Massimo Rendina non c’è più. Ciao comandante Max, il giornalista

Massimo Rendina non c’è più. Ciao comandante Max, il giornalista

Ciao, comandante Max. Massimo Rendina non c’è più, non ci racconterà più la sua storia, una vita sempre dalla parte degli ultimi, a difesa della pace, della  democrazia, delle libertà. Storia di questo Paese in uno dei periodi più difficili, travagliati, quando essere dalla parte giusta significava pagare un prezzo altissimo, dalle persecuzioni al carcere fino alla morte. In molti lo ricordano nel giorno in cui scompare a 95 anni, vissuti sempre fra la gente, combattente di tante battaglie, come un partigiano, vicepresidente dell’Anpi nazionale e presidente dell’Anpi di Roma, che aveva lasciato quando sentiva di non avere più le forze necessarie per svolgere un lavoro molto semplice ma tanto difficile, quello di trasmettere ai giovani l’amore per la libertà, la pace. E quando ti raccontava la sua vita, ti parlava di sé come se la sua scelta di antifascista, partigiano combattente, fosse stata la cosa più normale del mondo. Il comandante Max insieme ad un’altra grande personalità dell’antifascismo, della lotta partigiana, il professor Dario Spallone, era stato invitato a Mosca a partecipare con i capi di Stato di tutto il mondo alla celebrazione della fine della seconda guerra mondiale e della vittoria delle forze di pace. In noi, una generazione che aveva vissuto, appena ragazzino, le ultime vicende della lotta antifascista, le giornate splendide della vittoria, conoscere Massimo era stato un onore. Avevamo sempre voglia di sentire il racconto di  cattolico, antifascista, che si era unito con i comunisti e aveva dato battaglia. Ma lui si presentò ad una riunione di giornalisti che stavano dando vita ad un movimento per la  difesa della libertà dell’informazione, giornalisti di diverso orientamento politico, dai cattolici, ai comunisti, ai socialisti, liberali, di sinistra insomma. Si chiamarono Movimento dei giornalisti democratici e costituirono l’asse portante del rinnovato sindacato dei giornalisti. Massimo non mancava mai, il suo contributo di idee fu molto importante. Aveva due passioni: la prima, la libertà, per cui si era battuto in prima persona. Dopo l’8 settembre si trova a Torino. Era stato sottotenente dei bersaglieri, mandato in Russia, rimpatriato per una convalescenza. Decide di entrare a far parte della Resistenza, diventa comandante nelle Brigate Garibaldi con il nome di battaglia di Max il giornalista. Diventato capo di stato maggiore della I Divisione Garibaldi, prende parte alla liberazione di Torino e nel capoluogo piemontese riprende la professione di giornalista  iniziata al Resto del Carlino, entrando nella redazione dell’Unità. La seconda passione è appunto il giornalismo, la voglia di informare, di produrre conoscenza, di rapportarsi con la gente. Usa tutti i mezzi: scrive un film, poi cura la Settimana Incom con Luigi Barzini junior, una sorta di telegiornale che veniva proiettato nei cinema. Suo collega era stato Enzo Biagi quando Massimo muoveva i primi passi. Il suo era un giornalismo che aveva bisogno di immagini, di dare la parola non solo ai potenti ma alla gente normale, dai loro problemi risaliva a quelli del paese. L’approdo alla Rai era stato naturale. Dal giovane che al Carlino si occupava di cronaca bianca era arrivato fino alla direzione del telegiornale. Duro in quegli anni per un giornalista mantenere la schiera dritta. Ma lui non amava parlare di esperienze amare. Figuratevi se il comandante Max si poteva inchinare di fronte a Tambroni, il capo di un governo votato dai neo fascisti. E pagò un prezzo altissimo, ma non ne parlava mai, non aveva parole di critica per chi invece della lottizzazione aveva fatto una professione. Poi venne reintegrato, si dice che sia intervenuto Aldo Moro. Massimo non amava parlare di sé. Era un “dovere” reintegrarlo. Amava scrivere. Tante volte gli ho chiesto un articolo per il giornale della Federazione nazionale della stampa, per l’Unità, per pubblicazioni della Cgil, anche per i primi quotidiani online. Non rifiutava mai, addirittura si scusava se le sue condizioni di salute non glielo consentivano. Aveva dedicato quella che chiamava la sua “seconda vita” all’Anpi, alla associazione dei partigiani. Era stato fra i primi a capire che il testimone delle lotte per la pace, democrazia, la libertà, la dignità, i diritti della persone, dei lavoratori, doveva essere passato ai giovani. Loro, diceva, sono la Resistenza, la nuova Resistenza. Lui la racconta come membro del V Comitato scientifico dell’istituto Luigi Sturzo per le ricerche storiche sulla Resistenza. “I nostri partigiani che sono caduti – diceva – sono sicuro che da dove sono ora ci guardano e ci giudicano”. Ciao, compagno Max, il giornalista.

Il Capo dello Stato: un grande difensore delle memoria autentica della Resistenza

Sono in tanti a ricordarlo, dal sindaco di Roma, Ignazio Marino, al vicesindaco Nieri, al presidente della regione Lazio, all’assessore Paolo Masini che ha dato l’annuncio della scomparsa, personalità del mondo della politica, delle istituzioni. Domani la Camera ardente dalle 12 alle 19, allestita nella sala della Protomoteca del palazzo comunale.  Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, con un messaggio alla moglie ha voluto ricordare la memoria del vicepresidente dell’Anpi. Ne riportiamo alcuni passaggi molto significativi. Mattarella parla “della scomparsa di un testimone leale e appassionato di molti decenni della nostra storia”. Il presidente della Repubblica ha ricordato  la partecipazione di Rendina “alla tragica ritirata di Russia e la successiva, decisa scelta di campo nelle file della Resistenza”, nella quale assunse il nome di ‘comandante Max’, distinguendosi “per coraggio e lungimiranza politica”. Nel dopoguerra – prosegue il messaggio del presidente –  “fu brillante giornalista e comunicatore, ricoprendo posizioni di prestigio. L’immagine più nitida che mi resta di lui – conclude il Capo dello Stato – è quella, più recente, di instancabile dirigente dell’Anpi, al vertice della quale ha saputo difendere la memoria autentica dei valori della Resistenza e tramandarla ai giovani con passione ed entusiasmo”. “Partigiano e straordinario custode della memoria di uno dei periodi più difficili della storia della nostra città e di questo Paese”, è il ricordo del sindaco della capitale Ignazio Marino. “Per decenni ha portato avanti in maniera instancabile – si legge in una nota – la testimonianza e il ricordo della Resistenza partigiana con la sua attività all’interno dell’Anpi, con l’impegno professionale e con le lezioni nelle scuole”.

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