L’analisi di Landini è giusta ed efficace. Sindacati e sinistra farebbero bene a rifletterci. Renzi e i pretoriani lo insultano per questo

L’analisi di Landini è giusta ed efficace. Sindacati e sinistra farebbero bene a rifletterci. Renzi e i pretoriani lo insultano per questo

A poche ore dal varo dei decreti delegati che riformano il mercato del lavoro, e che passano sotto il nome mediatico di Jobs Act, Maurizio Landini, leader della Fiom, ha concesso domenica 22 febbraio al Fattoquotidiano un’intervista che contiene finalmente un’acuta e condivisibile analisi della fase politica e parlamentare. Sostanzialmente, dice Landini al quotidiano diretto da Marco Travaglio, la più grande conquista dai tempi della Liberazione, adottata poi come cifra del progresso del nostro Paese dalla Costituzione del 1948, è stata la definizione del “lavoro come diritto”, perché la sottrazione del lavoro equivale a una significativa riduzione della persona umana e della sua dignità. Ora, questa conquista aveva saputo conciliare, all’epoca dell’Assemblea Costituente, la spinta che proveniva dai deputati della sinistra comunista e socialista, con le più avanzate posizioni di certo riformismo cattolico, da Sturzo a Dossetti.

Il lavoro come diritto è fondamento costituzionale

“Il lavoro come diritto” non è un’invenzione ideologica, né uno slogan, è al fondamento stesso della nostra Carta costituzionale. Cosa vi è al fondo delle decisioni del premier Renzi? Esattamente la rottamazione della nostra Costituzione, sia in modo trasparente con la riforma degli assetti istituzionali e del Titolo V, sia in modo subdolo, attraverso mirati processi legislativi che, nei fatti, negano “il lavoro come diritto”, e “il diritto al lavoro”. Di questo si tratta, e Maurizio Landini lo dice con estrema chiarezza: “Renzi applica tutto quello che gli ha chiesto Confindustria, ma afferma il principio che pur di lavorare si debba accettare qualsiasi condizione. Non c’è più il concetto che il lavoro è un diritto e la persona deve avere tutti i diritti di cittadinanza”. La partita che si gioca con le norme contenute nel Jobs Act e con l’annullamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è molto più grande di una banale riforma del mercato del lavoro, è la cancellazione di qualche decina d’anni di conquiste operaie, della centralità dei soggetti organizzati del lavoro e delle forme in cui si esercita la democrazia rappresentativa. La vicenda della riforma del mercato del lavoro, infatti, è significativa anche e soprattutto per come il governo ha tenacemente rifiutato ogni tipo di collaborazione col Parlamento, rifiutando i pareri “solo consultivi” delle Commissioni Lavoro delle due Camere.

La gigantesca partita democratica che si gioca sul lavoro

Ancora una volta sul tema del lavoro, e della sua espulsione dai processi democratici, si è giocata una pessima partita politica. È su quest’ultimo aspetto che si concentra il pensiero critico di Maurizio Landini nei confronti di Renzi: “Non era mai avvenuto nella storia d’Italia che con leggi si cancellasse il diritto del lavoro. Cambiano radicalmente i rapporti di forza e le relazioni sindacali”. E quando Landini propone la “sfida a Renzi”, di cui parla il titolo, abbastanza errato, del quotidiano, lo fa non certo perché intenda fondare un partito e sfidare il Pd, ma perché “su questi temi non ha il consenso della maggioranza della popolazione. Vorrei sfidare Renzi a una verifica democratica”. Ecco cosa dice davvero Maurizio Landini: Renzi, sui temi del lavoro non ha consenso, e dunque va sfidato a una “verifica democratica”, che può essere una nuova legge di iniziativa popolare, la riscrittura dello Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, o il Referendum (cos’è un Referendum, se non una “verifica democratica”?).

L’equivoco: vero o presunto?

Su questo equivoco (finto o vero che fosse), si è scatenata la caccia al Landini “politico”, non solo da parte di Renzi, che nel corso del programma di Lucia Annunziata si è avventurato in una lunga serie di insulti contro il leader della Fiom, ma anche di qualche suo fedele pretoriano. Ora, che Renzi insulti Landini con argomenti ridicoli – come quello della vittoria di Marchionne, o del sindacato che lo caccia – possiamo anche comprenderlo, quello è il suo stile, e quelle sono le sue scorrettezze (è scorretto infatti andare in tv a parlar male di un avversario assente, e male ha fatto l’Annunziata a renderlo possibile). Ma leggere in un tweet di una fedele pretoriana di Renzi, la deputata Anna Ascani, una citazione di Andreotti usata contro la presunta fondazione di un partito da parte di Landini (“a pensar male si fa peccato, ma s’indovina”) muove davvero al riso, se non ad altro. Renzi ha solo finto di non aver capito il reale messaggio e la vera sfida democratica di Landini. I suoi pretoriani, come accade spesso, pensano solo di far piacere al capo.

Alla fine della fiera, quella splendida provocazione di Landini sul destino del lavoro e del movimento operaio in Italia all’indomani delle sciagurate riforme di Renzi, invece di creare dibattito pubblico, è stata assunta, in modo astuto, come l’annuncio della nuova leadership di un partito. Se anche fosse, non vi sarebbe nulla di male, in realtà. Il problema è che questa cosa Landini non l’ha detta. Ha solo subìto gli insulti. Che però manifestano qualcosa di più profondo e di pericoloso: la malafede e il tentativo di segnare gli avversari come nemici da abbattere, proprio come fanno i despoti.

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