Mattarella incontra le opposizioni. Auspica la ripresa del dialogo. Ma dal Pd segnali negativi

Mattarella incontra le opposizioni. Auspica la ripresa del dialogo. Ma dal Pd segnali negativi

Usa e getta. Lungi da noi arrecare offesa a Renzi Matteo, ai membri della Direzione, ai parlamentari del Pd che attendevano dal segretario parole volte a riaprire un dialogo con le opposizioni che avevano abbandonato l’Aula di Montecitorio nella stretta finale sugli emendamenti alla legge di riforma del Senato e delle istituzioni. E, insieme, la prosecuzione nel dialogo con le minoranze interne, il “metodo Mattarella” più volte richiamato da Bersani che aveva consentito di eleggere il Presidente della Repubblica con una larghissima maggioranza.

Dal Capo dello Stato, Brunetta e Vendola. Grillo risponde sì all’invito

E proprio il Capo dello Stato ha iniziato la consultazione delle forze politiche di opposizione che avevano chiesto un incontro per sollevare i problemi  che avevano portato ad  abbandonare l’Aula di Montecitorio. Al Colle sono saliti Renato Brunetta per Forza Italia e Nichi Vendola. A Grillo è stata inviata una lettera di Mattarella che lo invita a definire la data dell’incontro. La riposta con un tweet: “Grazie presidente, ci vediamo al Quirinale”. Con toni offensivi dice no Salvini, leader della Lega. Il capogruppo di Fi ha consegnato  al Presidente un appello in 25 punti a difesa della Costituzione. “Non si può pensare – ha detto Brunetta –di chiedere la coesione nazionale di giorno e procedere a colpi di maggioranza di notte per approvare 40 articoli della Costituzione”. Nichi Vendola ha affermato al termine del colloquio che “non vogliamo tirare il capo della Stato per la giacca, tuttavia abbiamo sentito il dovere morale, prima ancora che politico, di rivolgerci al garante della Costituzione e dell’unità nazionale perché una condizione così grave, rappresentata dalla incandescente scena internazionale e dalla drammatica crisi sociale, merita da parte del governo, un atteggiamento più responsabile.” “Non si può governare – ha proseguito – con i colpi di mano e con accelerazioni che imbavagliano il Parlamento, sottoposto a una permanente forma di umiliazione della funzione legislativa. Il Parlamento rappresenta il popolo e, quindi, non può essere ridotto al rango di un votificio”. Il Presidente ha  ascoltato le “ragioni” di Brunetta e Vendola e ha auspicato “un rasserenamento del clima”, la “ripresa del dialogo”, il ripristino di una “nomale dialettica parlamentare”. Sottolinea Brunetta: “Conoscendolo sono certo che metterà in atto tutto quanto la Costituzione gli consente”.

Le aperture di Renzi alle minoranze Pd: una contingenza e niente più

Un auspicio che è sperabile si possa tradurre in realtà ma la “leggerezza” della relazione del segretario del Pd, sfuggito ad ogni e qualsiasi problema, le conclusioni rinviate a data da destinarsi  per altri impegni del premier, fanno pensar male, come si dice. Che le aperture verso le minoranze nell’elezione del Capo dello Stato erano solo un mezzo per portare a casa un risultato importante quando ha capito che con Berlusconi il rapporto era interrotto. E lo avevano capito proprio negli incontri, fuggevoli, gli ultimi resti del patto del Nazareno quando ha tirato fuori il nome, Mattarella. Non era il suo candidato, lui aveva altre idee. Ma quando gli è stato detto che non ci voleva un tecnico, ma un politico, che la corsa non poteva essere fra Casini, Amato e Padoan, ha tirato fuori dal cilindro la carta vincente, fuori dal mucchio, sapendo che poteva contare sulla compattezza del Pd. Ha “usato” le minoranze? Pensiamo di sì. Ora, accumulati un po’ di “stabilizzatori”, quelli che raccoglieva Berlusconi si chiamarono “responsabili”, non ha più bisogno delle minoranze del Pd e nel caso, gioca di brutto con la minaccia di tornare alla urne. Non solo. La situazione internazionale sta precipitando, l’attenzione del mondo intero, dell’Europa, dell’Italia in primo luogo a un tiro di missile dalla Libia a qualche isola del Mediterraneo, non è proprio delle migliori, le opposizioni, pensa Renzi, rientreranno come agnellini in Parlamento. A chi, da Fassina a Civati, a Cuperlo, D’Attorre, Boccia, pur con parole e tonalità diverse, chiedeva al segretario di operare perché si ristabilisse un confronto con le opposizioni, un dialogo, un segnale di apertura  veniva una risposta che diceva tutto.

