Renzi canta vittoria. Ma è la sconfitta della democrazia parlamentare. Minoranze pd al bivio

Renzi canta vittoria. Ma è la sconfitta della democrazia parlamentare. Minoranze pd al bivio

Con la signorilità ormai nota, Renzi Matteo all’alba, dopo una notte drammatica in cui è stata fatta carta straccia della Camera dei deputati, umiliati e offesi, un’Aula desolatamente semi vuota, con teste ciondolanti di parlamentari che votavano del tutto ignari di cosa votavano, altri che dormivano, risvegliati dal  richiamo del presidente d’Aula, twitta: “Un applauso a gufi e sorci verdi”. Quei “sorci verdi” richiamati dall’ex alleato, Brunetta, che niente hanno a che vedere con la situazione drammatica in cui il Patto del Nazareno ha gettato il nostro Paese. Così come, ci pare, che i richiami all’Aventino, cosa nobile, siano del tutto fuori luogo. Qui siamo di fronte ad un Parlamento caduto in basso, in cui una minoranza, grazie a meccanismi elettorali, si  è arrogata il diritto di cambiare verso alla Costituzione. Non solo. Il M5S minaccia dimissioni di tutto il gruppo con le conseguenze facilmente immaginabili. Il Pd  ricompattato nel voto, salvo Fassina e Civati, che si sono chiamati fuori, ma le divisioni restano e sono profonde. Di strategia, contenuti e metodi.

Lo stesso premier ammette: il capo dello Stato nel  patto del Nazareno

Certo la Consulta, pur dichiarando incostituzionale la legge elettorale, ha legittimato l’attuale Parlamento. Ma resta il fatto grave che chi ha votato gli emendamenti rappresenta una minoranza. Ciò doveva indurre Renzi Matteo e il Pd a rimanere legati ad una affermazione che il premier ha fatto più volte per giustificare il patto del  Nazareno: le modifiche alla Costituzione si fanno con la ricerca della più larga maggioranza, nel dialogo con le opposizioni. Per questo dialogo c’è la sede naturale, il Parlamento e nient’altro. Perché riformare quaranta articoli della Costituzione non è prerogativa del governo, così come Renzi ha voluto e imposto. Di  questo non potrà non tenere conto il presidente della Repubblica. Lo stesso Renzi nella sua ossessione che lo porta a vedere nemici in ogni dove si confessa, quando dice che non ha accettato ricatti sulla nomina del capo dello Sato. Implicitamente riconosce che  l’argomento faceva parte degli accordi del Nazareno.

Nichi Vendola. Bullismo istituzionale di Matteo Renzi

La notte fra  il 13 e il 14 febbraio rimarrà come una macchia nera nella storia della Repubblica. Dice Nichi Vendola riferendosi alle votazioni: “Questa sequenza di 40 voti con gli applausi tra di loro è stata greve e goliardica. Hanno compiuto una cosa così istituzionale con lo stile del bullismo istituzionale di Renzi”. Dichiarazioni pesanti ma pienamente aderenti alla realtà dei fatti. I media che  riportano in modo critico l’operato del premier dimenticano alcuni dati essenziali. Il primo che il numero legale è stato assicurato dalla presenza di ex Sel, ed ex M5S. Il secondo che la maggioranza dei votanti è stata assicurata dai “cespugli”, alleati di governo, come Ncd, “stabilizzatori”, raccattati qua e là. Proprio quei cespugli cui Renzi aveva sempre detto che neppure li considerava.

La maggioranza che non c’è. Non ha votato neppure il 50% dei deputati

Infine,la cosa più grave. Il premier dice che la maggioranza ha il “diritto e il dovere di fare le riforme”. Ma questa maggioranza non c’è, non rappresenta il  Paese. è composta, in effetti, da Pd (che alle elezioni con cui nasce questa legislatura aveva il 25,4% e ha ottenuto il premio di maggioranza anche grazie ai voti di Sel, ora all’opposizione), Centro democratico (0,5%), Svp (0,4%), montiani sparsi e Udc (che in tutto non andarono oltre il 10,5%) e Ncd  che, forzando, si può accreditare del 4,4% delle ultime consultazioni a cui ha preso parte. Si arriva al 41%, e se ci riferiamo alle elezioni europee si può arrivare al 45, 46%  su circa il 60% degli elettori. Ancora: nelle votazioni non si è mai raggiunta la maggioranza dei deputati. Ci si è fermati attorno ai trecento su 630.

Questi i fatti, difficilmente contestabili, con i quali devono fare i conti le minoranze. Renzi è stato chiaro: la legge per la riforma del Senato è quella uscita dal voto all’alba del 14 febbraio. Non si cambia quando ai primi di marzo sarà votata definitivamente dal Senato così come la legge elettorale. Afferma Boccia che se le aule del parlamento rimarranno semivuote le minoranze del Pd non approveranno. Un altro esponente di minoranza, vicino a  Bersani, replica: “Dobbiamo operare  perché chi è uscito torni in aula e non perché ce ne andiamo noi”. Viene riproposto il “metodo Mattarella”, con l’ascolto delle minoranze. Ma Renzi con le dichiarazioni rilasciate a caldo ha chiuso le porte, giovandosi anche dell’aiuto del capogruppo alla Camera che gli aveva assicurato la “massima disciplina” dei deputati.

Chiti con Fassina e Civati. L’annuncio di battaglie che non vengono mai fa perdere credibilità

Vannino  Chiti invece è molto critico sul comportamento delle minoranze e esprime consenso per le posizioni assunte da Fassina e Civati che non hanno partecipato al voto. Afferma il senatore: ”Suscita preoccupazione e sconcerto quanto è avvenuto alla Camera sulla riforma costituzionale: procedere con l’assenza in aula delle opposizioni non è un segno di determinazione ma l’esito di una sottovalutazione politica”.

”Con le rotture – sottolinea l’ esponente dem – non si realizzano né fasi costituenti né buone riforme. Contingentamento dei tempi, metodi del ‘canguro’ o simili, sulla costituzione determinano strappi senza vittorie reali. Su Costituzione e leggi elettorali il ruolo centrale deve restare quello del Parlamento. Poi si può anche banalizzare tutto con il solito ritornello dei gufi e frenatori, ancor più incomprensibile di fronte a una situazione tanto seria.”

“Mi sento di esprimere apprezzamento per la posizione di deputati del mio partito come Fassina e Civati – conclude – che hanno fatto seguire alle dichiarazioni atti concreti. Per ognuno questo è ancor più il momento di mostrare coerenza tra il ‘suo fare’ e il ‘suo dire’. L’annuncio di battaglie che poi non vengono mai, fa perdere credibilità alla politica”.  Per le minoranze Pd un bivio, una scelta non facile. Ma necessaria.

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