Sarà questa la posizione, volemosi bene, si dice a Roma, che Renzi prenderà nella relazione alla Direzione che si riunisce lunedì. Insomma, appare molto chiaramente che la partita delle riforme del Senato e dei quaranta articoli della Costituzione è cotta e mangiata, sempre si dice a Roma. Non ci si torna più sopra, all’inizio di marzo il voto finale e, afferma il premier, pensiamo all’economia. Magari, aggiungiamo noi, pensiamo anche al dramma terribile che le popolazioni di tanti paesi, vicini a noi, a un tiro di missile stanno vivendo. Ma questa è un’altra storia, o meglio è uno dei tanti volti di questa storia che si chiama guerra, massacri di civili, stragi cannibalesche.

Sia chiaro, anche noi saremmo felici e contenti se il Pd recupera la sua unità, se appare chiara la sua identità, il chi è, come, si chiede Eugenio Scalfari quando afferma che “il Pd sa tutto. Ma non sa chi è lui e non lo sappiamo neppure noi che lo osserviamo, così come non sappiamo chi sono i grillini e chi i berlusconiani”. E si chiede ancora: “Ma Renzi lo sa chi è lui? Bisognerebbe interrogarlo e magari vivergli accanto per sapere chi è veramente e anche  chi crede di essere”.

Scalfari: il premier, “un narciso un po’ provinciale, rasenta il bullo di quartiere”

Sempre Scalfari lo definisce “un narciso un po’ provinciale che rasenta il bullo di quartiere”. L’atteggiamento del premier nella notte, o meglio all’alba, è stato chiarissimo: “La partita si chiude qui, non ci fermiamo, sarebbe un errore cedere ai ricatti, se questa legge non sarà approvata andremo a nuove elezioni”. Assumeva un doppio ruolo, quello di presidente del Consiglio e quello di presidente della Repubblica, perché è lui e solo lui a decidere se sciogliere le Camere. Ma questa, una repubblica presidenziale mascherata, è la linea che guida la riforma del senato e delle istituzioni. Un esecutivo senza i contrappesi necessari, un Capo dello Stato celebrativo.

 L’ex segretario tenta di riaprire la partita. “Basta accendere micce”

Saremo molti contenti di sbagliarci. Non si può non apprezzare i tentativi di Bersani, D’Attorre, Gotor intervistato dal nostro giornale, di non ritenere chiusa la partita. L’ex segretario del Pd rivolto a chi non ha partecipato al voto, Fassina e Civati, a Boccia, il quale ha affermato che le “minoranze non parteciperanno al voto finale se l’aula sarà semivuota”, dice: “Adesso basta accendere micce da domani si lavora perché l’aula non sia mezza vuota”. D’Attorre sostiene che “dobbiamo riportare le opposizioni in aula e non uscire noi”. Gotor concentra la sua attenzione sul “dopo senato”, sulla legge elettorale che va cambiata proprio per mantenere i valori espressi dalla Costituzione. Ma come si fa a riportare le opposizioni in aula? Solo riaprendo un dialogo, ma dialogo significa non solo ascolto, ma riaprire la legge, operare per un onorevole compromesso. Prendere atto che quei voti sugli emendamenti hanno costituito un vulnus molto grave, un colpo maldestro che avvilisce la democrazia parlamentare.

Ainis. Berlusconi con 308 voti nel 2011 andò in minoranza e si dimise

Lo abbiamo sottolineato più volte, lo ribadiamo. Neppure la metà degli aventi diritto ha votato gli emendamenti, il massimo raggiunto è stato 308 voti favorevoli su 630 parlamentari. In media sotto i 300. Una minoranza. Ricorda Michele Ainis sul Corriere della Sera che sono gli stessi voti che l’8 novembre del 2011 riportò  il governo Berlusconi sul rendiconto del bilancio dello Stato, andando in minoranza.

“Lui ci rimise la poltrona –  sottolinea  l’editorialista – ora quel numero basta per correggere quaranta articoli della Costituzione. Che Forza Italia approva al Senato,disapprova alla Camera. Dice: ma è cambiato il clima. E tu chi sei, un costituente o un  metereologo? Nel secondo caso, meglio dotarsi di un ombrello. Fuori piove, cerchiamo di non bagnare anche la Carta”. Le cronache parlamentari di quei giorni ricordano che alla Camera si “consumò il dramma dell’esecutivo”, otto voti sotto la maggioranza assoluta e che il centrodestra cercò di  minimizzare parlando di “numeri previsti”, “incidenti di percorso.”

Le dimissioni del berlusca sollecitate allora da Bersani: “Così non si può andare avanti”

Ma, sempre le cronache raccontano che l’opposizione passa al contrattacco chiedendo pubblicamente al premier, Berlusconi, un passo indietro. Un invito perentorio: “Rassegni le sue dimissioni e rimetta il mandato al capo dello Stato. Rassegni le dimissioni e qui faremo la nostra parte per il Paese. Se lei non lo facesse le opposizioni considererebbero iniziative ulteriori perché così non possiamo andare avanti”. Parole sante, pronunciate dall’allora leader del Pd, Pier Luigi Bersani. Che certamente ricorderà.

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