Con la “palude sconfitta” non ci si confronta

“Abbiamo sconfitto la palude”, parole pesanti, perché se tu definisci “palude” chi ha abbandonato l’Aula di Montecitorio e ci sono anche esponenti del partito di cui sei segretario, la conseguenza è che non muoverai neppure un dito per farli riemergere dalla palude e non sarai tu a mettere i piedi nella melma. Logico, dal  punto di vista del premier, non muovere un dito, “se vogliono rientrare la porta è sempre aperta”. Dimentica che, ancora fortunatamente, non è lui a decidere se e quando aprire le porte del Parlamento. Così come non ci si può “servire” delle minoranze interne e poi, di fatto, definirle voltagabbana, deridendole, perché prima volevano affossare il  patto del Nazareno e ora che Berlusconi non c’è più lo rivogliono al tavolo. Battute che non fanno neppure sorridere, mostrano la pochezza delle argomentazioni renziane e la mancanza di rispetto verso chi non la pensa come te.

Gotor: Trasformismo del gruppo dirigente del Pd in particolare quello sedicente “giovane”

Interviene anche Miguel  Gotor il quale, in vista del voto finale sulla legge previsto il 10 marzo, sottolinea sul suo blog che in un’aula della Camera semivuota non si fanno le riforme, parla di “nuova fase politica”, afferma che “conviene ripartire dall’unità del Partito democratico, che scaturisce dal confronto e dall’ascolto e dall’accettazione del presupposto che se il Pd vuole continuare a essere un grande partito deve accettare al proprio interno una pluralità di posizioni che è compito del segretario politico portare a sintesi unitaria. Se si vogliono realizzare le riforme – conclude Gotor – occorre trovare un nuovo baricentro: da una parte, una maggiore unità in seno al partito di maggioranza, e dall’altra il recupero del dialogo con Berlusconi, facendo in modo, però, che non sia esclusivo e ricattatorio come è avvenuto nel corso di quest’ultimo anno”. “Il concetto di patto – prosegue il senatore del pd – era troppo stretto e condizionante, quasi una camicia di forza, in cui anche l’identità e la missione del Pd hanno rischiato e rischiano di scolorirsi, rivelando al massimo le sorprendenti attitudini trasformistiche e di riposizionamento di parte del suo gruppo dirigente, in particolare quello sedicente giovane”.

 Boldrini rammaricata per l’emiciclo vuoto. Basta con le “tagliole”

Scende in campo anche la Presidente della Camera, Boldrini, in una intervista a Repubblica in cui cerca di giustificare anche il suo comportamento e quello dei vicepresidenti, duramente criticato in aula. Richiama il regolamento, ma in verità alcune scelte sono state della Presidenza. Oggi chiede di abbassare il livello dello scontro. “Credo – dice – sia interesse anche del governo. Spero che si adoperi in  prima persona il presidente Renzi”. Afferma di “essere rammaricata” per l’epilogo, l’ emiciclo vuoto. “È un’immagine che non può lasciare indifferente nessuno. Le riforme della Costituzione andrebbero condivise il più possibile”. E poi basta con le “tagliole” che troncano il dibattito. Forse, con tutto il rispetto che le dobbiamo, ci vien da dire che poteva pensarci prima.

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